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Prigionieri di geometrie complesse Considerazioni su un passato prossimo che appare remoto.

Osservando la città dall’alto o percorrendo le vie, appare evidente quanto si è costruito nel secondo Novecento e in particolare in quegli anni Settanta nei quali si sono evidenziati i benefici del “boom economico”. Come hanno ricordato i filmati che scorrevano nelle televisioni poste a chiusura del percorso di visita, la mostra ha indagato quel breve lasso di tempo tra lo sbarco dell’uomo sulla luna e la vittoria ai mondiali di Calcio del 1982. L’abbraccio degli italiani avvolti dal tricolore aveva chiuso un decennio segnato dall’attacco di Settembre Nero delle Olimpiadi di Monaco, dalla strage di via Fani, dalle testate nucleari della guerra fredda, dall’epilogo della guerra in Vietnam, dalle speranze e dalle illusioni che ancor oggi ruotano attorno al mito Woodstock. Sono gli anni delle lotte per il lavoro, la salute, l’ambiente e la dignità della persona come nel caso della battaglia culturale e legislativa di Franco Basaglia. Al generale sviluppo industriale si affiancarono le prime difficoltà tecniche di strutture produttive spesso superate e difficilmente adeguabili alle nuove esigenze produttive o di sicurezza, come nel caso della Sloi, la fabbrica di piombo tetraetile incendiatasi nella “calda” estate del 1978.

Prigionieri di geometrie complesse Considerazioni su un passato prossimo che appare remoto.

In dieci anni Trento è cresciuta e i trentini sono cambiati con lei.
La generazione nata nei quartieri realizzati negli anni Settanta o che ha usufruito dei servizi attivati nel decennio precedente, si pensi alle strutture sanitarie e sportive della Bolghera, è radicalmente diversa dalla generazione precedente. Sono trentini che osservano da casa il mondo e vivono con maggior distacco la città1.
Le realizzazioni attorno alle quali si svolge la mostra, portano con sé i riflessi di quanto visto in Inghilterra, negli stati Uniti e a Roma rispettivamente da Perini, Armani e Salvotti.
Focalizzando l’attenzione su tre progettisti, la selezione fatta dai curatori limita i materiali in mostra a poche costruzioni rappresentative, emblematiche o esemplari.

I lavori alle pareti di Carlo Andreani, Italo Bressan, Mauro Cappelletti, Silvio Cattani, Bruno Colorio, Giancarlo Gardumi, Annamaria Gelmi, Diego Mazzonelli, Romano Perusini, Aldo Schmid e Luigi Senesi, dialogavano con i materiali esposti sulle provvisorie trame geometriche dell’allestimento. Gli scatti di Fernando
Guerra e le eliocopie dei disegni tecnici hanno reso evidenti i molti punti di contatto delle singole ricerche. Architetti, ingegneri e artisti appaiono in molti casi accomunati da un meticoloso processo di progettazione dell’opera. Le sfumature di Schmid o gli “intermedi cromatici” di Senesi dimostrano un virtuosismo esecutivo artigianale e l’applicazione sperimentale, per necessità o opportunità, di nuovi materiali messi a disposizione dal mercato e dalla tecnica, analogamente a quanto accadeva in quegli anni nei cantieri. 

Le costruzioni in mostra si misurano in tonnellate di acciaio e calcestruzzo e contrastano con le astrazioni cercate dagli artisti e suggerite dai pochi tratti a china dei progettisti.

Le qualità delle opere edilizie, espresse attraverso il rigoroso controllo di geometrie, materiali e colori, passano in secondo piano. Quantità e rapidità del costruito ci interrogano sulle condizioni politiche, economiche e tecniche che hanno reso possibile una trasformazione urbana, sociale e culturale così radicale. Sorprende il legame tra programmi d’investimento e pianificazione urbanistica, un legame che è, in molti casi, la principale azione progettuale. Nei progetti in mostra, oltre alle influenze internazionali si riconoscono gli influssi del dibattito italiano, caratterizzato da una continua e proficua ricerca che aspira contestualmente alle perfezioni astratte degli anni Trenta e alle feconde sperimentazioni e contaminazioni del secondo dopoguerra2.

