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Una lezione sempre attuale

I cinquant’anni del PUP ci costringono ad una serie di riflessioni e di approfondimenti anche in relazione alla nostra situazione urbanistica attuale e futura. Sul ruolo dell’urbanistica, degli urbanisti e della politica.

Il primo PUP venne approvato nel 1967, frutto dell’intuizione e della spinta di una personalità forte quale Bruno Kessler, che affidò ad un giovane gruppo di progettazione coordinato da Giuseppe Samonà, la realizzazione di un piano per modernizzare il Trentino. L’intento di Kessler puntava su un progetto ambizioso, pensato con una nuova organizzazione infrastrutturale, con la dotazione di nuove aree industriali, di attrezzature sociali e nuove prospettive di sviluppo turistico in quota. Non solo, definiva anche nuovi sistemi istituzionali e di pianificazione territoriale (i Comprensori) ed importanti intenti di protezione dei valori ambientali e paesaggistici (i parchi naturali e la tutela del paesaggio). Era comunque il primo esperimento italiano di pianificazione di area vasta che non a caso vinse il Premio Inarch per l’urbanistica. Una sfida d’avanguardia con l’obiettivo di portare nelle valli trentine un tenore di vita accettabile ed un senso di comunità in grado di interrompere in fenomeno dell’emigrazione che ancora negli anni ’60 costringeva i trentini a partire. Certo, il primo PUP scontava tutti i limiti dell’epoca: il mito dell’industrializzazione diffusa, la sciagurata urbanizzazione delle montagne (si pensi a Fassalaurina e a Marilleva), il tentativo di portare l’effetto città nelle valli. Ma il primo PUP aveva anche pochissime invarianti, sostanzialmente le aree produttive di interesse provinciale, i parchi naturali e ben cinque aereoporti. Tutto il resto del territorio poteva essere modificato dai Programmi di Fabbricazione comunali, gli antesignani dei nostri PRG. Questa è stata la sua forza ma anche il suo limite. I Comuni non erano preparati nè alla pianificazione nè all’assalto della speculazione. I Comuni montani si trovarono invasi da montagne di metri cubi non pensati e non pianificati se non da uno strumento grezzo e giocoforza semplice quale il Pdf. Il primo PUP forse non voleva e non poteva entrare nel dettaglio dello sviluppo locale avendo puntato tutto sui piani comprensoriali. Ma di questi ne nacque solo uno, quello della Val di Sole seguito molto tempo dopo dalla Valsugana e dall’Alto Garda. Tutto il resto del territorio si accontentò dei PdF, spesso scoordinati fra di loro soprattutto nelle scelte delle infrastrutture e dei servizi. Ma almeno il primo PUP metteva in evidenza una visione complessiva di futuro, un investimento, insomma, per tutti i trentini. Grazie al PUP del 1967, l’urbanistica diventa centrale per definire e controllare i processi di urbanizzazione a vasta scala accettando la sfida di trasformare i contadini di montagna in operai e di modificare le condizioni insediative dando uguali opportunità alle valli rispetto alla città. In definitiva, come sostiene Sergio Giovanazzi, allora giovane collaboratore del gruppo di progettazione del PUP, quello di Kessler e Samonà fu un piano per salvare il Trentino dalla fame e dal freddo. E metteva inoltre in campo un’altra straordinaria ed originale intuizione: le unità insediative solo ora parzialmente rivalutate dalle fusioni comunali e da alcune comunità di valle. Pur con tutte le sue criticità, compresa quella dell’incompiutezza, il primo PUP riuscì a far fare un salto al Trentino ad iniziare a farlo diventare quello che è adesso. Bisognerà aspettare la sciagura di Stava per rivedere un modello di crescita ed introdurre, con il PUP del 1987 di Walter Micheli, i correttivi di cui, soprattutto dal punto di vista ambientale, il Trentino necessitava. Sia il primo come il secondo PUP ci insegnano però che per pianificare un territorio ampio e complesso è indispensabile avere una visione. Proprio quella che forse manca alla pianificazione attuale. Come sarà infatti il prossimo Piano Urbanistico Provinciale? Quali idee e visioni di futuro potrà darci? La sfida è quella della complessità delle cose da pianificare e della semplicità delle regole da condividere e non da imporre. Ma la sfida più grande sarà quella della sostenibilità ambientale ed economica delle scelte perché il primo PUP ci ha lasciato anche un’eredità insostenibile.

ROBERTO BORTOLOTTI:
(Rovereto 1951). Si laurea in architettura all’IUAV di Venezia nel 1975 e da allora svolge attività professionale sia nel settore urbanistico che in quello edilizio a Trento. Ha progettato numerosi Piani Regolatori generali nonchè piani di attuazione sia a livello comunale che sovracomunale. Le opere più significative di questi ultimi anni sono il nuovo quartiere ex Lenzi a Trento (Corti Fiorite), il Polo scolastico di Mezzolombardo ed il Centro del Fondo di Lago di Tesero per i Mondiali di sci nordico 2013. Ha partecipato a numerosi concorsi sia nazionali che locali ottenendo due primi posti, due secondi e numerosi piazzamenti.
E’ stato consigliere dell’Ordine degli architetti di Trento dal 1982 al 1995 e presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento dal 2001 al 2005.
Ha svolto attività professionale in Spagna in collaborazione con J.I Biurrun. E’ editorialista del Corriere del Trentino.