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Sul progetto di Giancarlo De Carlo per piazza della Mostra

Raccogliendo gli elaborati dei progetti partecipanti al concorso per piazza della Mostra, la redazione di “a” ha sentito la necessità di approfondire la vicenda progettuale di questo luogo analizzando anche la storia dei progetti rimasti interrotti. La storia, cioè, di quei progetti che pur non essendo stati realizzati -o anzi proprio per questo- costituiscono oggi un patrimonio di idee, approcci ed esiti con cui confrontarsi nel momento in cui si parla di un luogo, di questo luogo, e del suo futuro.

Sul progetto di Giancarlo De Carlo per piazza della Mostra

Vista della rappresentazione della galleria nel modello fisico
Da "Domus" 716

In particolare ci è sembrato significativo proporre una rilettura di quello forse più noto tra i progetti elaborati in passato per la piazza, ovvero quello di Giancarlo De Carlo. Abbiamo quindi chiesto ad Antonio Troisi, uno dei suoi collaboratori del tempo e più tardi associato, di ripercorrere per noi le ragioni e le scelte di quel progetto, di contestualizzarlo nell’opera di De Carlo e quindi di commentarlo rispetto al tempo intercorso dalla sua elaborazione.

Il progetto di massima fu commissionato alla fine degli anni ‘80 dall’allora sindaco di Trento Adriano Goio su incarico diretto. Se non ricordo male, era il momento in cui si stava affrontando la riqualificazione del centro storico e questo progetto rappresentava ‐poco prima delle elezioni‐ la conclusione della strategia complessiva di intervento sulla città antica. L’Amministrazione puntava alla trasformazione della piazza per ricontestualizzare il Castello nell’ambito del Centro Storico.
La Piazza della Mostra è caratterizzata da una forma allungata, senza né anse né golfi diceva De Carlo, segnata da un forte dislivello accentuato da un filare di alberi che taglia drasticamente lo spazio in senso longitudinale.
Nella piazza coesistono alcuni organismi edilizi, diversi per caratteristiche tipologiche ed epoca di costruzione, ma tutti estremamente eloquenti anche se con minor enfasi del Castello: la scuola di Adalberto Libera, che con i parametri della modernità dialoga con la linea delle mura e le sue concavità; l’ex palazzo della Questura, che delimita la piazza a sud; la Contrada Tedesca, monolitico e massiccio isolato che costituisce un limite invalicabile al passaggio di flussi ed energie dalla Via del Suffragio e dal Giro al Sass.
Tutti si confrontano in maniera univoca senza generare relazioni con lo spazio della Piazza, che in definitiva assume un ruolo marginale rispetto alle vivaci strade del tessuto storico adiacente. L’assenza di attività, la presenza delle auto parcheggiate e il disagio prodotto dal traffico intenso su via Clesio, ne fanno un luogo poco attrattivo ed estraneo alla vita comunitaria.
De Carlo pensava che per cambiare la piazza rendendola vitale e attiva nel contesto urbano si dovesse intervenire su tre contesti: il tessuto circostante, il sottosuolo, la superficie della piazza.
Due di questi erano essenziali per risolvere il tema della marginalità e incrementare le relazioni con il centro storico: l’eliminazione del traffico ‐che veniva incanalato in un sottopasso su due livelli, di cui il più basso destinato a parcheggio‐ e l’apertura di passaggi nelle parti comuni dello stretto tessuto di cellule gotiche della Contrada Tedesca. Rendendo più permeabile il grande isolato al fluire degli abitanti (un passaggio era ipotizzato anche attraverso la ex Questura) si sarebbe resa più attrattiva la piazza per l’insediamento di attività commerciali e ricettive. Ovviamente si era consapevoli che la realizzazione del secondo intervento, sebbene mirato e di modesto impatto, avrebbe richiesto una precisa volontà politica e tempi più lunghi e infatti questa parte del progetto era indicata come programmatica e auspicabile. Realizzabile immediatamente era invece il sottopasso che avrebbe liberato lo spazio pubblico dal rumore e dalla presenza delle automobili, rendendolo idoneo ad accogliere attività commerciali, ricreative e nuovi eventi.
De Carlo non amava le automobili che considerava macchine concettualmente vecchie, poco efficienti e destinate rapidamente a scomparire sostituite da veicoli più sostenibili. Per questa ragione non considerava generalmente utile investire risorse pubbliche in costose infrastrutture. Al tempo comunque, prima di avviare il progetto del sottopasso, si erano esaminate ‐con Pietro Gelmini, che aveva elaborato il piano del traffico, e con i tecnici comunali‐ tutte le possibili alternative al passaggio del traffico in Piazza della Mostra, senza però trovare una soluzione convincente. Dopo questa fase di studio si era quindi deciso con i referenti politici di allora che fosse necessario e urgente dare una risposta risolutiva al problema.
Tre elementi erano alla base del progetto viario: che la galleria fosse più breve possibile, che non passasse sotto gli edifici esistenti, che diventasse un luogo significativo e memorabile, anche se destinato alle automobili. Era una risposta immediata all’eliminazione del traffico ma al contempo una soluzione elaborata pensando al futuro. Guardando i disegni di progetto si intuisce che non si era pensato a un semplice percorso viario ma a qualcosa di più complesso ed evocativo, non solo per arricchire l’esperienza del viaggiare in auto ma per un possibile uso alternativo nel prossimo futuro (espansione delle gallerie del Castello?).