Lo studio degli anni Settanta consente di cogliere, complice il ritardo dell’economia trentina, i primi passi dell’industrializzazione del processo costruttivo. L’uso della prefabbricazione, introdotta in provincia anche attraverso le realizzazioni della società Del Favero e i lavori dello studio Perini, modifica le responsabilità e i ruoli tra committente, finanziatore, costruttore progettista e direzione lavori.

1. Quanti gli hanno preceduti, pur trasferendosi dalle valli o dal centro della città nei nuovi quartieri popolari hanno portato con se i ricordi e le tradizioni popolari e talvolta rurali.

2. Tra le realizzazioni in mostra riconosciamo le certezze programmatiche dei quartieri progettati per Olivetti da Figini e Pollini negli anni Trenta e i dubbi posti dalle riflessioni sul rapporto con le preesistenze di Ernesto Nathan Rogers.

Luigi Senesi, Intermedio cromatico, 1974

Luigi Senesi, Intermedio cromatico, 1974
acrilico su tela, 140,5 x 100,5 x 2,5 cm
MART 2068
Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

Ordine degli Architetti Trento

Luigi Senesi, Cromatico, 1974
Acrilico su tela, 140x200 cm
Collezione Privata 
Foto: Archivio Fotografico Mart

La partecipazione diretta di alcuni progettisti ai rischi e agli utili sia nella costruzione, sia nella gestione del patrimonio immobiliare hanno ulteriormente scompaginato prassi e competenze introducendo nuovamente nel mercato quelle figure d’ingegneri imprenditori che avevano contribuito alla costruzione della città sin dalla fine dell’Ottocento3.

La figura dell’architetto inevitabilmente si ritaglia margini di soddisfazione professionale nei lavori di restauro, arredo e nelle ricerche di urbanistica e sociologia.

La pianificazione territoriale definita dal piano urbanistico provinciale, la contestuale istituzione di parchi naturali e aree sciistiche, la progettazione dei nuovi quartieri di Madonna Bianca e della Clarina, le scelte per i centri direzionali, come nel caso di quello programmato in piazza Fiera e in seguito realizzato in via Romagnosi proprio da Armani, Perini e Giovanazzi, sono programmi accompagnati da accesi dibattiti tra cittadini e forze politiche4.

La pianificazione è, soprattutto in quegli anni, azione politica.

Il suo esito sarebbe dovuto scaturire dal dibattito e dal confronto politico su idee e progetti.

La ricerca propedeutica alla mostra ha portato in luce frammenti di opinioni, di polemiche e di battaglie sulla stampa e nelle piazze ma poche sono ancora le informazioni utili alla ricostruzione dei processi decisionali che, si comprende, rapidi e in carico a pochi.

Gli investimenti tra via Romagnosi e via Dogana (1971-1985), quelli dei complessi Giulia e di via Paradisi (1968), il serpentone di corso degli Alpini al campo Coni (1972), evidenziano la rapidità con la quale le iniziative imprenditoriali private o legate al mondo cooperativo, risposero, sempre più spesso, alle esigenze della città con l’efficienza, la rapidità e le libertà proprie dell’iniziativa privata.

Quanto realizzato è comprensibile anche alla luce degli stretti rapporti tra le classi politiche, dirigenziali e imprenditoriali, una prossimità inevitabile in una città relativamente piccola come la Trento
degli anni Settanta e resa ancor più stretta dai rapporti di parentela, amicizia e stima che legano molte delle figure di cui stiamo parlando.

Quanto costruito in quegli anni, in alcuni casi con una determinazione ritenuta dalle opposizioni politiche, arrogante e interessata, deve tenere nella giusta considerazione i rapporti personali tra progettisti, finanziatori e amministratori ma soprattutto la pragmatica volontà e l’orgoglio posto nel raggiungere comuni obiettivi, di servizio alla comunità, di utile economico e di soddisfazione professionale5.

