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Luigi Caccia Dominioni a Morbegno. Architetture per una città alpina in formazione

“Io sono un ‘piantista’: nel senso che sulla pianta ci sono, ci muoio, sia che si tratti di un palazzo per uffici che di un appartamento di sessanta metri quadri […] Sono architetto sino in fondo e trovo l'urbanistica ovunque […] In realtà l'appartamento è una microcittà, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati. Mi sono sempre appassionato agli spazi piccoli e ho sempre dato l'anima per farli sembrare più grandi, ad esempio allungando i percorsi, contrariamente a una certa tendenza che tende a ridurli. L'ingresso diretto in soggiorno non lo amo perché non riserva sorprese, mentre il compito dell'architetto, io credo, è anche quello di suscitare un succedersi di emozioni […] I miei ingressi, le mie scale, persino i mobili sono soluzioni urbanistiche”.
(Luigi Caccia Dominioni)

Luigi Caccia Dominioni, Achille e Pier Giacomo Castiglioni Progetto di concorso per una nuova piazza urbana a Morbegno, 1939  fonte Luigi Caccia Dominioni architetto in Valtellina e Grigioni, a cura di A. Gavazzi e M. Ghilotti, Skira, Milano 2010.

Luigi Caccia Dominioni, Achille e Pier Giacomo Castiglioni
Progetto di concorso per una nuova piazza urbana a Morbegno, 1939 
fonte Luigi Caccia Dominioni architetto in Valtellina e Grigioni, a cura di A. Gavazzi e M. Ghilotti, Skira, Milano 2010.

Quanto segue è una sintesi dell’elaborato che Luca Polidori ha presentato ai fini del conseguimento della laurea triennale in Progettazione Architettonica al Politecnico di Milano, sotto la supervisione mia come relatore e di Davide Fusari come co-relatore. Un elaborato esito di un’appassionata ricerca alimentata, da un lato, da un profondo senso di appartenenza ai propri luoghi e alle proprie radici e, dall'altro, resa feconda da una forte curiosità che lo ha spinto ad “andare oltre” le immediate apparenze e le facili assonanze cui le raffinate architetture di Luigi Caccia Dominioni possono condurre. Questo gli ha permesso di cogliere, seppur senza pretesa di sistematicità, la loro influenza attiva nella costruzione della Morbegno di oggi. Pur episodi singoli, la loro ricomposizione entro la trama unitaria della città ce ne dimostra la rilevanza urbana che essi man mano assumono, sapendo rispondere ciascuna alla sua situazione restituendo, nel loro insieme, le potenzialità che l'architettura può avere nella costruzione della città e della sua dimensione e qualità collettiva.
(Carlo Alberto Maggiore, architetto, docente in Composizione Architettonica e Urbana, Politecnico di Milano)

Morbegno cresce: visioni per una città alpina moderna (1939)
Fino al termine dell’Ottocento Morbegno si presentava come un tradizionale paese alpino di fondovalle, affacciato sul torrente Bitto, raccolto attorno alla Collegiata, punteggiato da alcune dimore nobiliari – tra cui quella dei Caccia Dominioni –, segnato ai suoi margini da complessi religiosi e dal ponte di Ganda. 
La strada che percorreva tutta la Valtellina passava internamente all’edificato storico, da essa si diramavano tortuose mulattiere che conducevano d’un lato alla catena montuosa meridionale e dall’altro ai campi che si sospingevano sino all’Adda e che ai tempi davano lavoro alla popolazione morbegnese.
Il processo di crescita della città odierna ha inizio con l’arrivo di due importanti infrastrutture: la ferrovia nel 1884 e la statale dello Stelvio nel 1939. Contestualmente alla realizzazione di queste importanti direttrici l’amministrazione comunale indice un concorso per la realizzazione di una piazza. Risulta vincitore il progetto di Luigi Caccia Dominioni che, insieme ai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni, propone il potenziamento dell'asse di collegamento tra l'abitato storico e la stazione attraverso la realizzazione di un “foro” polifunzionale. Un nuovo centro urbano che avrebbe dovuto supportare la crescita futura della città: attorno ad una piazza gli architetti dispongono una serie di edifici pubblici le cui sagome ricalcano precisamente le funzioni ospitate percorrendo un linguaggio assolutamente moderno e razionalista. Con la stessa preveggenza, a questo “cardo” nord-sud, i progettisti incrociano un “decumano”: un nuovo tracciato per la strada verso Sondrio ottenuto attraverso l'incisione del tessuto urbano e la realizzazione di un altro ampio viale, entrambi con la funzione di collegamento urbano interno. La non realizzazione del progetto sarà una grande occasione persa per una Morbegno che in quegli anni aveva fortemente bisogno di un nuovo assetto ordinatore della crescita cui stava andando incontro. Tuttavia vedremo come, per episodi successivi, alcuni tratti rilevanti qui proposti troveranno comunque compimento a dimostrazione della intelligenza di quelle visioni.