Sul progetto di Giancarlo De Carlo per piazza della Mostra
Sul progetto di Giancarlo De Carlo per piazza della Mostra
Sul progetto di Giancarlo De Carlo per piazza della Mostra

Vista della rappresentazione della piazza nel modello fisico
Da "Domus" 716


Argomenti di lettura e progetto


Sviluppo della sezione longitudinale e sezioni trasversali

Con il nuovo manufatto il contesto si arricchiva di un elemento imprevisto, spaziale e funzionale, sotterraneo ma affiorante, che sarebbe diventato una “porta” di accesso al centro storico, una polarità che avrebbe ulteriormente rafforzato il ruolo della piazza nel contesto urbano e incentivato l’insediamento di nuove attività.
Illuminato su entrambi i livelli dalla luce naturale tramite numerosi lucernari, nel tratto prossimo alla ex Questura si confrontava direttamente con la piazza emergendo in più punti. Questi nuovi elementi che affioravano sulla superficie -la torre ascensore, le uscite pedonali, i lucernari, come uno scheletro fossile che emerge dalla sabbia- diventavano catalizzatori delle “singolarità” e generavano una nuova configurazione spaziale sottesa tra superficie e sottosuolo.
La geometria che definiva i segni della superficie era infatti generata dai rapporti e dalle linee che legavano i diversi elementi, interpreti della scena del Castello, con il manufatto sotterraneo che ne diventava il tramite. Segni rettilinei e curvi si mescolavano mettendo in risonanza il Castello, la scuola, i fronti del centro storico.
Anche i materiali di superficie, i cordoli di pietra chiara sagomati, le nuove alberature, il disegno delle pavimentazioni partecipavano a questa sorta di rotazione delle dinamiche accentuando le spinte trasversali tra città e castello e alleggerendo quelle longitudinali. Il nuovo assetto eliminava il dislivello esistente e la piazza assumeva tre diverse caratteristiche: la parte più urbana, prossima alla Contrada tedesca, era totalmente pavimentata con lastre di grandi dimensioni in rosso di Trento, simili a quelle del centro storico; i settori intermedi, possibili espansioni per eventi straordinari, in cubetti di porfido distanziati a sufficienza da lasciar crescere l’erba; la parte superiore della piazza, più prossima al Castello, con un trattamento naturale a prato per creare un contesto scenografico al monumento.
Alla presentazione il progetto ebbe notevole successo, fu pubblicato su libri e riviste ed esposto alla Biennale di Venezia, ma dopo poco tempo, come sappiamo, fu accantonato. Non saprei dire cosa sia sopravvissuto nell’immaginario collettivo o se qualcosa sia stato assimilato nei progetti del concorso; mi è stato detto però che qualche trasformazione nella solida struttura dell’isolato storico è avvenuta nel frattempo.
Riguardando quel progetto dopo quasi trent’anni, la prima considerazione è che oggi certamente esiste un programma diverso, dovuto essenzialmente al mutato contesto storico ed economico, riscontrabile nelle richieste del bando di concorso. Trovo però che la differenza più sostanziale, che forse si può riferire a un cambiamento generazionale, è insita nel diverso approccio al progetto e forse anche al diverso ruolo dell’architetto.
De Carlo, come era sua consuetudine, si era posto come primo obiettivo di approfondire la conoscenza del luogo per capire le cause che ne generavano la marginalità, ampliando quella che normalmente viene considerata “l’area di progetto”, introducendo le variabili del tempo, e proponendo più che un progetto un processo di riappropriazione e di ricucitura. Il progetto rappresentava questa lettura.

 

ANTONIO TROISI:
Architetto, ha cominciato nel 1987 la sua collaborazione con Giancarlo De Carlo e nel 2002 è diventato partner dello studio Giancarlo De Carlo e Associati. Tra i progetti sui quali ha lavorato in quegli anni si segnalano: il progetto guida di Lastra a Signa, l’Istituto Tecnico Superiore di San Miniato (PI), il progetto per Piazza della Mostra a Trento, il concorso per il Museo della Città a Salisburgo, i progetti per le porte di San Marino, il Blue Moon al Lido di Venezia, i Laboratori della Sogesta a Urbino, l’Ospedale di Mirano (VE), il Progetto Guida delle Piagge a Firenze, Il Polo scolastico Lama Sud a Ravenna.
Nel dicembre 2005 ha costituito con Monica Mazzolani lo Studio MTA Associati, con le stesse finalità di ricerca e approfondimento nell’ambito dell’architettura e del disegno urbano, considerando il progetto un’opportunità per riflettere sul contesto fisico e sociale e sperimentando tecnologie e soluzioni spaziali innovative con un‘attenzione particolare alla sostenibilità. Tra le ultime opere di MTA Associati si segnalano: il nuovo Polo scolastico di Cesenatico, il restauro delle Mura di Massa Marittima, il completamento della Data a Urbino, il Piano di Conservazione dei Collegi dell’Università di Urbino.