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Rizzi, tra architettura e filosofia

L'incontro Il paesaggio, dentro e fuori, secondo il progettista roveretano «medaglia d'oro» nel suo campo.

«Non puoi contemplare il paesaggio che è fuori di te, se non sai contemplare il paesaggio che è dentro di te». Sono le parole di sant'Agostino, che Renato Rizzi (nella foto) ha fatto proprie in un incontro organizzato dalla Comunità della Vallagarina e dall'Ordine degli architetti e moderato da Patrizia Belli.
La scorsa settimana la sala della biblioteca civica, a cui Rizzi ha donato il proprio archivio di lavoro, era al completo. Di fronte ad un nutrito pubblico «di amici», il progettista medaglia d'oro per l'architettura italiana è stato colto dall'emozione; salutando, iniziando a parlare, fermandosi per alcuni secondi senza parole, ripartendo poi, incoraggiato da un applauso, in un monologo dal ritmo serrato.

Rizzi, tra architettura e filosofia

I temi? Teoria della progettazione ed estetica dell'architettura. Un discorso non solo per addetti ai lavori, concentrato in gran parte su filosofia e sguardo umanistico, le cifre del progettare per l'eccentrico architetto roveretano. Stranendo chi non lo conosce, la parola chiave della lezione è stata anima: «il luogo deputato a raccogliere le immagini e le forme».
Un po' filosofo e un po' scienziato, Rizzi arriva tardi all'architettura, da geometra, diventando professore all'università Iuav di Venezia e saggista. Dal 1984 al 1992 collabora a New York con Peter Eiseman, lavorando ai progetti de La Villette a Parigi, della sede del Monte dei Paschi di Siena, dell'Opera House di Tokyo. Oltre alla vittoria di concorsi internazionali, in Trentino realizza il Pala Ghiaie (2002) e il Museo Casa Depero (Premio del paesaggio del Consiglio d'Europa 2009 e menzione d'onore Compasso d'Oro Adi).
Il rapporto con la città è rimasto saldo nella sua percezione del paesaggio: «Vivevo in viale Zugna, un po' sopra i tetti di Rovereto. Li ho allenato lo sguardo. Vedevo dove nasce e tramonta il sole, l'illuminazione... Era come stare sempre a teatro». E poi l'Italia e la grande architettura del ‘300 e del ‘500, di fronte alla quale bisogna essere grati e responsabili: «Siamo i gran lavoratori che devono contemplare e ricevere, non dominare».
Un discorso non limitato al progettare ma riguardante ogni lavoro umano, questa la filosofia che è emersa. Non sono mancati i riferimenti alla tecnologia, compresa al pari di un monoteismo che ingabbia le persone in una realtà digitale. Come Narciso è incantato dal suo riflesso, gli specchi d'oggi («cellulare deriva dalle auto delle forze dell'ordine») sono a misura di dito, digitali appunto, «prodotti di un mondo binario», sebbene utili. Gli antidoti all'alienazione virtuale partono dall'uomo e arrivano all'architettura: l'umiltà di fronte alla natura anziché l'onnipotenza, il qui e ora all'onnipresenza, la consapevolezza che «tutte le scienze concorrono all'anima» anziché alla tecnica. In altre parole, un approccio metafisico alla vita e al progetto. Ne consegue una critica antipositivistica dell'insegnamento dell'architettura contemporanea: fatta di bandi, mode, regolamenti e lavori collettivi a discapito della ricerca.
In questo percorso fra dentro e fuori, anima e mondo, l'architetto roveretano sembra cercare l'unione e la bellezza contro l'inversione tecnica volta solo alla costruzione ripetitiva e frenetica (il riferimento è a certa architettura dal dopoguerra in poi). L'aspetto più rilevante di queste riflessioni sta probabilmente nel confrontarle con i progetti curati. Comunità di valle e Biblioteca civica hanno promesso di portare avanti gli incontri sul tema.

Rizzi, tra architettura e filosofia
Rizzi, tra architettura e filosofia
Rizzi, tra architettura e filosofia
MARCO GALVAGNI:
Marco Galvagni è laureato in Conservazione dei Beni culturali e in Antropoloogia culturale, etnologia e etnolinguistica presso l'università Cà Foscari di Venezia.
Nei campi dell'antropologia dello spazio e del rischio, si occupa del rapporto fra uomo e ambiente, comunità e paesaggio, con particolare attenzione ad aree marginali e a interazioni fra modelli produttivi e diverse comunità in situazioni di conflitto (sociale, culturale, politico).