Tu sei qui

Voglia di concretezza

Il programma biennale INU “Progetto Paese Città accessibili a tutti” ha avuto un primo momento di confronto e sintesi nell’ambito della Biennale dello Spazio Pubblico 2017, per la precisione nel Work Shop “Buone pratiche delle città accessibili, esperienze e prospettive in Italia, indirizzi per un Progetto Paese”.

Sono stati molti i progetti e le esperienze che hanno risposto alla call for papers lanciata nel corso di Urbanpromo a novembre 2016, e quasi tutti hanno partecipato al WS del 25 maggio articolato in sei tavoli coordinati da: Francesco Alberti, Alessandro Bruni, Claudio Centanni, Luisa Mutti, Iginio Rossi e la sottoscritta, supportati dai facilitatori di OfArch.

Voglia di concretezza

La finalità principale è stata quella di far incontrare e confrontare attori fra loro diversi che operano in realtà differenti del paese, ma che condividono l’approccio inclusivo al progetto città, con gli obiettivi dichiarati della costruzione di una rete di saperi e pratiche nazionali, e dell’individuazione di assunti e prospettive capaci di indirizzare verso politiche integrate d’intervento sulla città, di cui da anni si sottolinea la mancanza.

La restituzione dei progetti presentati e il confronto è avvenuto sullo spazio pubblico, uno spazio che per sua natura presuppone il diritto al libero accesso per tutti*, abitanti residenti e in transito. Senza voler entrare nella complessa definizione ed articolazione di spazio pubblico, quello che qui interessa, parlando di città accessibili a tutti, riguarda proprio chi lo fruisce e come lo fruisce. Ed è partendo da questa riflessione che le diverse esperienze si sono confrontate sul termine inclusione, derivato dalle profonde trasformazioni culturali avvenute sul concetto di disabilità grazie a due fondamentali capisaldi: la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (dell’intero genere umano), conosciuta comunemente come ICF (OMS-2001); la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità (in sigla CRPD), divenuta Legge n. 18/2009 dello Stato italiano. Entrambe hanno introdotto un nuovo paradigma: la disabilità viene spostata dall’individuo all’ambiente, in quanto la disabilità non è il patrimonio di una determinata persona, bensì è il prodotto della relazione di una persona con il suo stato di salute e l’ambiente che sta vivendo, con ciò stabilendo che l’ambiente può essere disabilitante o facilitante.

Nel pensare allo spazio pubblico, oltre ai disabili altri soggetti lo vivono e reclamano l’inclusione alla fruizione di tempi e spazi: la città è abitata da una multiforme popolazione con specifici bisogni e desideri che riguardano diritti sanciti di effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza, riconoscendo, al contempo, le singolari differenze di genere, di cultura, di ceto, d’età, di etnia, ecc.

L’ignorare l’esistenza di tali differenze crea le criticità evidenziate nei diversi lavori presentati, rintracciabili primariamente nella non progettazione-programmazione degli interventi riguardanti l’accessibilità e l’usabilità dello spazio/tempo urbano: dai PEBA al Turismo accessibile, dalla Cultura inclusiva alla sicurezza in caso di Emergenza, dalla Rigenerazione urbana alla nuova Urbanistica.

Altra criticità emersa è la parcellizzazione degli ambiti programmatori, a cui più sopra si è accennato, che porta a non integrare le politiche urbane, dimenticando che la città è di per se stessa un sistema e come tale andrebbe governata. Pensarla e praticarla come un sistema porterebbe a massimizzare la qualità dei differenti risultati attesi, e a destinare finanziamenti congrui alla realizzazione di opere indispensabili a sostenere e promuovere la vita indipendente (per ognuno/a), oltre che al godimento di diritti sanciti (per tutti/e).

Proprio la scarsezza di risorse economiche è stata l’altra criticità rilevata per la quale è stato proposto, prima ancora che una maggiore quantità, un miglior uso degli oneri di urbanizzazione, dell’appalto integrato, dei fondi messi a disposizione dalle Fondazioni e dall’Europa, oltre a considerare l’accessibilità un elemento d’attrazione per quanti operatori economici abbiano interesse a rilanciare il proprio settore, ad esempio, in tema di turismo, di tempo libero e di cultura.

Il confronto ha prodotto anche una particolare riflessione sul “come si fa” ad essere ascoltati, a trovare le soluzioni più adatte, a costruire una conoscenza diffusa e condivisa dell’approccio inclusivo. La domanda presuppone una tensione verso una concreta ricaduta sui luoghi, contro il continuo confronto teorico sulla carta che da anni lascia nei “cassetti” proposte anche molto avanzate ed utili. La contaminazione delle differenti esperienze e lo scambio che ne può derivare all’interno di una rete condivisa, sia in termini di creazione di modelli che, soprattutto, di conoscenza dei processi, entrambi da adattare alle diverse scale e luoghi, è la proposta emersa. Un’altra proposta individuata è quella di una formazione continua (tecnici, amministratori, politici, scuole, professionisti), dove l’inclusione sia considerata un tema trasversale ai diversi ambiti programmatori e progettuali a qualunque scala d’intervento.

L’inclusione, come si può comprendere, reinterpreta il tema dell’accessibilità ampliandone il significato, non solo accedere, ma anche usare con facilità e trarre beneficio dagli ambienti che noi tutti viviamo e che vorremmo fossero anche sicuri e piacevoli. In tal senso la partecipazione attiva degli abitanti è fondamentale, grazie alla loro conoscenza dei luoghi vissuti, alla loro conoscenza del funzionamento spazio/tempo e di cosa manchi per non dirli disabilitanti. Ma la partecipazione obbliga l’altro ad interrogarsi, in quanto presuppone sempre un cambiamento di prospettiva d’approccio culturale, di abitudini progettuali, di politiche attuative, in pratica, richiede una corrispondenza a quanto i partecipanti hanno donato come sapere dell’abitare.

Questo primo tratto di percorso del progetto “Città accessibili a tutti”, troverà un ulteriore avanzamento nell’ambito del Festival per le città accessibili a Foligno, Assisi e Spello incentrato su “La città capace di accogliere, includere e sognare”, in programma dal 21 al 23 settembre 2017.

PIERA NOBILI: è architetta esperta in progettazione ambientale inclusiva a scala urbanistica, architettonica e di arredo. Ha partecipato e partecipa tutt’ora come socia a diverse associazioni: Università G. Bosi Maramotti APS di Ravenna, C.E.R.P.A. Italia Onlus di Trento (Centro Europeo di Ricerca e promozione dell’Accessibilità), Femminile Maschile Plurale (FMP) di Ravenna, Liberedonne/Casa delle donne di Ravenna. Per queste progetta corsi, seminari e convegni relativi agli scopi statutari, riveste ruoli di docenza, coordinatrice, presidenza (attualmente in FMP) e vicepresidenza (attualmente in CERPA).