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Una breve storia

“Miserie umane” ovvero l’Ordine degli Architetti a cavallo degli anni 70-80

“Miserie umane”. Così con tono distaccato Salvotti da Presidente commentava la fine di un procedimento disciplinare o la conclusione di una diatriba tra colleghi mentre io, come segretario, riassumevo diligentemente sul libro dei verbali le conclusioni normalmente sancite all’unanimità.

Nel bi-locale di via S. Francesco ci si riuniva con cadenza settimanale sbrigando rapidamente l’ordinaria amministrazione grazie all’indispensabile lavoro di Camilla Pacher che, gestendo la segreteria in modo esperto ed efficiente, selezionava e predisponeva gli atti in modo tale che a noi bastava poco per scorrerli, verificarli e ratificarli con la certezza che a monte il “filtro Camilla” aveva già evidenziato eventuali criticità. Del resto le questioni amministrativo-formali che coinvolgevano l’attività ordinaria dell’Ordine erano relativamente poche. Facevano riferimento a normative scarne e poco complesse, il numero di noi iscritti era ancora contenuto e i nuovi ingressi non superavano la decina in un anno.

Così nell’atmosfera pregna del fumo delle pipe di Checco Wolf e del sottoscritto (vizio ahimè che io ho pagato a caro prezzo) ci restava ampio margine per affrontare argomenti ben più succosi e stimolanti. Le sedute del Consiglio si trasformavano in una specie di raduno di accoliti, di club all’anglosassone per soli soci, ove si discuteva, si teorizzava, si argomentava confessando le proprie frustrazioni con il perenne mito, sfuggente e difficilmente perseguibile dell’Architettura, quella con a A maiuscola (ricordate il simbolo nell’intestazione del vecchio bollettino?). Il tutto proseguiva andando a cena tutti assieme, sempre negli stessi posti. La Cantinota, il Roma (detto la mensa), la Posada...

L’atmosfera da club quindi proseguiva attorno a piatti fumanti e il vino serviva a rendere sempre più accese e estremizzate le discussioni. Cene che, comunque, avevano il pregio di stemperare gli animi del dopo Consiglio, smussando ed appianando gli eventuali rari contrasti rimasti in sospeso.

E proprio gli argomenti delle nostre discussioni ci faceva sentire rappresentanti di categoria partecipi di un comune sentire, come peraltro confermato dalle affollate e vivaci assemblee ove anche la componente dell’ideologia politica si faceva sentire.

In quegli anni come Ordine propugnavamo obiettivi quali il riconoscimento della complessità della progettazione, la centralità del progetto nel processo edilizio, la libertà e la preminenza della composizione formale a fronte di regole schematicamente burocratiche e ottuse, l’uso del concorso per l’affido degli incarichi, il ruolo centrale dell’Architettura (e di conseguenza quello culturale dell’architetto) rispetto all’avanzare prepotente dell’Urbanistica sempre più fagocitata dalla sfera della politica che aveva immediatamente colto le potenziali interrelazioni col connubio potere - finanza.

La controparte era rappresentata principalmente dalla Provincia di Trento che proprio in quegli anni si andava strutturando, dilatando in modo sempre più elefantiaco la componente burocratica mano a mano che andava assumendo deleghe dirette dallo Stato. Al contempo perdendo quegli slanci vitali e innovativi che invece ne avevano caratterizzato il decennio precedente: tra tutti il Piano urbanistico provinciale e la Tutela del paesaggio, solo per citare due esempi particolarmente significativi, che avevano posto in primo piano le tematiche legate al territorio e al suo utilizzo non solo in termini quantitativi.

Sono passati gli anni e constato l’attualità di molte delle tematiche di allora.

Inoltre, sono assolutamente convinto che la nostra sia tuttora l’unica categoria professionale che sia conscia dell’importanza del ruolo della propria disciplina, anche sul piano sociale. Rifuggendo scorciatoie e semplificazioni ripetitive, tutti noi perseguiamo ideali di bellezza, di purezza della forma, anche anteponendole agli aspetti venali, mantenendo vive curiosità e voglia di sperimentazione.

Nonostante la crisi del mercato, il disinteresse sociale, la desertificazione culturale, le prevaricazioni di normative meschine. Nonostante tutte le miserie umane.

P.S. A proposito di miserie personali.
Ho smesso di fumare, of course.

Presidenti dell’Ordine dal Dopoguerra ad oggi.

Presidenti dell’Ordine dal Dopoguerra ad oggi.