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Riabitare l’esistente

Riuso, recupero, restauro o riciclo dell’esistente? Il tema incardinato sulla necessità di perseguire un razionale utilizzo del patrimonio edilizio esistente e di porre un limite al consumo di suolo, è da intendersi come opportunità nella prospettiva di definizione di una strategia di rigenerazione delle sequenze spaziali tra luoghi differenti, siano essi caratterizzati da segni minuti, tracce ricorrenti o manufatti di pregio, emergenti nel tessuto più o meno denso dei nuclei insediativi come in contesti paesaggistici di grande pregio. E gli obiettivi del recupero e della riqualificazione dei centri storici, come dei contesti periferici o produttivi, ma anche di ambiti rurali e montani, vanno definiti secondo scenari alternativi di sviluppo territoriale integrati da riflessioni sulla sostenibilità socio-economica, energetica ed ambientale.

Ordinary Landscape - Presentazione delle idee progettuali.

Ordinary Landscape - Presentazione delle idee progettuali.

Se il progetto evidentemente risponde ad un programma funzionale, a delle necessità concrete espresse da una comunità, ad una condizione di emergenza di un territorio sempre più fragile, quello che realmente definisce la qualità della trasformazione dell’esistente è però la profonda conoscenza del luogo nella sua articolata stratificazione storica. Come in uno scavo archeologico va dunque affinata la capacità di selezionare correttamente le parti da conservare e restaurare rispetto a quelle da asportate perché una trasformazione tesa a “riabitare l’esistente” deve essere capace di ricomporre gli elementi, antichi, vecchi e nuovi, in una ritrovata unità.
Per fare questo è necessario saper cogliere le ricorrenze tipiche, eliminare o ricomporre frammenti disomogenei, integrare spazi interni ed esterni in nuove sequenze spaziali che disvelano le potenzialità nascoste di un contesto oggi degradato. Il tutto al fine di riattivare un sistema ricco di relazioni che, mentre attribuisce nuovi valori all’esistente, interpreta le necessità odierne in una visione del futuro che “trascrive” i segni del passato. La lettura delle tracce permette di individuare elementi radicati nel profondo che ritornano ad essere riferimento per interventi di riqualificazione capaci di restituire nuove possibilità, di cogliere permanenze ed invarianze, di riconoscere il valore aggiunto generato dalla sopravvivenza di uno spazio inalterato rispetto ad uno antropizzato.
In questa attitudine alla ricerca, emerge la complessità del progetto contemporaneo che deve interpretare il tema secondo un approccio estesamente multidisciplinare, contemplando anche gli aspetti socio-economici, amministrativo-gestionali e di sostenibilità ambientale. Che deve indagare e operare sempre, alle diverse scale, da quella territoriale a quella di dettaglio, per definire strategie capaci di riattivare una rete di relazioni oggi perdute e di offrire nuovi usi e nuovi sguardi sul paesaggio.
L’area industriale di Ala (TN), rappresenta in tal senso un caso studio emblematico per verificare, attraverso gli strumenti del progetto architettonico e urbano, le nuove possibilità trasformative. Ciò è stato possibile grazie alla partecipazione degli studenti del Laboratorio di progettazione architettonica 3, che ho condotto con Chiara Toscani al Politecnico di Milano tra il 2013 e il 2015 e i cui risultati sono stati pubblicati in Ordinary landscape. Nuovi scenari per le aree produttive di Ala edito da Maggioli Editore nel 2016 e presentati in un convegno-mostra ad Ala grazie al prezioso contributo di Comune, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, Osservatorio del Paesaggio e step.
Il lavoro degli studenti ha dimostrato come l’area produttiva di Ala possa essere oggetto di trasformazioni che prevedono forme di recupero e riuso dell’esistente, partendo da un ricercato progetto dello spazio aperto come spazio pubblico, collettivo. Questo attraverso la valorizzazione di elementi, relazioni e luoghi in parte dimenticati, attivando processi virtuosi di riqualificazione per integrare paesaggi produttivi attenti all’energia e all’ambiente con paesaggi dello sport e della ricreazione.
Indagando il settore locale, i progetti hanno prefigurato nuovi scenari che intrecciano produzioni di filiera, dal riciclo al biologico, usi complementari, pratiche innovative e attività di commercializzazione. Interpretando trame e crinali del cluster industriale, hanno mappato e trasformato gli spazi residuali tra gli edifici e/o le infrastrutture o gli incolti produttivi. Hanno ridisegnato le gerarchie dei percorsi carrabili e pedonali, definendo nuove internità o attraversamenti pedonali per costruire relazioni inusuali con il paesaggio tra montagna, terrazzamenti coltivati e fiume.
Hanno indagato i temi della densità edilizia e dei modelli produttivi innovativi proponendo, per fasi temporali, un principio di “decrescita” attraverso la progressiva riduzione del consumo di suolo e la riallocazione dei volumi, per integrazione o stratificazione sull’esistente. Questo immaginando una città compatta e sostenibile, che apre il grande “recinto” produttivo a permeabilità alternative, caratteristiche dello spazio urbano, e promuove una mixitè di usi innovativa che prevede sovrapposizioni di funzioni sia in termini fisici che temporali (ore o giorni diversi). Questo in modo che vi sia compenetrazione tra spazio del lavorare e spazio dell’abitare anche attraverso l’innesto di strutture per attività sportive, che occupano spazi inconsueti come le coperture degli edifici o residuali come gli spazi tra i lotti, e funzioni minime quali spazi di co-working, temporary shop e piccole strutture attrezzate a servizio dei lavoratori (bar, edicola, banca, asilo nido) nel tentativo di rivitalizzare quei luoghi altrimenti inutilizzati al di fuori delle ore lavorative.