Da alcuni ritagli di giornale, da stampe a ciclostile e da qualche scatto fotografico emerge l’impegno di chi aveva combattuto alcune iniziative pubbliche o speculazioni private attraverso gli strumenti del dibattito culturale, del dissenso e della lotta politica. Sono le battaglie dell’architetto Alessandro Boato, del fratello Marco e di quanti come Alexander Langer, hanno inserito l’impegno per la tutela dell’ambiente e del paesaggio in un più ampio progetto culturale e politico6. La consapevolezza della sostanziale irreversibilità delle trasformazioni in atto, la piena coscienza del carattere fondativo delle azioni di riorganizzazione amministrativa, societaria e territoriale sono alla base del loro impegno militante e dell’ostinato servizio alla comunità nonostante incomprensioni e sconfitte.

Non sorprende trovare Alessandro Boato e altri esponenti del movimento “urbanistica democratica”7, tra i funzionari del Servizio Urbanistica che in quegli anni lavorano alla stesura di una norma a tutela degli insediamenti storici che ha costituito uno strumento normativo innovativo ed efficace (legge provinciale n. 44 del 6 novembre 1978)8.

Il Trentino che fa da sfondo alle costruzioni in mostra è quello amato e descritto da Aldo Gorfer e Flavio Faganello. Solo il vento bussa alla porta, il libro da loro pubblicato nel 1970, documenta il progressivo abbandono della montagna, testimoniando lo scomparire di tradizioni, tecniche, luoghi e persone.

Nel 1973, Nicolò Rasmo, storico dell’arte, Soprintendente alle Gallerie e Monumenti e responsabile, in assenza di piani regolatori, delle principali competenze di tutela e controllo della pianificazione, lascia il suo Ufficio insediato, sin dal primo dopoguerra in quel castello del Buonconsiglio dal quale aveva osservato le trasformazioni del territorio e della comunità. Rasmo, nato a Trento nel 1909, aveva frequentato la Soprintendenza diretta da Giuseppe Gerola, amava e conosceva la storia del territorio, i tesori artistici e i fragili equilibri ambientali9

Quale funzionario dello Stato poteva permettersi un certo distacco dalle pressioni economiche e politiche. Apparteneva, come amava ricordare, al “partito della storia dell’arte”10. Attraverso il dialogo franco con molti progettisti è riuscito a suggerire, e in taluni casi a imporre, una maggior attenzione al contesto e alla storia dei luoghi, evitando errori, favorendo processi virtuosi e cambi di registro nella scelta del linguaggio architettonico, come nel caso del progetto di Gian Leo Salvotti per un condomino in via Travai11.

Nei primi anni Settanta molte competenze passarono dallo Stato alla Provincia. Anche l’amministrazione pubblica rispose alle attese di rinnovamento scaturite dalle contestazioni degli anni Sessanta e riesplose a metà degli anni Settanta, riorganizzandosi e il rafforzando l’autonomia da Roma e da Bolzano. La creazione di nuovi uffici ha segnato l’avvio di una primavera culturale con nuove forze, nuove regole, molti progetti. Le attività culturali sono state coordinate dal professor Bruno Passamani e dall’assessore Guido Lorenzi.

 

3. Si pensi alle figure di Francesco Ranzi, Pio Giovannini, ai fratelli Emilio e Giorgio Paor o alle attività che ruotano attorno alle famiglie Scotoni e Frizzera.

4. Uno spaccato sull’urbanistica di Trento in quegli anni è offerto dai ritagli di stampa raccolti nel fondo Michelangelo Perghem Gelmi conservato al Mart in fondo Mart, (M. M., “Soluzioni d’avanguardia per la zona di Clarina”, in “Alto Adige”, 18 dicembre 1965 e s.a., “Cosi la città degli anni Settanta”, in “L’Adige”, 1967).

5. Trento conta poco più di novantamila abitanti ma la cerchia ristretta delle persone che contano nei salotti decisionali può rientrare tutta in una cornice, come avviene nelle grandi tele di Michelangelo Perghem Gelmi degli anni Ottanta.

6. L’architetto Alessandro Boato ha utilizzato anche lo strumento del progetto per manifestare il proprio dissenso o per esporre punti di vista alternativi suggeriti dai luoghi e da esigenze riferibili alla sostenibilità d’iniziative e progetti.