Trasposizioni: un “edificio modello” senza seguito per il viale della Stazione sull'esempio milanese (1952-53)
Nonostante la mancata attuazione degli esiti del concorso, inizia ad essere urbanizzata l'area affacciata sul viale di collegamento tra l'abitato e la stazione tenendo in conto le esigenze e le potenzialità di sfruttamento dei suoli e di valorizzazione commerciale degli immobili che questa localizzazione offriva. Su una parte dell'area di concorso Caccia Dominioni realizza un piccolo edificio con piano terra commerciale e residenze nei due piani superiori. Il suo linguaggio già stempera nel clima alpino il più rigido razionalismo del progetto di concorso. Esso, pur nella diversità di scala e di localizzazione, ricalca le linee guida adottate nel 1947 per la ricostruzione del palazzo di famiglia in piazza Sant'Ambrogio a Milano. Ritroviamo, infatti l'evidenziazione della scansione orizzontale, i loggiati segnati dalla struttura portante che emerge dal paramento murario, il trattamento cromatico e materico che caratterizza le diverse fasce.
Sarà l’immobile che inaugurerà la via della stazione, attraverso un principio progettuale di ordinamento dei piani ed individuazione delle loro funzioni tramite una differenziazione materica e un’accuratezza che non sarà però ripresa nelle costruzioni che successivamente concluderanno la via.

Confronto tra i partiti architettonici di Casa Caccia Dominioni (Piazza Sant’Ambrogio, Milano, 1947) e dell’edificio di viale della Stazione a Morbegno Foto di Luca Polidori

Confronto tra i partiti architettonici di Casa Caccia Dominioni (Piazza Sant’Ambrogio, Milano, 1947) e dell’edificio di viale della Stazione a Morbegno
Foto di Luca Polidori

Confronto tra i partiti architettonici di Casa Caccia Dominioni (Piazza Sant’Ambrogio, Milano, 1947) e dell’edificio di viale della Stazione a Morbegno Foto di Luca Polidori
L'edificio porticato di via Vanoni Foto di Luca Polidori
Il complesso Paravicini Foto di Luca Polidori

Confronto tra i partiti architettonici di Casa Caccia Dominioni (Piazza Sant’Ambrogio, Milano, 1947) e dell’edificio di viale della Stazione a Morbegno
Foto di Luca Polidori


L'edificio porticato di via Vanoni
Foto di Luca Polidori


Il complesso Paravicini
Foto di Luca Polidori

Prototipi: l'edificio porticato di via Vanoni, incipit di una strada di rilevanza urbana (1957-59)
Negli anni Cinquanta il “decumano” previsto dall’ormai archiviato progetto di concorso risulterà indispensabile come collegamento urbano interno, ricavato per sensibili demolizioni nel tessuto storico, per una Morbegno che aveva inesorabilmente iniziato ad espandersi sostituendo ai campi coltivati una edificazione progressivamente intensiva.
Nel 1959 sarà Caccia Dominioni ad inaugurare la costruzione delle architetture affacciate sulla nuova via con un suo edificio di quattro piani fuori terra con 20 appartamenti e commercio al piede. Caratteristica peculiare è il porticato al piano terra che migliora l'accessibilità agli spazi commerciali e caratterizza l'affaccio sulla via a cui conferisce un forte carattere urbano.
Ai piani superiori la pianta tipo è molto chiara: una fascia centrale di servizi divide la zona giorno dalla zona notte. Vengono meno le articolate soluzioni distributive che caratterizzano le coeve opere milanesi, è tutto più informale e più “alla mano”. Allo stesso modo la differenziazione volumetrica e cromatica, lo slittamento dei piani, l'introduzione di piccoli bovindi e la varietà delle tipologie di aperture sono l'esito di un attento ragionamento su come inserire una volumetria ingente in un contesto non ancora esattamente urbano e affiancato da edifici di minor scala appartenenti alla “Morbegno rurale”.
Ma l’elemento più significativo risulterà essere proprio il portico, elemento che verrà via via ripreso da tutti gli altri progettisti che interverranno su quel lato della via caratterizzandola quale “via porticata” oggi identitaria di questa parte di Morbegno.

