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Uno sguardo oltralpe. La stazione integrata, tra invenzione architettonica e prodotto dei Trente Glorieuses.

Cosa si intende per complesso turistico integrato? Ci proponiamo di rispondere attraverso un’analisi del caso francese, dove la station intégrée fu il modello privilegiato dallo Stato nel processo di costruzione di nuovi centri per il turismo invernale nelle Alpi, tra gli anni 1960 e 1970. 
Ne indaghiamo le caratteristiche e la portata innovativa attraverso due prospettive. In un primo momento, la stazione integrata sarà analizzata come il prodotto di una particolare situazione economica, sociale e culturale che caratterizza la Francia, come diversi paesi dell’Europa occidentale, nel secondo Dopoguerra. In un secondo tempo, essa verrà descritta nei termini di una invenzione, operata da architetti e urbanisti, impegnati a dare forma a nuove strutture per le vacanze, lo sport, e il tempo libero. 

Uno sguardo oltralpe. La stazione integrata, tra invenzione architettonica e prodotto dei Trente Glorieuses.

Il front de neige di Plagne Centre, 1966
Foto di Jean Biaugeaud, Département de la Savoie, Archives départementales, AD73 17J454

La stazione integrata nel panorama politico ed economico del secondo Dopoguerra, in Francia
L’introduzione delle ferie retribuite1, la diffusione della pratica dello sci e la costruzione dei primi impianti di risalita nella seconda metà degli anni 1930, creano le premesse per l’affermarsi, nel secondo Dopoguerra e grazie ad una congiuntura economica favorevole, delle vacanze invernali come pratica di massa. 
La programmazione di nuovi centri per il turismo invernale entra allora nei piani di sviluppo nazionale, sostenuto da un discorso politico che faceva appello alla necessità di aiutare la popolazione residente dei territori di montagna, oppure che poneva come obiettivo il recupero di un ritardo accumulato rispetto ad altri paesi alpini, in tema di costruzione di infrastrutture per lo sci.
Nel 19662, viene dunque annunciato il Plan Neige, che prevedeva la realizzazione di 65.000 nuovi posti letto entro il 1970. Entro il 19753, se ne sarebbero dovuti costruire 150.000, per raggiungere un numero totale di 365.000 nel 19804.
Allo scopo di fare applicare tali direttive, nel 1964 viene creata una Commission Interministerielle pour l’Aménagement de la Montagne5 (C.I.A.M.), che diventerà in seguito Service d’Etude et d’Aménagement Touristique de la Montagne6 (S.E.A.T.M.), nel 1970. Con sede delocalizzata a Chambery, la commissione contribuirà in maniera sostanziale alla scelta dei siti da trasformare e, tramite la possibilità di allocare finanziamenti, condizionerà la tipologia dei nuovi complessi sciistici. 
Venne coniato il termine di stazione di “terza generazione”, secondo una visione, propagandata attraverso i discorsi, la stampa e riviste di settore, che considerava il modello in questione come l’esito di un processo di perfezionamento delle stazioni di prima generazione, cresciute spontaneamente a partire da un centro abitato preesistente, e delle stazioni di seconda generazione, nate in seguito a un piano di lottizzazione preposto da un’autorità pubblica.7
Il modello che meglio rappresentava i criteri di funzionalità e razionalità, contenuti nella “dottrina del Plan Neige”8, era la stazione detta “integrata”. Strutturata attorno alla pratica dello sci, doveva essere realizzata ad alta quota, per assicurare la presenza della neve per diversi mesi l’anno, preferibilmente su versanti esposti a nord e in corrispondenza degli alpeggi, dove la proprietà comunale rendeva più semplice le procedure di acquisizione dei terreni. Le operazioni dovevano quindi assicurare il controllo della proprietà fondiaria di tutta l’area interessata (compreso il domaine skiable) e prevedere un minimo di 2.000 letti9, per garantire la riuscita economica.
Questa tendenza al “gigantismo” fece sì che il processo di realizzazione di nuove stazioni turistiche sfuggisse spesso di mano alle comunità locali, anche nei casi in cui i comuni o sindacati intercomunali ne erano gli iniziatori. Tramite la stipula di una convenzione, l’operazione veniva infatti affidata ad un promotore, che aveva il compito di sviluppare l’intero complesso, seguire la fase di costruzione di edifici e infrastrutture, coordinare la vendita di appartamenti e strutture ricettive e commerciali, gestire i servizi sportivi. Dopo una serie di campagne per studiare le potenzialità del domaine skiable, spesso affidandosi ai pareri di noti campioni di sci, il progetto di masterplan e lo sviluppo architettonico dei singoli edifici era affidato ad un unico architetto o urbanista (o ad un unico team di progettisti), quale garanzia per ottenere un insediamento dall’aspetto omogeneo e dall’assetto urbano funzionale. La regia dell’intero processo era dei tecnici-funzionari delle commissioni ministeriali, in stretto contatto con gli ingegneri dell’Ecole des ponts et chaussées. Questi ultimi erano inoltre incaricati di realizzare le strade carrabili per l’accesso alla stazione, secondo una visione univoca che privilegiò l’automobile come mezzo di accesso all’alta quota.