Riabitare l’esistente

Recuperando colture storiche perdute, alcuni progetti hanno immaginato filiere produttive innovative che coniugano gli aspetti della coltivazione agricola con l’idea di un “paesaggio produttivo” per la qualità ambientale della città. Grazie ad operazioni di bordatura o di densificazione della vegetazione in veri e propri “campi urbani” i progetti costruiscono nuove relazioni tra campagna e cluster industriale, anche attraverso il recupero di edifici esistenti ed il collegamento alla rete ciclopedonale che lambisce l’area.
Indagando infine gli aspetti energetici, connessi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, ed ambientali (qualità dei suoli, ciclo dell’acqua e biodiversità), alcuni progetti hanno ipotizzato l’utilizzo di dispositivi di fitodepurazione per costruire un paesaggio integrale, capace di coniugare gli aspetti funzionali di gestione della superficie dura e impermeabile della piastra industriale con l’idea di assumere l’acqua come elemento generatore di nuovi spazi urbani di qualità. Altri hanno invece guardato al paesaggio dei versanti montani e del fondovalle, indagandone gli aspetti propriamente botanici. Questo con l’intento di evidenziare il potenziale rappresentato dalla gestione del territorio e dallo sfruttamento delle biomasse di scarto per la produzione di energia. Il bosco e la tradizionale varietà delle colture di valle sono stati assunti come patrimonio collettivo di cui promuovere la consapevolezza, attraverso piccoli atti trasformativi capaci di dare evidenza ad alcune connessioni e di costruire una narrazione del paesaggio.
Nell’indagare queste tematiche emerge con evidenza la necessità di un approccio interdisciplinare, capace di cogliere la rilevanza di alcune componenti tecniche, ma anche l’esigenza di riportare a sintesi questi ragionamenti dentro il progetto dello spazio e dentro lo specifico del discorso dell’architettura, sottraendosi da un lato alla tentazione di un atteggiamento troppo didascalico e dall’altro a quella di un tecnicismo ridotto alla mera adozione di dispositivi e forme standardizzate.
In tal senso i progetti elaborati tentano di costruire una sintesi tra le istanze di nuovi modelli di sviluppo e la capacità di recuperare legami profondi anche con le preesistenze, con la memoria dei luoghi, con la loro specifica configurazione morfologica ed orografica, per costruire nuove figure insediative per un abitare e produrre sempre più in equilibrio con la natura dei luoghi e con la storia, costruendo nuove relazioni importanti tra parti separate di territorio, lavorando sulla forma dello spazio aperto, che sta tra le cose, un tempo spazio residuale, oggi sempre più risorsa su cui lavorare per rigenerare l’esistente.

Riabitare l’esistente
Riabitare l’esistente
Riabitare l’esistente

Foto di Giuseppe Varchetta