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Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori

Per chi è appassionato di storia e di geografia locale, i due libri di Aldo Gorfer sulla nostra provincia1 costituiscono un riferimento quasi obbligato. Valli, fondivalle, altopiani; città, paesi, borgate, nuclei sparsi vi sono descritti con profusione in un linguaggio ricco e preciso a ricomporre il gran teatro del nostro territorio.

Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori.

Foto di Floriano Menapace

Caltron non c’è. O meglio c’è, ma come appendice piccola e brevissima di Cles. Scrive il Gorfer “Caltron (m 698, ab. 106), a nord del centro, in ore 0,15, con chiesetta di S. Lucia, edificata prima del 1326 e riedificata nel XVII sec. Nell’interno trittico del XV sec. L’altare che lo sostiene, dorato e intagliato, è notevole opera dei fratelli Ramus”. Niente altro.
Ed è in questa piccola borgata appena separata dal più grande abitato di Cles ma ancora morfologicamente riconoscibile e stretta tra fruttuosi meleti, che una lungimirante Amministrazione comunale ha scelto, nel 2012, di dare risposta alla popolazione locale che chiedeva una casa per la comunità attraverso un concorso di progettazione ad inviti rivolto ad architetti under 35.
Tenendo conto tanto delle esigenze espresse dalla popolazione quanto dei caratteri del sito assegnato all’edificio, il bando di concorso richiedeva un organismo architettonico composto da una porzione fuori terra ad uso casa sociale, una porzione interrata ad uso magazzino ed un secondo interrato ad uso garage/deposito possibilmente indipendente. La casa sociale -che poteva essere disposta su due livelli- doveva poter comunicare con il giardino, avere un’ampia zona coperta a veranda e, al suo interno, ospitare una sala riunioni, dei servizi igienici, un piccolo angolo cottura e un ufficio. Venivano richieste soluzioni semplici, solide, di facile gestione, di elevata durabilità, che privilegiassero l’impiego di materiali naturali.
Al bando, su 80 progettisti invitati, rispondevano in 8 tra i quali Mirko Franzoso2 che risultava vincitore della competizione. I lavori, iniziati subito dopo, si concludevano con l’inaugurazione avvenuta nel 2015.
Rapportandosi ora con l’orografia del terreno ora con la scansione dei volumi circostanti e dei filari dei meli, l’edificio realizzato si compone di un basamento in calcestruzzo lavato e di un volume compatto in legno rivestito in doghe di larice e scandito da setti i cui intervalli inquadrano, arretrati, i serramenti.
La distribuzione del programma funzionale rispetta le richieste del bando avendo cura, attraverso le forme dell’architettura, di ottenere spazi esterni, interni e di mediazione accoglienti e sempre relazionati tra loro e con il paesaggio.
Paesaggio che diviene lo sfondo e l’affaccio soprattutto dell’ampia sala belvedere al primo piano, dove la tettonica della forma si rivela definitivamente nel rapporto tra la sagoma del volume e l’ossatura della sua costruzione, trovando fuoco visivo e costruttivo nel pilastro asimmetrico che, isolato, sembra poeticamente farsi carico degli sforzi e dei pesi di tutto il guscio lasciando libera e lieve l’amenità della vista verso la valle.
A tre anni di distanza dal suo completamento potremmo dire che le immagini di questo edificio sono diventate per tutti noi quasi familiari: le abbiamo viste pubblicate molte volte e citate altrettante perché in questo intervallo di tempo l’edificio ha attirato l’attenzione di molti divenendo oggetto di articoli, pubblicazioni, esposizioni e premi.
Tra gli altri, già nel 2014 ha ottenuto la menzione d’onore al premio internazionale “Nature” rivolto ai giovani progettisti under 40, promosso nel corso della manifestazione “Tianjin Design Week” in Cina. Nel 2016 l’edificio è risultato secondo classificato al premio “IQU-Innovazione e la qualità urbana” promosso dal Gruppo Maggioli ed è stato menzionato nel corso della Rassegna Architettura Arco Alpino. Nel 2017 è stato vincitore del premio “Costruire il Trentino 2013-2016” promosso dal CITRAC Circolo Trentino per l’Architettura Contemporanea e dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento. Per quest’opera il suo autore è stato premiato, nel 2016, come “Giovane talento dell’architettura italiana” e, nel 2018, con il Premio speciale all’opera prima nell’ambito della VI edizione della Medaglia d’oro per l’architettura italiana della Triennale di Milano. Contemporaneamente il progetto è stato esposto nelle rispettive mostre a cui si aggiunge la presenza alle partecipazioni nazionali della Biennale di Venezia del 2016 e la pubblicazione nel relativo catalogo. Oltre alle copertine e ai servizi di a -nei numeri Concorsi, 4/2015 e Buona, giovane architettura, 4/2016- e della bolzanina “Turris Babel” è stato pubblicato su riviste di diffusione nazionale ed internazionale come “Paesaggio urbano”, “L’industria delle costruzioni”, “Of-arch”, “C3”; sulla versione online di diversi periodici del settore dell’architettura, come “Domus” e “The Plan” oltre che su riviste locali; in volumi che raccolgono progetti ritenuti esemplari per vari aspetti, tra i quali i recenti 20 Architectural projects against climate change e i 100 progetti italiani selezionati dal CNAPPC in occasione del Congresso nazionale degli architetti dello scorso luglio.

Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori
Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori
Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori
Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori
Modello Caltron. La qualità delle architetture pubbliche nei centri minori

Foto di Floriano Menapace

Non siamo certo abituati in provincia di Trento ad un tale ritorno d’immagine per un’architettura pubblica, ancor più se realizzata in un centro minore, ancor più se realizzata a partire da un concorso per architetti under 35, sostanzialmente alla loro opera prima.
Cercando di guardare alla sostanza di questi riconoscimenti -più che alla loro forma- rileviamo come essi sottendano alcune implicazioni che fanno di questa esperienza quasi un “modello”.
L’interesse suscitato da quest’opera ci dice di come l’apertura di un’amministrazione pubblica coniugata con la capacità progettuale e realizzativa di una piccola opera da parte di un progettista, possano avere risvolti forse inaspettati o forse nemmeno cercati ma sicuramente positivi che, oltre a soddisfare la domanda iniziale, aggiungono alla semplice risposta quel quid necessario al raggiungimento di un livello qualitativo superiore.
Il tema che essa svolge ci ricorda, poi, di come qualsiasi tema di progetto possa essere occasione di architettura, di buona architettura. Il progetto di una sala per la comunità e di alcuni spazi a servizio delle sue associazioni possono diventare anch’essi momento di sperimentazione progettuale e formale e da questo possono venirne a loro volta qualificati in un processo che si sostiene mutuamente.
Dal punto di vista del progettista l’esperienza ci dimostra come guardare al dibattito internazionale transalpino e ai linguaggi architettonici che esso propone non equivalga a sottomettersi ad una qualche forma di esperanto, ma di come questo sguardo possa alimentarsi e a sua volta alimentare nuove possibilità progettuali in modo attivo, radicandosi ai luoghi cui è chiamato a dare risposta.
Questo implica una forte responsabilità per chi progetta perché, non intendendo il progetto come maquillage di forme e modi di costruire immediatamente correnti, lo espone all’aver compiuto una scelta e -quindi- alle sue conseguenze, compresa la difficoltà di replicare quella capacità di scegliere nelle opere ad essa successive.
Infine, da parte di chi ha puntato il suo sguardo su Caltron e su quest’opera si è rivelato un interesse -forte e comune di questi tempi- per le dinamiche “di provincia” e per le forme architettoniche in cui esse si riversano, per i modi in cui le comunità si “danno casa” e per il ruolo che in questo assegnano all’architettura.
Detto altrimenti si è esplicitata l’attenzione per il modo in cui, anche e soprattutto nelle aree cosiddette periferiche, l’attenzione al territorio, alla sua cura e al modo in cui abitarlo si confronta criticamente e costruttivamente con una contemporaneità radicata nella tradizione, stimolando e coinvolgendo, quali interlocutori, giovani architetti. Questa attenzione è una moda?
I crescenti segnali di interesse mostrati sia dalle ricerche in corso, che dalla continuità della pubblicistica e delle iniziative di settore, che dai documenti e dalle proposte di enti legati all’architettura e non solo, ci dicono che potrebbe non esserlo e che oltre all’attenzione mediatica potrebbe esserci uno spessore culturale tale da generare significative ricadute sui territori interessati. Ma questo sarà possibile soprattutto se anche altrove riusciranno a ripetersi simili sinergie tra popolazione, amministrazione e progettista, capaci di dare luogo ad un proficuo cortocircuito tra domanda di abitare lo spazio collettivo e fiducia e lungimiranza nei modi in cui concretizzarla.

1. Gorfer, Le valli del Trentino, 2 vol., Edizioni Manfrini, Trento 1959 (1975)
2. Mirko Franzoso (Cles, 1978), consegue la laurea in Architettura presso lo IUAV nel 2005. Nel 2006 inizia l’attività professionale in proprio con sede a Cles. Partecipa a concorsi nazionali ed internazionali, ottenendo importanti riconoscimenti.

DAVIDE FUSARI:
(1987) studia Architettura all’Universidade de São Paulo e al Politecnico di Milano dove si laurea con lode nel 2013 e presso cui ha svolto attività di ricerca e collabora alla didattica. Lavora tra Milano e il Trentino, collaborando a progetti a varie scale. Con altri ha partecipato a numerosi concorsi di progettazione -soprattutto relativi ai temi dello spazio pubblico e degli edifici collettivi- riportando premi e menzioni.