Uno sguardo oltralpe. La stazione integrata, tra invenzione architettonica e prodotto dei Trente Glorieuses.

Aime 2000, 1970
Foto di Jean Biaugeaud, Département de la Savoie, Archives départementales, AD73 17J11

Uno sguardo oltralpe. La stazione integrata, tra invenzione architettonica e prodotto dei Trente Glorieuses.

La galleria centrale di Aime 2000, 1971
Foto di Jean Biaugeaud - Département de la Savoie, Archives départementales, AD73 17J442

La stazione integrata come “laboratorio” per architetti e urbanisti
La progettazione di stazioni integrate fu per gli architetti un campo di sperimentazione, in quanto si trattava di definire i programmi e di dare una forma a vere e proprie città di nuova fondazione, dedicate alla pratica degli sport e del tempo libero, in luoghi in cui era assente qualsiasi confronto con un tessuto abitato preesistente. Ogni progetto ebbe esiti morfologici e tipologici diversi, è possibile tuttavia trarre alcuni caratteri comuni10
La disposizione degli edifici dei nuovi centri sorti ad alta quota doveva ruotare completamente attorno alla pratica dello sci. È il caso, ad esempio, della stazione di La Plagne, costruita a partire dal 1963 dall’architetto Michel Bezançon e considerata il prototipo di “stazione integrata”. Gli edifici costituiscono una sorta di filtro tra il punto di accesso alla stazione, dove è situato il parcheggio, e l’area sciabile, per consentire al turista un accesso alle piste “sci ai piedi”. Il cuore della stazione, chiamato grénouillière, dove sono localizzate le funzioni commerciali, coincide con il punto di arrivo delle principali piste e alla partenza dei principali sistemi di risalita. L’insediamento risulta generalmente concentrato nello spazio e adotta tipologie compatte, spesso variazioni dell’edificio in linea o a torre. Ciò si spiega con la necessità di lasciare il suolo più possibile “libero”, in quanto la dimensione stessa della stazione nei termini di letti insediabili, dipendeva sostanzialmente dalla dimensione della superficie sciabile e dunque dal numero di sciatori che il sito poteva ospitare. In alcuni casi, come a La Plagne, l’asse principale degli edifici è parallelo alle curve di livello per facilitare gli spostamenti e la quota a terra è occupata da gallerie commerciali e passaggi coperti. Nella stazione Arc 1600, disegnata un’équipe di architetti composta da Guy Rey-Millet, Gaston Regariaz, Charlotte Perriand e l’Atelier d’Architecture en Montagne, gli edifici rispondono al criterio di integrarsi il meglio possibile nella topografia esistente, con un andamento a gradoni o perpendicolare alle curve di livello. In entrambi i casi, i sistemi distributivi interni agli edifici diventano spazi pubblici e sistemi per muoversi nella stazione, accedere ai servizi, cambiare di quota, stando al coperto. 
Per garantire una commercializzazione rapida, si preferì la costruzione di residence e co-proprietà al posto di hotel. Gli appartamenti venivano progettati con dimensioni minime, per alloggiar il maggior numero di turisti. Famosi sono gli studio-cabine di Charlotte Perriand a Arc 1600, che riprendono le idee sull’existenzminimum elaborate dal CIAM del 192911. L’articolazione degli spazi viene definita dagli arredi integrati e assume importanza la terrazza, che garantisce l’accesso per tutti al sole e al panorama.
Le stazioni integrate furono anche un laboratorio sperimentale per la messa a punto di nuovi sistemi costruttivi. Vi era infatti, da parte dei promotori, la necessità di costruire velocemente, per poter rispondere ad una domanda in rapida crescita, e perché le condizioni climatiche proprie all’alta quota riducevano notevolmente il tempo di attività del cantiere. Questo portò, ad esempio, all’adozione di tecniche di prefabbricazione: a Arc 1600, le cucine e i bagni vengono realizzati con blocchi in resina assemblati in sito; a Flaine, l’architetto Marcel Breuer progetta degli edifici in calcestruzzo a vista i cui elementi, sia strutturali che di rivestimento, vengono fabbricati in un cantiere allestito ad una quota inferiore e trasportati in seguito a monte, grazie ad un sistema via cavo12. In questo modo si ovviava al problema del difficile accesso dei mezzi pesanti alla strada. A La Plagne, infine, si adotta l’uso di cupole leggere ad aria insufflata per poter consentire la prosecuzione del cantiere nei mesi invernali.

