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Lettera al Consiglio

In occasione della sua iscrizione nell'elenco dei Decani, l'architetto e professore Guido Masè ha inviato alla Presidente e al Consiglio dell'Ordine una lettera che la redazione propone ai lettori come contributo per una riflessione sulla professione e sul suo valore per il nostro territorio.

Gentile signora
arch Susanna Serafini
Presidente
Ordine Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, Conservatori,
Trento

Gentile Presidente,
cara Susanna (gli architetti si danno del "tu", me lo insegnò molti anni addietro un Presidente nazionale),
cari Consiglieri,
cari Colleghi,

ho appreso, a suo tempo, e apprezzato molto, l'istituzione, da parte del Consiglio dell'Ordine, dell'Elenco dei Decani della professione, iniziativa che mi è sembrata molto positiva, perché rappresenta un tangibile segno di apprezzamento, di rispetto e voglio dire anche di affetto da parte delle giovani generazioni verso il veterani.
Personalmente sono molto grato per l'iscrizione all'Elenco, e sono onorato della motivazione, che fa riferimento al rapporto con i giovani.
Ho sempre studiato per capire i processi territoriali e insediativi.
Ho sempre studiato per parlare-rispondere-dialogare con i miei interlocutori, studenti, amministratori, cittadini.

Mi sono occupato, con approccio, conoscitivo, interpretativo, progettuale, di architettura, di pianificazione, di paesaggio, di conservazione (i quattro campi disciplinari nei quali si è arricchito e specializzato l'Ordine), del processo edile, a tutte le scale, dai quadri territoriali al muro di sostegno delle terre, via via maturando la consapevolezza che il processo insediativo è tanto più efficace e stabile, quanto più è coerente o almeno compatibile con i caratteri idro-geo-morfologici e biologici dello spazio fisico, caratteri che possono, anzi devono, essere interpretati alla luce dei processi storici -visti e valutati nella prevalente qualità, ma anche negli errori- e dell'insieme dei caratteri specifici del contesto, letti in modo integrato e declinati armonicamente, quanto più possibile.

Ho imparato che i tre momenti -struttura, funzione, forma- sono essenziali, necessari e consustanziali in ogni processo costruttivo e rappresentano la chiave di lettura della realtà fisica a qualsiasi scala.
La triade vitruviana - firmitas - utilitas - venustas - è sempre valida: i tre momenti, non uno di meno, devono essere valutati e applicati in termini integrati, unitariamente ed equilibratamente, altrimenti si cade in un -ismo.
Strutturalismo, funzionalismo, formalismo, legittimi, se praticati consapevolmente (con consapevolezza delle conseguenze dell'approccio parziale), sono però limitati e insufficienti, a mio parere, ad affrontare adeguatamente la complessità.
Al contrario, tutti e tre i momenti dovrebbero essere affrontati e soddisfatti unitariamente, il che significa -a mio modo di vedere- perseguire la concinnitas, proposta da Leon Battista Alberti, quale sintesi armonica.

Ho operato sia in campo accademico, che in campo professionale, interagendo continuamente tra i due campi: mai avrei potuto limitarmi ad uno dei due.

Sono stato fortunato: ho potuto giocare su entrambi gli scacchieri facendo tesoro delle due esperienze, riversando dall'una all'altra gli approcci, le acquisizioni, i risultati, e cercando di guardarmi dai limiti e imparando dagli errori, interagendo tra la simulazione universitaria e la concretezza della pianificazione, dividendomi tra due attività e due Città, Trento e Venezia.

A Trento, dove sono nato, l'insegnamento all'ITI (per sette anni) e lo studio professionale, all'inizio quello di mio padre, nella casa avita, in Bolgher, poi il mio, in affitto, in centro.
A Venezia, dove ho studiato Architettura, la sede universitaria e l'abitazione famigliare.
Così sono diventato pendolare interregionale, metà tempo per l'Università, metà tempo per la Professione, tre giorni a Venezia e in Veneto, tre giorni a Trento e in Trentino, la domenica sempre a Venezia, perché con le figlie e la moglie abbiamo stipulato questo patto.