7. Oltre ad Alessandro Boato vi sono, Enrico Ferrari, Furio Sembianti, Mario Tomasi e Gianni Zampedri impegnati nella sperimentazione della tutela degli insediamenti storici avvalendosi anche del contributo di Roberto D’Agostino e Leonardo Benevolo.

8. L’impegno dell’architetto Mario Tomasi è ricordato sul quotidiano “Trentino” da Rinaldo Cao “Morto Mario Tomasi, una vita per l’urbanistica” 3 aprile 2005 e da Sandro Boato il 5 aprile 2005 “Rigoroso e mai servile”. Il Servizio Urbanistica esercita la tutela del paesaggio dal 1973, anno del passaggio delle competenze dalla Soprintendenza statale ai Monumenti alla Provincia Autonoma di Trento. I contributi di quell’esperienza culturale e legislativa sono raccolti nel volume: Enrico Ferrari, Furio Sembianti, Mario Tomasi e Gianni Zampedri, I centri storici del Trentino, Silvana Editoriale, Milano 1981. Tra gli autori del volume vi sono inoltre Roberto D’agostino, Sergio Giovanazzi, Michelangelo Lupo, Aldo Gorfer, Carlo Oradini, Giuseppe Šebesta.

9. Sulla missione di Rasmo si veda: Per l’arte / Für die Kunst. Nicolò Rasmo (1909-1986), Silvia Spada Pintarelli (a cura di), Comune di Bolzano, Bolzano 2009.

10. Come ricorda Silvia Spada Pintarelli in un articolo dedicato a Rasmo sul quotidiano Alto Adige del 3 febbraio 2011.

11. I due progetti elaborati da Gian Leo Salvotti, tra il 1967 e 1968 e la licenza a costruire trascritta nel catalogo della mostra aiutano a comprendere il percorso virtuoso che ha portato alla condivisione di un progetto in grado di “migliorare” quella parte di città. Almanacco 70, cit., pp. 161-162.

Ordine degli Architetti Trento
Ordine degli Architetti Trento
Ordine degli Architetti Trento

Giovanni Leo Salvotti De Bindis, “Rosso e Nero” Prospetto ovest, 1971 - Eliocopia su carta, 30x61 cm
Comune di Trento - Archivio di deposito - n° 156/71 

Carlo Andreani, Forma e spazio, 1970 - Tecnica mista su tela su tavola, 137x73 cm
Studio d’Arte Raffaelli - Foto: Archivio Fotografico Mart

Romano Perusini, Sintesi razionale, 1964 - Rilievo sensibile a collage su tela, 120x85 cm
Collezione dell’artista - Foto: Archivio Fotografico Mart

Sono gli anni della fondazione del Museo degli usi e costumi di San Michele all’Adige diretto da Giuseppe Šebesta (1968), della creazione del sistema bibliotecario trentino (1977)12 e della formazione della Sezione Contemporanea del Museo Provinciale d’Arte per ospitare la quale è stato acquistato e restaurato palazzo delle Albere (1980).

La frenetica attività delle acquisizioni d’arte contemporanea e moderna, in gran parte suggerite dall’intuito di Gabriella Belli e di Michelangelo Lupo, giunto da Torino nel 1974 per lavorare all’assessorato alle Attività Culturali, costituiscono l’atto fondativo di un percorso che, attraverso l’arte, indaga le specificità locali, studia le avanguardie e dialoga con l’Europa e il mondo13.

I lavori di Mimmo Rotella, Luigi Veronesi, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Tullio Garbari, Umberto Moggioli, Gino Severini, Angelico Dallabrida, Bartolomeo Bezzi, autori in alcuni casi ancora viventi all’atto dell’acquisizione delle opere, entrano a far parte del “patrimonio” culturale della comunità trentina accanto a dipinti e statue antiche, a reperti provenienti da scavi e al ricco patrimonio librario e archivistico in continua fase di restauro.

Sulla conservazione, sulla ricerca e sulla sperimentazione si giocano le azioni del progetto culturale provinciale, perseguito avviando campagne archeologiche, restauri di castelli, chiese e opere d’arte14. Tra le iniziative lungimiranti che hanno nel tempo dato molto frutto con minima spesa, è doveroso segnalare la creazione in torre Vanga del laboratorio provinciale di restauro attivo dal 1975 e l’istituzione di Borse di studio grazie alle quali si è formata quella generazione di operatori che, attraverso migliaia d’interventi manutentivi e di restauro, ha contribuito alla quotidiana conservazione del patrimonio artistico trentino15.