Quali scenari dopo la “dis-integrazione”?
La fortuna della stazione sciistica integrata fu strettamente legata al sistema politico ed economico dei Trente Glorieuses, tanto che la ritirata dello Stato dalla pianificazione di nuovi centri turistici in montagna, sancita con la Loi Montagne del 198513, oltre che un cambiamento nella congiuntura economica in seguito allo shock petrolifero del 1973, segnò una battuta di arresto nella realizzazione di nuove stazioni integrate. 
Gli anni 1980 e 1990 vedono la costruzione di stazioni satellite realizzate secondo uno stile detto “neo-tradizionale”, attorno ai grandi centri esistenti, come Les Arcs e La Plagne; in altri casi, la stazione si scontra con una fase di “dis-integrazione”, che coincide con la vendita, da parte della società promotrice, di parte del terreno costruibile o con la cessione della gestione del settore immobiliare o degli impianti. Come ha sottolineato Marie Wozniak14, sembra che la modernità sia stata, nel caso dell’architettura realizzata nelle alpi francesi, una parentesi.
Oggi, resta un patrimonio costruito, ancora per la maggior parte in uso. A partire dagli anni 2000, è stato intrapreso un processo di riconoscimento del valore patrimoniale di alcune architetture delle stazioni integrate della Savoia e dell’Alta Savoia, tramite marchio “Patrimoine du XX siècle”15 e all’azione di alcuni enti o fondazioni locali che cercano di sensibilizzare al valore architettonico di tali infrastrutture, come testimoni delle innovazioni di un’epoca che oramai si è conclusa16
Tuttavia, per garantire la sopravvivenza di queste strutture occorre che la riflessione non prescinda dai problemi attuali che minacciano il futuro delle stazioni sciistiche integrate. Queste, specializzate nella pratica dello sci e nei soggiorni di lunga permanenza, sono oggi estremamente vulnerabili a una molteplicità di fattori: primi tra tutti il cambiamento climatico, che rende incerta la presenza della neve e obbliga a importanti investimenti per la produzione di neve artificiale, o il cambiamento dei gusti del turista, che preferisce brevi permanenze e sperimenta modi diversi di soggiornare in montagna. Ne derivano un tasso di frequentazione che ha smesso di crescere e, in alcuni casi, una condotta deficitaria della stazione, costretta spesso a investire nel settore immobiliare per coprire le spese crescenti della gestione e manutenzione degli impianti di risalita. D’altra parte, aumentano i “letti freddi”, per cui sempre più appartamenti rimangono vuoti per molti mesi l’anno, con una conseguente crisi delle attività commerciali della stazione. Oggi è sempre più evidente che occorra elaborare strategie di lungo termine, che includano anche una riflessione sul patrimonio costruito, ipotizzando scenari diversi tra riuso, de-costruzione o patrimonializzazione.


