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Temi e prospettive per la nostra professione

In Europa le costruzioni stanno avviando un processo di trasformazione e upgrading delle città, frutto di politiche nazionali, di visioni del futuro e di investimenti. Le costruzioni sono tornate a trainare l’economia europea. Nel 2017 sono infatti cresciute del 3,5% mentre il PIL in Europa è cresciuto poco sopra del 2%. In Italia le costruzioni, al contrario, non trainano l’economia, anzi sono il settore più debole dell’economia italiana.

La fase economica che stiamo attraversando è caratterizzata in Italia da una profonda crisi degli investimenti degli Enti Locali, anche nella manutenzione del patrimonio infrastrutturale esistente. “Le buche” delle strade sono solo un sintomo di una situazione assai più complessa, che non si basa solo sulla grave mancanza di risorse, ma anche di attenzione agli elementi infrastrutturali. Il crollo del ponte di Genova è solo un esempio eclatante di una situazione diffusamente critica.
Qualche numero: in Italia vi sono 743.500 edifici inutilizzati, 1.3 milioni di edifici a rischio alluvione, 551.00 edifici a rischio frana, 325.000 edifici costruiti in calcestruzzo armato e in forte stato di degrado strutturale, 79.000 km di strade a rischio alluvione e 30.000 km a rischio di frana, 1.000 km di ferrovie in aree a rischio alluvione e 600 a rischio frana; dei 337 km di rete acquedottistica Italia 74.000 hanno più di 50 anni, e 120.000 da 30 a 40 anni; il tasso di sostituzione interno della rete è pari allo 0,4% dello stock: per sostituire i 74.000 km di rete più vecchi al tasso attuale si impiegherebbero 52 anni.
Fare il punto su questa situazione vuol dire fissare le basi di un quadro critico da coniugare con il processo di innovazione tecnologico e lo scenario climatico ambientale, altrettanto critico, previsto per i prossimi anni. Vuol dire riflettere su una nuova politica per il territorio, utilizzando risorse, politica fiscale, incentivi e nuovi modelli normativi. Una sfida non facile.
Il “ritorno della città” è oggi uno dei nodi sul tappeto della competizione internazionale, su più scale. I dati ci dicono che anche in Europa le città sono tornate a crescere economicamente e demograficamente e i dati ci dicono anche che le città del XXI° secolo sono il motore dell’economia, più di prima. La crescita economica del Paese non può quindi prescindere dalla crescita delle città.
Le città vincenti sono quelle che, non soltanto crescono a livello demografico, ma assumono sempre maggior peso in campo politico, culturale ed economico: in Europa esse rappresentano poli di crescita economica e di attrattività per il mercato del lavoro: centrali di svago, dell’educazione e luoghi dell’innovazione e della produzione. L’immagine statica di città mineralizzata, tramandata attraverso secoli di storia urbana occidentale, viene sovvertita nell’era digitale dai luoghi della condivisione dove lo spazio pubblico torna ad essere protagonista.
La comunità internazionale, proprio in conseguenza del ruolo transnazionale delle città, del loro sviluppo e del fatto che da “problema” possano rappresentare “soluzione” dei molti squilibri che affliggono le comunità nazionali, ha definito indirizzi condivisi per lo sviluppo delle città. Prima l’ONU, poi la Comunità Europea hanno prodotto atti di indirizzo per un’Agenda Urbana del XXI° secolo, tutti incentrati sui principi di inclusione sociale e sostenibilità ambientale quali basi indispensabili per un progresso economico.
Gli impegni per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda Urbana 2030 dell’ONU e del Patto di Amsterdam ruotano attorno alle tre componenti dello sviluppo sostenibile: sociale, economico, ambientale.
Fondamentale, in tutte le esperienze internazionali esaminate, il ruolo centrale della cultura nello spazio edificato che favorisce e stimola la sostenibilità economica, sociale e ambientale. Non possiamo non sottolineare che l’Italia, su questi obiettivi, è in forte ritardo; allo stesso tempo la stagione che si apre per la rigenerazione urbana sostenibile è oggi quella di una eccezionale, stimolante occasione di rinnovamento e rilancio, assolutamente non rinviabile.