Associazioni, circoli, gallerie d’arte, hanno offerto occasioni d’incontro tra artisti, progettisti e committenti, favorendo quelle esperienze che hanno trovato espressione nel design, nelle ricerche spaziali e nelle opere che completano e ornano edifici pubblici e privati16.

Riccardo Schweizer e Luigi Senesi, come avvenuto in precedenza con Luigi Bonazza, Wenter Marini e altri artisti di formazione mitteleuropea, hanno cercato di superare i limiti delle competenze professionali che ruotano attorno al mondo del costruire, mettendo a disposizione conoscenze tecniche e sensibilità plastiche e cromatiche. Le ricerche di Senesi sul Cromo-paesaggio del 197717 e la “progettazione esecutiva” dell’intermedio Cromatico del 197418, suggeriscono le potenzialità di alcune ricerche che avrebbero potuto esprimersi anche alla scala architettonica e del paesaggio. Come accaduto sin dalle avanguardie del Primo Novecento, l’astrazione accomuna molte ricerche in campo pittorico e in architettura, ma la costruzione, nelle quantità e nei pesi è artificio concreto che occupa spazio, impegna risorse, sostituisce, sovrasta e determina nuovi equilibri economici e sociali.

Nel 1978, anno più volte ricordato in questo saggio, muore Carlo Scarpa. La sua scomparsa accompagna il chiudersi di un’epoca nella quale il committente chiedeva all’intuito dell’artista e alla perizia tecnica dell’artigiano l’individuazione di soluzioni specifiche disegnate a misura. Scarpa viveva in continuità con il passato costruendo ad arte il presente. L’esperienza di Carlo Scarpa, influente quanto irripetibile, ha contribuito a stimolare le ricerche che ruotano tuttora sui temi del tempo e del fare nonostante le urgenze e le soluzioni offerte dall’industria delle costruzioni spingessero, già allora, verso la standardizzazione, la prefabbricazione, la specializzazione professionale e la fornitura di servizi19.

In mostra era esposta un’opera di Carlo Andreani, dal titolo Forma e spazio (1970)20. Andreani era un artista a lungo impegnato nella cura di tele e affreschi: fissava pellicole pittoriche crettate, eseguiva strappi e distacchi di affreschi, posava le mani su superfici consunte che illuminava con luce radente per osservarne sabbie, calci e strati sovrapposti. Interrogava materiali scolpiti dal tempo cogliendone poesia e potenziale estetico. Sulle opere che salvava scorgeva le tracce degli errori e dei virtuosismi del fare, trovava le impronte dell’Uomo che era artefice e osservatore. 

 

12. Legge Provinciale del 26 agosto 1977, n. 17, Norme ed interventi per lo sviluppo delle biblioteche e dei musei, aventi carattere provinciale.

13. Assessorato alle Attività culturali della Provincia Autonoma di Trento, [a cura di], Restauri ed acquisizioni 1973-1978, Temi, Trento 1978; Gabriella Belli (a cura di), Giuda alla selezione d’arte contemporanea, Provincia Autonoma di Trento, Trento 1983.

14. Solo per citare alcuni esempi tra i cantieri attivi tra il 1973 e il 1978 si ricordano gli scavi delle palafitte di Fiavè e la conclusione degli scavi in Duomo, i restauri nei castelli di Avio, Belfort, Ivano, Stenico, nelle chiese dei Santi Pietro e Paolo a Trento, a San Rocco di Borgo Valsugana - la citata pubblicazione Restauri e acquisizione conta circa 227 schede descrittive escludendo dal calcolo gli interventi sui beni librari.)

