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Sintesi della relazione del presidente del CNAPPC

Densa e articolata la relazione tenuta dal presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, Giuseppe Cappochin, merita di essere letta integralmente. Tuttavia - data la sua estensione - abbiamo ritenuto utile farne una sintesi, che proponiamo suddivisa in dieci punti, per agevolare la diffusione dei suoi contenuti.

Ribadendo che tale sintesi non sostituisce il testo originale, rimandiamo per la lettura di quest’ultimo alla voce “Congresso Relazione del presidente” del portale on-line del congresso.

1. Il congresso come azione di riaffermazione e non come atto di rivendicazione.
“Con questo importante appuntamento intendiamo offrire al Paese un significativo contributo al dibattito sul futuro delle città e dei territori proponendone un nuovo paradigma della qualità della vita urbana, ripensandone il modello”.
La nostra epoca “sta vivendo cambiamenti strutturali” che richiedono la “programmazione strategica di un nuovo modo di abitare il paese”.
Di questa necessità è risaltata “l’assenza dai recenti programmi elettorali di tutti i partiti politici”. Per questo motivo “obiettivo del Congresso è di alimentare un dibattito continuo ed approfondito su architettura, territori e città” motivo per cui “non si rivolge esclusivamente alla comunità degli architetti ma vuole relazionarsi con la società (...) per promuovere rapporti, scambi, relazioni e per elaborare condivide proposte concrete”.
“Alcune opinioni all’interno della comunità degli architetti invitavano a trattare soprattutto tematiche più specifiche, di natura corporativa, per caratterizzare questo evento come momento di rivendicazione. Abbiamo deciso invece di dover considerare molte delle problematiche specifiche della professione come parti di un sistema più ampio”.

2. Il congresso come momento di sintesi e come momento di avvio
“Il Congresso è sintesi perché ha avuto una sua fondamentale attività propedeutica in un viaggio di raccolta di esigenze e contributi cui hanno partecipato tutti gli Ordini provinciali italiani”, “un giro d’Italia in 14 tappe avviato a febbraio e che ha coinvolto 6000 iscritti”.
“Il Congresso è anche un punto di partenza, con l’obiettivo di una rinascita culturale verso l’acquisizione di consapevolezza e sensibilità comune per l’architettura. Il Consiglio Nazionale non perde certamente di vista le azioni politiche da attuare nell’immediato, assieme alla rete delle Professioni Tecniche e del CUP, per affrontare le pesanti criticità che tutti noi iscritti viviamo quotidianamente”.

3. La città come scenario e la necessità di un rinnovamento delle politiche urbane
“Le città vincenti sono quelle che non soltanto crescono a livello demografico, ma assumono sempre maggior peso in campo politico, culturale ed economico. (...) É quindi di tutta evidenza ed improcrastinabile la necessità di mettere al centro delle politiche economiche il tema dell’economia urbana perché in una logica di competizione internazionale le città avranno un ruolo sempre più importante”.
In Italia è “mancata, e purtroppo continua a mancare una organica agenda urbana nazionale”, sono “state prodotte un insieme di iniziative scollegate, (...) la rigenerazione urbana (è) entrata nel dibattito pubblico con anni di ritardo rispetto a tanti paesi. (...) Conseguentemente, le politiche di rigenerazione urbana in Italia sono gravate da eccessivi pesi di natura procedurale, da conflitti di competenze e di attribuzioni tra diversi livelli di amministrazione e di comparti dello Stato, da dispersioni che rendono gli interventi sulla città tendenzialmente episodici”.
Diverso lo scenario europeo. L’analisi di molti ecoquartieri innovativi ha mostrato, nei processi ad essi sottesi, alcuni aspetti ricorrenti “quali una visione strategica e di rigenerazione proiettati a 15-20-30 anni, (...) l’innovazione e la qualità degli spazi urbani e verdi (che) sono elementi trainanti del vivere la città per tutti, (...) una sostanziale coerenza tra gli strumenti di pianificazione territoriale e urbana e l’elaborazione e l’esecuzione dei progetti, (...) la relativa snellezza delle procedure e flessibilità degli strumenti della pianificazione, (...) la compresenza di famiglie con caratteristiche reddituali, sociali ed etniche differenziate, (...) il ruolo fondamentale assegnato alle politiche della mobilità”.
A varie scale, la Comunità internazionale ha da tempo elaborato documenti di indirizzo. “Prima l’ONU poi la comunità europea producono atti di indirizzo per un’agenda urbana del XXI secolo”. (...) Gli impegni per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda Urbana 20301 dell’ONU e del Patto di Amsterdam2 ruotano attorno alle tre componenti dello sviluppo sostenibile: sociale, economico, ambientale”.
“Ciò - tuttavia - presuppone un eccezionale progetto politico perché la politica senza progetto (...) è la maggior responsabile della dispersione urbana, dello sviluppo di periferie spersonalizzate, isolate, mal pianificate, (...), dell’inquinamento, della relazione conflittuale con l’ambiente naturale”.