Il completamento di una parte di città il complesso Paravicini (1965-72)
La nuova via Vanoni si univa alla storica via Garibaldi, prima di convergere nella piazza prospicente lo storico convento di Sant'Antonio sulla quale affacciavano anche l’ospedale e le ortaglie adiacenti il palazzo dei Conti Caccia Dominioni. Era quindi un punto d'ingresso significativo alla cittadina ma al contempo un luogo caratterizzato da una compresenza di parti costruite e campagna.
Sulla convergenza di queste strade, affacciata sulla piazza e sua via Vanoni, negli anni Sessanta viene edificato un grande condominio a pianta trapezoidale che cambia irreversibilmente l'equilibrio della struttura rurale e storica di quella parte di Morbegno.
Intervenendo nell'edificazione di una parte delle ortaglie e dei fabbricati produttivi adiacenti il palazzo familiare attraverso la costruzione del Complesso Paravicini, Caccia Dominioni si confronterà con contesti e situazioni molto differenti tra loro. Dialogherà contemporaneamente con il convento e l’ospedale su piazza S. Antonio, con le proporzioni eccessive del condominio vicino, con il contesto rurale storico, con gli ultimi campi superstiti prossimi alle pendici che segnano il limite fisico dell'edificato. 
Così, mentre volumi maggiori definiscono il nuovo isolato affermandone la valenza urbana, edifici più minuti – fino a divenire piccole ville – punteggiano le aree più interne e paesaggisticamente caratterizzate. L’abilità dell’architetto di organizzare e aggregare le volumetrie si specificano, poi, nella sua capacità di disegnare le facciate, di disporre le aperture e di variare, armonicamente, i colori propri della sua tavolozza. 

Dialogare con il paesaggio senza mimesi: la Biblioteca Vanoni (1965-66)
“È nata così spontanea, è sortita dall’acqua del Bitto e del giardino, il tutto come cosa naturale” (Luigi Caccia Dominioni)
Chiamato a progettare la Biblioteca civica dell’abitato, gli viene assegnata un'area ancora non edificata situata sulla sponda sinistra del torrente Bitto, in prossimità ad una sua significativa ansa. Caccia Dominioni si confronterà in questo caso in modo più diretto con gli elementi del paesaggio che caratterizzano lo sfondo di Morbegno: particolare attenzione progettuale sarà data al torrente, ai monti e alla luce. La biblioteca conferma quell'attenzione alle forme organiche che ritroviamo in tutte le architetture destinate alla collettività da lui progettate ma in questo caso, particolarmente, esse traggono la propria ragione dalla morfologia del torrente, che pare modellare il volume stesso dell’edificio.
Il paramento murario in ciottoli di fiume sottolinea in maniera ancora più netta il legame con il torrente e i monti. L'articolazione dei volumi che salgono, sormontandosi come cime alpine, ospitano interni dove pochi elementi – pareti intonacate bianche, pavimenti colorati, librerie Lips-Vago – arredano uno spazio disegnato in realtà dalla luce. Luce che inonda la sala lettura principale in maniera diffusa grazie a soluzioni come l'orientamento delle aperture a fessura che ritmano i prospetti con la loro dimensione e scansione. Il tutto mediato dalle ampie alberature poste a riparo e protezione del parco pubblico dove la Biblioteca è inserita. 

