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Quali scenari per la città storica?

Il tema del prefigurare lo sviluppo del nostro ambiente, che si pensa di condurre con pianificazioni e norme, richiama a nuove riflessioni circa quali strategie possano orientare il futuro degli organismi edificati all’interno di scenari che, a livello mondiale, vedono la progressiva crescita dell’urbanizzazione e dell’inurbamento della società con una sempre maggior percentuale della popolazione abitante le città dove si accentrano servizi e lavoro.

Il nuovo centro culturale Lou Pourtoun

Il nuovo centro culturale Lou Pourtoun
(progetto IAM-Polito, Massimo Crotti, Antonio De Rossi, Marie-Pierre Forsans)
Ostana, Cuneo
Foto di Silvia Pasquetto

Dunque, di fronte ai generali cambiamenti sociali ed economici in atto che vanno dall’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione della configurazione dei nuclei familiari, all’esigenza di mobilità, alla variata capacità economica sullo sfondo di una rinnovata consapevolezza dell’importanza dei temi ambientali ed ecologici, della crescita di attività innovative, dell’interesse verso la cultura anche “immateriale”, in sintesi di fronte alle nuove dinamiche del vivere, la città storica si pone in una posizione privilegiata.
D’altra parte, se a livello globale i temi legati ad una nuova attenzione verso la concentrazione urbana e il contenimento del consumo di suolo attengono a scale e a reti di relazioni e connessioni ampie e consolidate, il caso dei territori minori e delle aree interne rivela rispetto a questi orizzonti una sua intrinseca specificità. Chiedersi allora verso quale futuro possa evolvere l’attenzione ai centri storici, testimoni di un passato che man mano sembra diluirsi nell’attuale società liquida e veloce e d’altra parte portatori di possibili e positive risposte ai temi della limitazione dell’espansione urbana, della innegabile spinta all’accentramento e razionalizzazione dei flussi e della tanto auspicata rigenerazione dei territori, costituisce un interrogativo che richiede risposte plurali e commisurate sia rispetto ai punti di vista con cui lo si analizza che alle scale e agli ambiti geografici che interessa.
Consolidato dovrebbe essere oramai un presupposto: i nuclei caratterizzati da una formazione e stratificazione storica hanno delle peculiarità da salvaguardare essendo custodi, nella loro natura fisica e costruttiva, dei valori culturali della società.
In tal senso essi sono luoghi dell’anima dove la collettività si riconosce e diventano così testimoni della memoria di una memoria sociale condivisa.
Spesso finora chiusi in un irreale recinto, essi sono stati analizzati, studiati, spesso musealizzati e ridotti ad icone turistiche.
Si è pensato, con l’uso del vincolo, di preservarli dall’incoscienza di chi non percepisce il valore della persistenza dei caratteri identitari e culturali nelle forme del costruito. Senza analisi e vincolo si sarebbe perso molto. La pratica e la politica della conservazione sono ormai da decenni fatti acquisiti per chi opera e amministra il territorio trentino, ma non si può negare come si cerchi persistentemente ancora la possibilità di una demolizione e ricostruzione o di un passaggio da una categoria di risanamento conservativo a quella della ristrutturazione per smarcarsi da vincoli ritenuti eccessivi, in un processo silenzioso che agisce per piccole porzioni distruttive. Alcune norme che indirizzano al rinnovo valorizzano o snaturano? Cosa si deve dunque conservare e come permettere invece che i centri storici favoriscano il riuso e la rivitalizzazione dei propri comparti?
I tessuti urbani, infatti, non sono certo musei bensì organismi stratificati, frutto di evoluzione, ma se in passato il mutamento lento permetteva un adattamento naturale, l’equilibrio tra una fase e l’altra ora è minato da dinamiche irrimediabilmente varie e veloci.
Il concetto di bene culturale, che ha confini ben più ampi di quelli direttamente trattati dalle Soprintendenze, risiede nella materialità autentica ma si amplia anche alla dimensione immateriale che giace nei valori che si annidano e affiorano nella specificità dei luoghi.
Il recupero dunque, va oltre la dimensione conservativa del fatto edilizio per richiedere la costruzione di visioni strutturate socialmente, fondate economicamente e legittimate culturalmente, che riescano a proporre un progetto volto al futuro mirato a trasmettere in modo vivo le identità e i patrimoni locali.
Non basta più un atteggiamento classificatorio e vincolistico, ma occorre attivare una produzione culturale creativa, un recupero strutturale dove conservazione e trasformazione non siano in contraddizione, ma azioni consapevoli integrate e consequenziali. Se il valore testimoniale nasce dalla conoscenza da mettere a sistema e interrelare, se le dinamiche evolutive vanno indagate per valutare le buone pratiche e gli errori commessi, è necessario altresì attivare processi che facciano conseguentemente leva su una rinnovata qualità del vivere intrisa dei valori umanistici e culturali propri dei singoli luoghi ma aperti allo scambio con l’altro. La Baukultur in questo caso deve tradursi in un modello di urbanità a misura d’uomo passando dal concetto di restrizione a quello di maggior valore per cui l’aspetto stratificato -formalmente, costruttivamente e funzionalmente- dei centri storici non va appiattito alla finzione di quinte ricostruite, bensì recuperato e rinvigorito nella sua essenza di autentica testimonianza che sa parlare di ciò che ci ha portato all’oggi e fa parte di noi.
Occorre valorizzare il costruito storico attivando processi che dall’analisi prefigurino interventi, non di congelamento, ma di indirizzo delle mutazioni compatibili, pur salvaguardando la natura fisica, costruttiva e culturale delle sue peculiarità, riuscendo a comprendere come il nuovo possa dialogare con il preesistente sia in termini edilizi che in termini sociali e funzionali.
La conservazione può tradursi, se ben indirizzata, verso contenuti visti anche come valore economico o come reale percezione di qualità della vita: Il concetto di rigenerazione non riguarda infatti solo strade ed edifici, ma si amplia alle persone stesse e ai modi del loro abitare e vivere i luoghi di cui esse sono protagoniste. La rigenerazione si attua con strategie e strumenti per intercettare e promuovere le possibilità di crescita, senza le quali si va verso l’abbandono. In questo tutto il sistema urbano e territoriale va però coinvolto, ricreando l’osmosi e la connessione tra centro e periferia, consci dell’interdipendenza dal contesto e della necessità di andare oltre il bene fisico per considerare anche l’aspetto socio economico e quello sistemico di legame tra i vari aspetti.

Immagine del borgo

Immagine del borgo
Ostana, Cuneo
Foto di Silvia Pasquetto

Immagine del borgo

Immagine del borgo
Ostana, Cuneo
https://www.comune.ostana.cn.it/vivere-ostana/gallery/ostana-i-borghi
Foto di Silvia Pasquetto

MARIA STELLA MARINI:
Architetto e titolare di uno studio di architettura a Fiera di Primiero, esercita la libera professione soprattutto nel campo del restauro e della ristrutturazione. Interessata ai temi del patrimonio storico fin dalla tesi di laurea che anticipava l’approccio ai nuclei minori di edilizia consolidata, ha fatto parte di commissioni edilizie e di tutela (è attualmente esperta per la Provincia di Trento nella CPC della val di Fassa). Ha partecipato a pubblicazioni di analisi del patrimonio storico - urbanistico. Consigliere dell’Ordine degli Architetti di Trento dal 2011.