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Un elegante portfolio

Un elegante portfolio, accurato nella composizione grafica, ricco di immagini, preciso nelle descrizioni dei progetti documenta la produzione di Marcello Armani tra il 1970 e il 19751.

1. Il portfolio, trovato sulle bancarelle dello storico mercatino di Ripa di Porta Ticinese a Milano, si compone di 43 pagine cartonate, è titolato Marcello Armani architect 1970-1975 ed è edito per i tipi delle Arti Grafiche Saturnia s.a.s., Trento
Un elegante portfolio

Copertina del portfolio. L’immagine riguarda il progetto per un Centro turistico per gli sport invernali al Cermis, Cavalese (Trento).

Dalla prima all’ultima pagina, la galleria delle architetture proposte permette di ripercorrere alcune tra le tappe più significative di una prolifica pratica professionale che, dopo la formazione e le prime esperienze, si consolida proprio in questi anni in una maturità consapevole.
La lingua è l’inglese, segno tangibile di un’attenzione e di una proiezione verso un’internazionalizzazione assolutamente comprensibile viste le esperienze compiute dall’autore tra Olanda, Finlandia e Stati Uniti.
Ma che, al contempo, sembra contribuire ad una certa sensazione di sospensione che le pagine restituiscono: sospensione del/nel tempo e dello/nello spazio. E su questo vorrei soffermarmi per ragionare, seppur brevemente, su quello che ritengo significativo dell’opera di Marcello Armani soprattutto se assunta con il punto di vista del progettista e non dello storico.
Ad alimentare questa straniante percezione è sicuramente l’astrazione che caratterizza tutta la sua produzione. Astrazione che Armani dimostra di essere capace di declinare, quale cifra di un linguaggio per sua natura internazionalista e generali prete dei desideri e delle speranze della società”2.
E proprio ad un’altra sospensione rimanda, infine, il ruolo di interprete che il Moderno assegna all’architetto. Paradossale, se vogliamo, ma mi riferisco alla sospensione dell’architetto stesso. Per dirla con Rafael Moneo “credo che la presenza dell’architetto scompaia rapidamente e che, una volta terminati, gli edifici intraprendano una vita per loro conto. (...) Siamo tentati di pensare che gli edifici siano nostre personali affermazioni, dentro il processo in divenire della storia; ma oggi sono certo che una volta che la costruzione sia terminata, e che gli edifici abbiano assunto una loro realtà e un loro ruolo, tutte quelle preoccupazioni che avevano accompagnato gli architetti e i loro sforzi scompaiano. Arriva un momento oltre il quale gli edifici non hanno bisogno di protezione di alcun tipo, né dagli architetti né dagli eventi. (...) L’edificio si erge isolato, in totale solitudine. Non più affermazioni polemiche, non più fastidi. Esso ha acquistato una condizione definitiva e rimarrà solo per sempre, padrone di sè”3. Sfogliando ancora una volta le pagine di quel portfolio, si conferma come una sensazione di distanza tra quel presente e il nostro che induce ad interrogarci sul senso stesso del nostro mestiere.
“È questa distanza ideale, intrinseca -e non soltanto puramente fattuale- a rendere interessante gli anni Sessanta e Settanta ai nostri occhi: un’inattualità profonda, che lancia un appello radicale al presente; appello tanto più squillante in quanto massime sono le  differenze che “accomunano” i due periodi tra loro”4.
E che forse, allora, non sia questa stessa inattualità a rendere attualissime quelle condizioni di necessità del fare architettura -oltre che dell’architettura stessa- che ho cercato di riassumere e di cui quelle immagini sono epifania?

2. I. de Solà-Morales, Pratiche teoriche, pratiche storiche, pratiche architettoniche in id., Decifrare l’architettura. Inscripciones del XX secolo, Allemandi, Torino 2001, p. 145
3. R. Moneo, La solitudine degli edifici in id., La solitudine degli edifici ed altri scritti. Sugli architetti e il loro lavoro, Allemandi, Torino 2004, p. 159
4. Introduzione in Italia 60/70. Una stagione dell’architettura, a cura di M. Biraghi, G. Lo Ricco, S. Micheli, M. Viganò, Il Poligrafo, Padova 2010, p. 11
Un elegante portfolio

Edificio Bristol, Trento.
Vista da via Torre Verde e inquadramento planimetrico.

Un elegante portfolio
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Complesso di piazza Centa, Trento.
Vista dalla piazza e inquadramento planimetrico.

Edificio in via Barbacovi, Trento.
Viste d’insieme, dettaglio dell’ingresso e inquadramento planimetrico.

Residence Paradisi, Trento.
Vista dall’angolo tra via dei Paradisi e via Pilati e inquadramento planimetrico.

Quartiere di edilizia economico-popolare a Madonna Bianca, Trento.
Vista d’insieme.

Centro civico e residenziale Rainalter a Madonna di Campiglio, Trento.
Vista aerea, inquadramento planimetrico.

DAVIDE FUSARI
Davide Fusari (Trento, 1987) ha studiato Architettura all’Universidade de São Paulo e al Politecnico di Milano dove si è laureato nel 2013. Presso lo stesso Politecnico è dottorando in Progettazione Architettonica, Urbana e degli Interni e collabora all’attività didattica e di ricerca. Ha partecipato, in collaborazione, a progetti e concorsi soprattutto relativi ai temi dello spazio pubblico riportando premi e menzioni.
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