15. Il laboratorio in torre Vanga, dove hanno lavorato nei primi anni Maximilian Leuthenmayr e Nereo Niero è stato attivato per il restauro ligneo. Attraverso le Borse di studio triennali finanziate dalla Provincia Autonoma di Trento tra il 1977-1980 e 1980-1983, si sono formati a Verona con Pirepaolo Cristiani, a Bologna con Ottorino Nonfarmale e a Trento con Carlo Andreani, quasi tutti gli operatori del settore tra i quali segnaliamo: Lucio Ferrai, Maria Chiara Stefanini, Maria Luisa Tomasi, Iris Paolletti, Maria Pia Tamanani, Carlo Emer, Enrica Vinante, Roberto Marzadro, Roberto Perini e Francesca Raffaelli questi due ultimi dagli anni Novanta lavorano su tutti i materiali nel laboratorio di restauro provinciale riorganizzato presso la sede della Soprintendenza in via San Marco. Tra le azioni del laboratorio di restauro ricordiamo l’apprestamento di un’unità mobile in occasione del terremoto del Friuli. Informazioni tratte da: Elisa Leonardi, Materiali per un dizionario dei pittori restauratori attivi in Trentino nel XIX e XX secolo, tesi di laurea, Università degli studi di Trento, A.A. 2002-2003, relatore Andrea Bacchi e dalla presentazione di Guido Lorenzi del volume Restauri e acquisizioni, cit., 7-12.

16. Questi intrecci sono ben rappresentati dalle relazioni tra Aldo Schmid, Gian Leo Salvotti e Annamaria Gelmi che emergono dai documenti trascritti nel catalogo della Mostra, dai molti scatti fotografici in occasione delle inaugurazioni di mostre e dalla trama di rapporti personali tra i componenti del gruppo Astrazione oggettiva e in seguito, in anni più recenti dall’associazione culturale Formato Arte, realtà nelle quali è attivo Mauro Cappelletti.

17. Almanacco 70, cit., pp.177-178.

18. Ivi, pp. 173.

19. Oria Wolf Gerola, allieva di Carlo Scarpa negli anni della formazione universitaria è impegnata a lungo in progetti di restauro, ascolta le storie dei luoghi e delle cose, inserendo, dove necessario, nuovi servizi e collegamenti in modo pragmatico e dichiarato. Michelangelo Lupo ricerca, dove possibile, soluzioni pertinenti con il gusto, le eleganze e la “personalità” degli edifici ai quali si mette a “servizio” [michelangelolupo.it]. Luciano Perini, come nel caso dell’ampliamento della Cassa malati di Trento in piazza Venezia, accetta l’incolmabile distanza tra passato e presente, affiancandosi alle preesistenze per contrasto adottando soluzioni formali che per l’iterazione delle componenti strutturali, alludono al mondo delle prefabbricazione. Quanto da lui realizzato negli anni Settanta è l’esito di grandi cantieri con lavorazioni prevalentemente tradizionali in calcestruzzo gettato in opera e spesso rilavorato a mano. A differenza delle realizzazioni di Perini quelle di Armani sfruttano maggiormente le potenzialità della prefabbricazione cercando un ordine monumentale.

20. Carlo Andreani (1905-1989) attivo a Mantova nei principali monumenti della città si trasferisce in Trentino nel 1949 lavorando agli affreschi del santuario di San Romedio, alla chiesa dell’Annunziata a Trento, nel chiostro del Duomo di Bressanone, al castello di Campo Tures e su moltissime tele. Ulteriori informazioni nella citata tesi di Elisa Leonardi e nel catalogo della mostra dedicata alla sua produzione artistica, tenutasi a palazzo Trentini a Trento nel 1994.

 

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Giovanni Leo Salvotti de Bindis, Condominio “Rosso e Nero”, 1971 - Comune di Trento, Archivio Storico

Sullo sfondo: Giancarlo Gardumi, Tema 1200, 1973 - Collezione Privata

 

Nelle sue opere stendeva intonaci, graffiava, tagliava, incideva, consumava indagando personali vie lontane da calcolate e temporanee perfezioni.

Di fronte al lavoro di Andreani era esposta Sintesi Razionale (1964), un’opera con la quale Romano Perusini ha creato spazi definiti da trame e figure geometriche semplici e iterate. L’opera è una cangiante monocroma scultura artefatta nella quale si scorgono molte affinità con le ricerche che l’architetto Salvotti ha sperimentato, proprio attraverso l’uso dei modelli, alla scala territoriale e alla scala del dettaglio.