4. La specificità italiana: resilienza, polarizzazione, piccola dimensione
“Il messaggio che arriva dall’analisi demografica e da quella economica è di una forte accentuazione degli squilibri territoriali”. “Le dinamiche in atto (...) vanno configurando nuove geografie territoriali e nuove geografie infrastrutturali e pongono con necessità l’esigenza di una nuova lettura del modello economico-insediativo italiano in competizione esterna con i sistemi europei e mondiali e in competizione interna con le diverse anime territoriali del Paese”.
Emergono, in particolare, “una crescente distanza economica tra nord, centro e sud e nuove distanze che si vanno generando entro le stesse aree del nord; il nodo della dimensione delle città nella competizione internazionale; la capacità del sistema insediato del nostro Paese di reggere la competizione sviluppando nuovi modelli di rete; la gerarchia infrastrutturale che disegna mappe di accessibilità troppo diverse e squilibrate; la storica forza dei distretti industriali che, con diversi risultati, sembrano reggere le nuove sfide; le nuove dinamiche demografiche che fissano scenari di spopolamento, invecchiamento e flussi di immigrazione territorialmente molto diversi”.
“In questo scenario l’Italia mostra una particolare condizione urbana: poche grandi città, tante città medie e piccole, un territorio rurale e interno costruito” riflettendo quindi questi caratteri negli esiti dell’analisi del suo ingente patrimonio edilizio residenziale.

5. La qualità del costruito come proposta di paradigma
Una necessaria, ma non passiva, accettazione della specificità di una condizione come quella italiana può essere quindi al centro della riflessione mirata ad “una nuova fase urbana che richiede come priorità il disegno del futuro e una nuova cultura della costruzione di qualità. Quella cultura che rappresenta l’obiettivo centrale della dichiarazione di Davos3 sottoscritta dai Ministri europei della cultura che (...) hanno dichiarato il ruolo centrale della cultura dello spazio edificato rimarcando che il valore e il carattere insostituibile dei paesaggi e del patrimonio culturale europei devono essere sottolineati, mettendo l’accento non soltanto sulle città e sugli spazi urbani ma anche sugli spazi periferici e rurali e sulle loro connessioni. La dichiarazione evidenzia, tra l’altro, che la cultura della costruzione di qualità deve essere prevista nei pertinenti strumenti normativi; per tutte le attività che abbiano un impatto sullo spazio deve essere imperativamente fissata, quale obiettivo fondamentale, la qualità elevata dello spazio edificato nel suo complesso. Questa esigenza di qualità deve avere la stessa rilevanza degli interessi economici e tecnici”.

6. La formazione di una domanda di architettura come pre-condizione culturale
“La cultura della costruzione di qualità presuppone la capacità della società di giudicarla ed esige quindi un grande impegno nel settore dell’educazione e della sensibilizzazione. (...) L’architettura deve entrare nelle scuole per generare una cultura della domanda di architettura”.
D’altra parte è necessario “attivare una strategia di sistema dell’architettura italiana” che concorra a dimostrare che “il sistema dell’architettura è una risorsa per il paese, un sistema importante di formazione, ricerca e professione che può essere altamente competitivo e attrattivo sul piano internazionale, capace di produrre risorse e occupazione qualificata, un asse importante del Made in Italy anche sul piano culturale, scientifico, professionale, commerciale e industriale”.