È quindi di tutta evidenza e improcrastinabile la necessità di mettere al centro delle politiche economiche il grande sistema dell’economia urbana, perché in una logica di competizione internazionale, le città avranno un ruolo sempre più importante. Ciò comporta la necessità di pianificare, progettare, realizzare, gestire in un contesto che non ha più la centralità nell’espansione, quanto piuttosto in una politica in gran parte fondata sull’integrazione e all’interno di un tessuto urbano e sulla rigenerazione. Ciò presuppone un eccezionale progetto politico perché la politica senza progetto, senza visione strategica del futuro delle città e del Paese è la maggior responsabile della dispersione urbana, dello sviluppo di periferie spersonalizzate, isolate, mal pianificate, delle città dell’automobile, delle case senza personalità, dell’inquinamento, dei tempi di spostamento eccezionalmente lunghi, della relazione conflittuale con l’ambiente naturale.
L’analisi della dinamica del PIL dal 2007 al 2016 sulla base dei dati ufficiali dell’ISTAT, mostra una eccezionale diversità di comportamento tra le varie regioni, segnale che non solo la ripresa non è per tutti, ma soprattutto che la ripresa esaspera le differenze quasi più della crisi. Le differenze sono evidenti e interessano, in negativo, tutto il mezzogiorno, il nord-ovest composto da Liguria, Piemonte e Valle D’Aosta, zone del centro come l’Umbria e il Molise.
La “piramide d’età” della popolazione italiana si va rovesciando; i tassi di natalità si riducono e i flussi di immigrazione non compensano la loro caduta e questo determina per l’Italia una quota di popolazione in età lavorativa sempre più bassa. Stiamo assistendo a trasformazioni epocali: la globalizzazione e le sue connessioni, la transizione energetica, le problematiche ecologiche ed ambientali, le dinamiche della popolazione.
Tutto ciò ci impone di assumere, tutti assieme, la responsabilità di essere protagonisti nel promuovere e rendere attive “politiche” sul futuro delle città e dei territori a partire dalla vita delle persone che vi abitano.
La rigenerazione delle città, intesa solo come sostituzione di parte del parco degli edifici per questioni di sicurezza e di efficienza energetica, non sarà sufficiente a rispondere a quella domanda di cambiamenti che la società contemporanea richiede: la demolizione e ricostruzione in classe “A” di fabbricati è certamente operazione importante, la cui sommatoria, però, non produce città, non è politica urbana.
La città, dopo la crisi, dovrà evitare lo spreco del suolo, essere compatta, curare la mixité funzionale e sociale, essere energeticamente efficiente, sostenibile, intelligente, sicura e sana, armonizzando e semplificando gli apparati normativi in ambito urbanistico, ambientale ed edilizio. L’obiettivo della rigenerazione non può prescindere dall’incremento dell’efficienza dei processi di investimento nelle città e quindi dalla certezza e riduzione dei tempi e dei risultati attesi, coniugando politiche tese a contrastare il consumo di suolo con quelle della rigenerazione della città, in quanto l’azione separata è perdente in entrambi i fronti.
Il processo di rigenerazione urbana necessita di una chiara e forte regia pubblica, con una programmazione di medio e lungo termine, da attuarsi comunque con puntuali cronoprogrammi in tempi definiti e con risorse certe, capace di mobilitare risorse pubbliche significative accanto a quelle provenienti dal mercato e attraverso processi innovativi di coinvolgimento dell’intelligenza collettiva, con obiettivi finali di ordine sociale, economico e culturale rispondenti all’interesse generale, rispetto ai quali l’azione sul piano strettamente urbanistico assume una funzione strumentale, seppur essenziale.
La città, macchina complessa, è il terminale di interessi conflittuali che incidono spesso in maniera devastante sulla qualità della città stessa.
Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal degrado della qualità della vita nelle periferie dei centri urbani, cresciute secondo logiche di messa a reddito dei suoli, con compromissione del disegno urbano e deficit di servizi; suolo consumato in maniera incontrollata, centri urbani sfrangiati che hanno invaso la campagna, sottraendo terreno all’agricoltura, compromettendo irrimediabilmente il paesaggio, patrimonio culturale e segno identitario della Nazione.
Dieci anni di crisi profonda hanno avuto il pregio di generare nell’opinione pubblica una nuova sensibilità sotto il profilo della sostenibilità ambientale, sociale, economica e del valore sociale ed economico della costruzione di qualità.
Cultura, qualità, trasparenza e legalità sono state le parole chiave dell’VIII Congresso degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (Roma, 5÷7 luglio 2018), in nome delle quali abbiamo chiesto con forza che i progetti delle opere pubbliche vengano assegnati attraverso concorsi di progettazione in due gradi, aperti, in quanto unica modalità che risponde ai principi di trasparenza, libera concorrenza, pari opportunità, riconoscimento del merito e che permette di selezionare il progetto migliore.