Molti sono i punti di contattato tra i lavori esposti in mostra suggeriti dall’allestimento, sono affinità per comuni sensibilità, tecniche o parallele ricerche.

Le trame d’ombre tracciate su lucidi da Annamaria Gelmi (Ombre, 1978), inevitabilmente, ricordano quelle proiettate dalle torri di Madonna Bianca e lo stratificarsi nell’elevarsi dei lavori di Perini e Armani trova nelle alternanze cromatiche di Garduni e Mazzonelli altre formali corrispondenze. Al peso dei cementi armati, ai contrasti cromatici, alle concrete e funzionali certezze, fanno da contraltare gli svolazzanti tessuti acrilici di Italo Bressan che richiamano le sperimentazioni più immateriali di Ezio Miorelli21. Ma i punti di contatto più interessanti non sono da ricercarsi solo nelle forme e nelle figure ma nel rigore di un metodo che impone una realizzazione priva d’imprevisti, perseguita attraverso la verifica e il calcolo.

Questi fattori partecipano a definire un’oggettività che si esprime senza residui romantici, caratteristica, quest’ultima che Mario Radice riconosce ad Annamaria Gelmi in occasione della mostra tenutasi a Como nel 197322

Il processo d’elementare astrazione dell’insediamento a piastre e lame innalzato a Trento sud da Perini e Armani si complica nei condomini costruiti in via Gazzoletti e in via Pilati che s’insinuano tra il costruito dell’isolato sfruttando ogni metro cubo a disposizione.

In questa città progressivamente sempre più satura e anonima, Gian Leo Salvotti risponde facendo proprie le ambizioni di Adalberto Libera che in tutte le opere aveva coniugato i principi razionali del costruire con le componenti simboliche proprie dell’architettura. Libera aveva elaborato nel tempo geometrie e strutture portanti sempre più complesse offrendo occasioni e spazi agli artisti che partecipavano alla costruzione degli edifici. Probabilmente anche attraverso la loro frequentazione, Libera aveva percepito, sin dalla metà degli anni Trenta, che i paradisi promessi da banali geometrie rischiavano d’imprigionare i progetti in quelle rigide trame scardinate nella mostra dal lavoro di Carlo Andreani23.

Chiudeva il percorso di visita la ricerca di Mauro Cappelletti, Pittura direzionale (1976), che attraverso il pennello ha costruito spazi prospettici segnati in alto da un dispositivo arancione che orienta e invita a guardare lontano24.

 

21. Accomunano i due artisti lo svelarsi del percorso di sperimentazione che prosegue e si rende evidente anche nelle realizzazioni delle opere.

22. Mario Radice, Una donna che dipinge senza residui romantici, Almanacco 70, cit., pp.166-167.

23. Si pensi ad esempio alle pitture murali di Giuseppe Capogrossi al cinema Airone progettato da Libera nei primi anni Cinquanta.

24. Sul tema del progetto della tela s’invia il lettore al testo di Dino Marangon, Ancora pittura nel catalogo della mostra di Villa Lagarina dedicata a Cappelletti e Finzi, Nicolodi, Rovereto 2005.

Ordine degli Architetti Trento

Mauro Cappelletti, Pittura direzionale, 1976
Collezione privata
Acrilici e fluorescenti su tela, 150x150 cm
Collezione Privata
Foto: Archivio Fotografico Mart

...SULLA TUTELA DEL CONTEMPORANEO
La tutela del patrimonio del Secondo Novecento è materia assai complessa anche sotto il profilo giuridico. Nel caso di opere il cui autore è vivente non possono essere soggette al Codice dei beni culturali, ma potrebbero essere tutelate attraverso la legge sul diritto d’autore. La demolizione del convento dei Cappuccini a Mattarello, il “tradimento” dell’edificio Bigaran a Trento, la proposta demolizione della Cassa Malati a Rovereto e la prossima demolizione del complesso ex Amnil, sempre a Rovereto, tutte realizzazioni dell’ingegnere Luciano Perini, testimoniano la “fragilità” di queste architetture apparentemente incrollabili e pensate per un futuro che, per molti aspetti, sembra già passato.