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Umberto Giupponi e l’Asilo nido di Arco

C’è stato un periodo, prima dell’avvento dell’edonismo post-moderno degli anni ’80 e quindi dell’abbandono -fortunatamente con numerose e importanti eccezioni- di una visione progressiva di futuro come ingrediente fondamentale dell’Architettura, in cui la stagione terminale del Moderno ha saputo realizzare l’Utopia di luoghi dove la materia riesce a farsi trascendente, nel suo voler elevare lo spirito e edificare persone ancor prima di edifici.

Copertina inserto UCT dedicato al progetto

Copertina inserto UCT dedicato al progetto

L’architettura moderna trae significato proprio dal senso utopico del progetto: nel suo riferirsi alla collettività, e non a un singolo fruitore, credere che il progetto possa e debba attraverso i propri strumenti operare un miglioramento della società ed estendere la qualità dell’abitare e del vivere ai più.
Il Moderno riallinea quindi il significato di progettare con quello latino di proiettare, ovvero porre il proprio fine a un futuro che ancora non esiste, ma che il progetto prevede e governa. 
Questo è il valore storico ma soprattutto ancora contemporaneo dell’architettura moderna, che trova una interessante realizzazione nell’Asilo nido di Arco progettato dall’architetto Umberto Giupponi (Bolzano 1939) nel 1975. 
Collocato a ridosso dei parchi ottocenteschi di ispirazione mitteleuropea della prima zona di espansione del nucleo storico della città di Arco, l’Asilo nido “sorge come oggetto a sé stante e come simbolo di un contenitore ricco di funzioni specifiche quali lo sviluppo della creatività, della fantasia, del contatto con la natura e l’ambiente, della disinibizione e della convivenza sociale”1. La collocazione all’interno di questo ambito verde di cerniera tra città storica e tessuto edilizio recente, appare ancora oggi particolarmente fortunata: vicina ad altre strutture scolastiche, facilmente raggiungibile a piedi nonché adiacente a una via ciclabile, ma lontana dalle principali vie di scorrimento e allo stesso tempo agevolmente collegata alla rete viaria della città. 
Il progetto opera una distinzione materica, funzionale e volumetrica tra spazi serventi e spazi serviti, disposti su una griglia ortogonale allineata alla giacitura delle adiacenti ville ottocentesche di via Capitelli, dando vita a una interessante tensione tra novità architettonica rispetto all’intorno ma omologia geometrica e di scala. Unico elemento a costituire eccezione alla regola compositiva è l’ingresso, allineato alla via di accesso (attuale via Donatori di Sangue) ma protetto da una copertura con nervature a pianta triangolare in cemento armato che faceva filtrare la luce su uno specchio d’acqua.
La zona dei servizi, più alta e caratterizzata da prevalenti pieni, è in muratura e ne simboleggia la staticità e invariabilità rispetto alla zona pedagogica che invece riflette la natura evolutiva e mutevole del proprio contenuto con una struttura leggera metallica, rivestita con un curtain-wall colorato e con una copertura a travi reticolari tetraedriche che offriva interessanti possibilità di aggancio di scenari, giochi e separazioni spaziali.
I tre colori primari del curtain-wall di dimensione 120x120 cm sono disposti dal progettista secondo un criterio di peso-colore, dove la somma dei tre dà il neutro ovvero la superficie vetrata trasparente. La disposizione di elementi vetrati al piede delle facciate della zona pedagogica permette anche ai bambini di avere visuali dirette sul giardino e sull’intorno.

Vista degli spazi interni

Vista degli spazi interni

Vista lato ovest
La cucina
Vista degli spazi interni
La serra
Vista dall'alto da sud

Vista lato ovest / La cucina / Vista degli spazi interni / La serra / Vista dall'alto da sud

Umberto Giupponi riassume l’intervento come “un laboratorio di esperienze, aperto all’esterno e pronto a modificarsi con l’evolversi delle esigenze e della società”2. Una vetrata permetteva a genitori di guardare cosa e come si cucinava per i propri figli, dove la trasparenza era occasione di comunicazione di valori e non già un mero show cooking ante litteram.
Altro elemento di interesse era la serra: un elemento di filtro tra due spazi didattici, inteso come continuazione del giardino all’interno dell’edificio e come spazio di fruizione del verde anche nelle stagioni fredde.
Il concetto era quello di un open space su cui si aprivano diversi ambiti, lo stesso utilizzato in altri esempi di asili nido edificati in quegli anni. Solo successivamente la pedagogia ha individuato un diverso modello spaziale come ideale per i bambini fino ai tre anni di età, ovvero quello che prevede spazi raccolti e ristretti che permettono ai piccoli un maggiore senso di protezione e quindi una transizione più facile verso gli spazi del mondo adulto. C’è da dire che negli anni ‘70 si trattava dei primi esempi di questo tipo di strutture, di fatto si trattava di prototipi che rispondevano a una nuova domanda direttamente legata all’evoluzione della società italiana e trentina in senso industriale e terziario.
Il progetto appare oggi tanto più radicale e innovativo se si considerano anche le sfide tecnologiche e costruttive che ha affrontato, nel panorama edilizio di più di quarant’anni fa. Ciò ha inevitabilmente portato a diversi problemi quali tenuta all’acqua e comfort climatico carenti che hanno originato interventi successivi non coerenti con la qualità del progetto e dei suoi spazi, snaturandone alcune parti.
L’amministrazione comunale di Arco, cosa non scontata visto la complessità del recupero dallo stato di abbandono in cui versa, ha recentemente deciso di intraprendere una riqualificazione e risanamento energetico-strutturale dell’asilo, affidata all’architetto Massimo Chizzola3. Il progetto di recupero, attualmente in fase di progettazione definitiva, affronta in modo attento da un lato l’interessante tema della tutela del Moderno, spesso erroneamente confuso con la fase edilizia selvaggia del boom economico degli anni ’60 e ’70, dall’altro la rifunzionalizzazione degli spazi in accordo con le attuali teorie e prassi pedagogiche. 
L’analisi documentale e architettonica dell’esistente rispetto al progetto originario, unita a una fase di ascolto con insegnanti e addetti, ha quindi portato ad elaborare una proposta architettonica di pulitura rispetto alle alterazioni sopravvenute negli anni, e di ripristino dei principali concetti insediativi tra i quali la zona filtro dell’ingresso con il vuoto del grande aggetto triangolare e il riutilizzo -in accordo con i concetti pedagogici contemporanei- degli spazi serviti caratterizzati dal curtain-wall colorato, che verrà sostituito con un sistema parete attuale che ne rispetterà modularità e ritmo.


1. U. Giupponi in “UCT”, Architetti e Architetture del Trentino, inserto redazionale n. 71

2. Ibidem

3. Massimo Chizzola, Progetto di ristrutturazione, miglioramento statico ed energetico dell'immobile p.ed. 1775 c.c. Arco, via Donatori di sangue, per apertura nuovo asilo nido, 2018

Piante e sezioni
Prospetti
Modello della struttura di copertura

Piante e sezioni / Prospetti / Modello della struttura di copertura

UMBERTO GIUPPONI:
Nato a Bolzano, 1939, laureato in architettura all’Università degli studi di Firenze.