7. Un piano di azione nazionale come indirizzo

Quanto sin qui constatato, l’esigenza di un sistema articolato e integrato di politiche a varie scale - unito alla riaffermazione del contributo pro-attivo che la figura dell’architetto può dare - ha portato, operativamente, all’ipotesi di un “piano di azione nazionale per le città sostenibili” i cui principi sono incentrati “nell’equità territoriale; nell’inclusione sociale; nello sviluppo della cultura, della partecipazione, della creatività collettiva; nella qualità dei paesaggi, degli ambienti urbani, dello sviluppo pubblico e delle architetture; nella lotta ai cambiamenti climatici; nella riduzione del consumo di suolo agricolo e urbano; nella valorizzazione del territorio rurale e dell’agricoltura”.
Principi che devono tradursi in azioni quali: “programmi di finanziamento strutturali; programmi strategici; finanziamenti specifici ad alimentare il cassetto dei progetti; nuove forme di partenariato; riforma degli strumenti di pianificazione; predisposizione di bandi concorsuali per la selezione dei progetti meritevoli; messa in sicurezza del territorio e degli edifici; potenziamento del trasporto pubblico; creazione di una trama di infrastrutture verdi e blu; risparmio energetico e sviluppo delle energie rinnovabili; gestione del ciclo dell’acqua; potenziamento delle reti tecnologiche e telematiche; mantenimento di una stretta correlazione tra il livello della pianificazione e della progettazione; previsione di status giuridici specifici per gli ambiti di rigenerazione”.

8. “Eco-città” come modello competitivo di governance e di sviluppo
In un’ottica di integrazione e di sistematizzazione dei progetti alle varie scale “condizione prioritaria per l’approvazione e il finanziamento dei progetti predisposti dagli enti locali dovrebbe essere il conseguimento da parte della comunità metropolitana di appartenenza del titolo di Eco-città del XXI secolo”, titolo che potrà essere conseguito “presentando le criticità della situazione esistente e le azioni già avviate ai fini della sostenibilità ambientale, economica e sociale, illustrando nel contempo le strategie, i progetti e le metodologie d’intervento previste per il prossimo futuro, dimostrandone la fattibilità”.
Con l’obiettivo, anche, di stimolare l’innovazione e la sana competizione tra gli enti, “quali criteri prioritari di selezione si possono indicare: l’inclusione; il coinvolgimento di più comunità locali; l’integrazione; la qualità progettuale; le risorse finanziarie pubbliche e private integrative; la valutazione del previsto impatto ambientale”.

9. Per una legge per l’architettura
Assunta la necessità di ricomprendere gli intenti sopra citati entro un quadro normativo, consapevoli che “le scelte politico-strategiche inerenti l’architettura e il paesaggio intervengono nello sviluppo del Paese in termini di sostenibilità ambientale, economica, sociale, culturale, (...) a sviluppare economie competitive per un miglioramento generale del livello sociale e umano” si assume che “oggi nel nostro Paese è necessaria la definizione di una legge che tratti specificatamente la materia4, ai fini di garantire il benessere della collettività e delle generazioni future riconoscendo l’architettura e il paesaggio come patrimonio comune di interesse pubblico. (...) Un paese civile, avanzato e di grandi tradizioni culturali deve avere la capacità di inserire le azioni di trasformazione del territorio pubbliche e private in un quadro organico di progresso, non solo meramente economico ma anche culturale e civile della società. (...) Tali indirizzi sono già stati individuati ed espressi dalla maggior parte dei Paesi Europei”.

10. Lo strumento del concorso di progettazione come promessa di qualità
Il progetto architettonico costituisce il processo fondamentale per l’attuazione delle strategie di trasformazione necessarie ai fini del perseguimento degli obiettivi posti e, quindi, in esso dovrà manifestarsi quel massimo grado di qualità richiesto per il loro successo.
Il concorso di progettazione si delinea quindi come lo strumento competitivo con le maggiori potenzialità per raggiungere tali scopi. Concorsi che possano essere trasparenti, aperti ai più, senza limitazioni per ragioni di fatturato, bilanciati nell’impegno richiesto, articolati in due gradi di giudizio, valutati da giurie composte - nel primo grado - esclusivamente da esperti del settore e che possano concludersi con l’assegnazione al vincitore degli altri livelli della progettazione e almeno della direzione artistica.