1. I Congés Payés, introdotti in Francia nel 1936

2. In corrispondenza del cinquième Plan de développement économique et sociale ( 1966-1970)

3. In corrispondenza del sixième Plan de développement économique et sociale (1971-1975)

4. Wozniak Marie, L’architecture dans l’aventure des sports d’hiver, stations de Tarentaise (1945-2000) : l’image de la montagne en construction : s’inscrire dans le temps, s’ancrer dans l’espace, Thèse de doctorat, Grenoble, Université Joseph Fourier, 2004, p. 73.

5. Trad. “Commissione interministeriale per lo sviluppo della montagna”.

6. Trad. “Servizio di Studi e di sviluppo turistico della montagna”.

7. Cfr., Cumin Georges, « Les Stations Intégrées », Urbanisme, vol. 116, 1970, pp. 5053.

8. Cfr. Knafou Rémy, Les Stations Intégrées de sports d’hiver des Alpes françaises L’aménagement de la montagne à la française, Masson, Paris, 1978, 319 p.

9. Cumin Georges, «Les Stations Intégrées», op. cit.

10. Cfr. Lyon-Caen Jean-François et Chalabi Maryannick, Stations de sports d’hiver. Urbanisme & architecture, Lieux dits, Lyon, 2012, 272 p.

11. Secondo Congresso Internazionale di Architettura Moderna, tenutosi a Francoforte sul Meno

12. Cfr. Delemontey Yvan, « Flaine o la modernità in montagna.Costruzione e divenire delle città d’alta quota. », in Del Curto Davide, Dini Roberto et Menini Giacomo (dir.), Alpi e architettura. Patrimonio, progetto, sviluppo locale, Mimesis, Milano, 2016, p. 123137.

13. Legge del 9 gennaio 1985 “relative au développement et à la protection de la montagne”. La legge ha come principale obiettivo quello di favorire la protezione dei territori di montagna e ristabilire il ruolo degli enti locali nel governo del territorio.

14. Cfr. Wozniak Marie, L’architecture dans l’aventure des sports d’hiver, stations de Tarentaise (1945-2000) : l’image de la montagne en construction : s’inscrire dans le temps, s’ancrer dans l’espace, op. cit.

15. Denominazione istituita nel 1999 dal Ministero della Cultura francese

16. Vedi le iniziative della Fondation pour l'Action Culturelle Internationale en Montagne (F.A.C.I.M.), a Chambery oppure del Conseil d'Architecture, d'Urbanisme et de l'Environnement (C.A.U.E.) dell’Alta Savoia.

Uno sguardo oltralpe. La stazione integrata, tra invenzione architettonica e prodotto dei Trente Glorieuses.

L’interno di un appartamento a Aime 2000, aprile 1971
Foto Jean Biaugeaud, Département de la Savoie, Archives départementales, AD73 17J442

CATERINA FRANCO:
Laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano nel 2013. Dal 2015 è dottoranda del laboratorio Les Métiers de l’Histoire de l’Architecture, édifces-villes-territoires dell’École Nationale Supérieure d’Architecture de Grenoble, in co-tutela con il dipartimento ABC del Politecnico di Milano. Le sue ricerche, presentate nel quadro di diversi convegni internazionali, portano sulla storia della trasformazione turistica dei territori d’alta quota nelle Alpi Italo-francesi, nel secondo Dopoguerra. Dal 2019 è ricercatrice associata del Laboratorio di Storia delle Alpi di Mendrisio. Assieme a Francesca Favero e Anna Frigerio è parte dello studio LabF3 che dal 2014 collabora alla riqualificazione di una antica contrada nelle Alpi orobie bergamasche, per conto della Sociétà Agricola Contrada Bricconi.