Un centro per la nuova Morbegno: un'alternativa alla diffusione insediativa (1978-94)
Intervenendo in una parte di città di più recente edificazione, oltre la ferrovia, laddove Morbegno si stava costruendo per accostamento successivo di case private con giardino Caccia si troverà di fronte, quindi, ad un contesto fortemente frammentato, una sorta di “città diffusa” e da un paesaggio che non presenta particolari sottolineature: è solo l'orizzonte lontano dei monti che qui, più percepibile rispetto al denso centro storico, può divenire referente e scenario di confronto.
Incaricato della realizzazione di una serie di servizi collettivi oltre che di alcune abitazioni, l’architetto propone allora, in opposizione alla dispersione circostante, la realizzazione di un complesso piuttosto denso, caratterizzato da forme riconoscibili e da una certa permeabilità al pian terreno a rappresentarne il valore di luogo collettivo.
I volumi si articolano in due differenti blocchi che segnano l’incrocio di due importanti vie, su via Forestale la parte residenziale costituita da edifici in linea in fregio alla strada caratterizzati da paramento murario color albicocca in Piz. Sulla strada ad essa perpendicolare, via Quinto Alpini, si trova invece la parte più propriamente pubblica del complesso con gli uffici pubblici, la banca e il complesso parrocchiale. Quest'ultimo, dedicato a San Giuseppe, è costituito da forme e volumi organici, quasi un'evoluzione ultima della biblioteca Vanoni. Qui il paramento murario evolve da intonaco a pannelli prefabbricati con finitura esterna in ghiaietto, talvolta accostati a pareti in ciottoli di fiume tipici dell’architetto in ambito Morbegnese.

 

L’architetto
Luigi Caccia Dominioni (1913-2016) studia Architettura al Regio Istituto Tecnico Superiore dove si laurea nel 1936 avendo come compagni di studi, tra gli altri, i fratelli Castiglioni con i quali avvia la propria attività professionale caratterizzata, inizialmente, da un imprinting razionalista. Dopo la Seconda guerra mondiale apre un proprio studio la cui prima opera, la ricostruzione del palazzo di famiglia in piazza Sant’Ambrogio a Milano, già indica la via che di lì in avanti percorrerà alla ricerca di un dialogo più articolato con la storia. Complessità e fluidità spaziale, articolazione volumetrica, coerenza tecnica, sperimentazione materica e cromatica sono le strade che vengono equilibratamente percorse in una carriera professionale che affronta tanto la scala dell’architettura, quanto quella della città e del design.
Tra le molte opere, oltre a quelle citate, si ricordano numerosi edifici di abitazione a Milano - tra i quali, il condominio in via Nievo (1955-57), il complesso in corso Italia (1957-64), il condominio in piazza Carbonari (1960-62) e, con Vico Magistretti, il complesso residenziale “San Felice” (1967-75) e “La Viridiana” (1968-72) -, lo Stabilimento e gli uffici Loro Parisini sempre a Milano (1951-57), il complesso parrocchiale di San Biagio a Monza (1965-68).
Su di lui si segnalano M.A. Crippa, Luigi Caccia Dominioni. Flussi, spazi e architettura, Testo&Immagine, Torino 1996, Luigi Caccia Dominioni. Case e cose da abitare. Stile di Caccia, a cura di F. Irace e P.Marini, Marsilio, Venezia, 2002 oltre al recente Everyday wonders. Luigi Caccia Dominioni and Milano: the Corso Italia complex, a cura di O.S. Pierini e C. Zucchi, Corraini Editore, Milano 2018. Sulle opere valtellinesi Luigi Caccia Dominioni architetto in Valtellina e Grigioni, a cura di A. Gavazzi e M. Ghilotti, Skira, Milano 2010.

Il complesso Paravicini Foto di Luca Polidori
Il complesso Paravicini Foto di Luca Polidori
La biblioteca Vanoni Foto di Luca Polidori
La biblioteca Vanoni Foto di Luca Polidori
Il complesso della chiesa di San Giuseppe e gli edifici residenziali e collettivi “sotto ferrovia” Foto Luca Polidori

Il complesso Paravicini
Foto di Luca Polidori


La biblioteca Vanoni
Foto di Luca Polidori


Il complesso della chiesa di San Giuseppe e gli edifici residenziali e collettivi “sotto ferrovia”
Foto Luca Polidori

LUCA POLIDORI:
Architetto jr. vive e lavora a Morbegno, cittá a cui ha dedicato la sua tesi di laurea triennale.