All'Università ho svolto ricerca teorica e attività didattica, ricerca di campo e attività progettuale, sempre per e con gli studenti e con varie collaborazioni con i colleghi.
Nella Professione ho svolto ricerca applicata e attività progettuale nella pianificazione urbanistica, nella programmazione economica del territorio, nella pianificazione paesistica e di tutela e valorizzazione degli insediamenti storici.
In diversi casi ho costituito e coordinato equipe di esperti nei vari campi disciplinari delle scienze della Natura e delle scienze dell'Uomo.

Le aree di ricerca-progettazione -i due approcci sono inscindibili: non è dato, a mio parere, ricercare se non si parte da, o si perviene a, ipotesi progettuali, come non è concepibile il progetto, a qualsiasi scala, se non fondato sulla conoscenza interpretativa dei processi storici integrati relativi al testo e al contesto- sono state, dicevo, anche per scelta dei miei interlocutori, studenti o amministratori, prevalentemente il Triveneto allargato, a ovest e a sud, con puntate in Italia e all'estero, con i primi, il Trentino, da ponente a levante, con i secondi, con puntate in Italia e all'estero per i concorsi.

Non voglio fare elenchi, che sarebbero estesi, voglio qui rilevare, rivolgendomi ai colleghi, e sottolineare, che ho sempre tenuto -o meglio mi sono sempre impegnato a tenere- il medesimo approccio "politico": ho sempre privilegiato l'interesse pubblico, come da me interpretato, sia nell'uno che nell'altro campo.
Non ho mai blandito alcuno -né studente, né amministratore- ma ho sempre portato avanti, pragmaticamente, la mia linea, immaginando o sperando di avere un potere di scelta circa le strutture insediative, che in realtà, ovviamente, non avevo.
Avevo "solo" il più grande dei poteri (quando va a segno), il potere di persuasione, che ho sempre cercato di perseguire, con alterne vicende e alterni risultati, essendo peraltro cruciale, a fronte della qualità dell'azione persuasiva e dei miei limiti, la diponibilità e la volontà dell'interlocutore.

Le cose -mi pare- siano andate "bene" in campo universitario: i caratteri del territorio sono sempre gli stessi, sempre diversi: ovunque esso ha valore "patrimoniale" (materiale e immateriale), ovunque dovrebbe essere considerato, a "giusta" scala, quale "Bene supremo", come era considerato dalla Serenissima Repubblica di Venezia, ma sono minori i vincoli e gli obblighi, che si presentano alla valutazione accademica: non sono in gioco investimenti né vincoli di bilancio, non ci sono leggi o norme formalmente cogenti.
Tutto si può "immaginare" progettualmente, perché le norme sono dettate dal territorio stesso e dai caratteri delle strutture e delle forme insediative, caratteri vengono da dentro i processi storici che le hanno generate e le trasformano incessantemente: sono questi caratteri e le relative norme, che vanno di volta in volta ricercati, nelle configurazioni specifiche.
E c'è anche una più convinta convergenza di interessi tra docente e discenti, che sempre rispettano l'interlocutore, che hanno scelto come guida.

Diverso, direi di segno opposto, il rapporto tra professionista e amministratori.
È ovvia la continuità del territorio, che è "unitario e unico", e analoghe sono le problematiche conoscitive, interpretative e propositive dal punto di vista metodologico, ma diverso è il rapporto strutturale.
Non tanto perché è necessario rispettare il quadro e vincoli normativi di vario livello, e non tanto perché ci sono vincoli di bilancio e politiche di investimento da rispettare, ma perché è rovesciato il rapporto decisionale: il professionista propone, gli amministratori decidono.
Ove ci fosse identità o convergenza di vedute e di intenti, non ci sarebbe problema alcuno e il rapporto potrebbe svilupparsi in un percorso sinergico di approfondimento e affinamento.
Ma quando non ci sia, per varie ragioni, tra le quali le spesso contraddittorie vicende di scelta del professionista e di modalità di formazione dell'incarico, una linea politica maggioritaria nell'Amministrazione, condivisa dal professionista, il rapporto si fa difficile e la forza di persuasione di quest'ultimo cozza contro ostacoli spesso insormontabili.
Il compromesso è inevitabile e può essere concluso, se onorevole, altrimenti è la rottura.
È giusto che sia così, perché la titolarità della pianificazione appartiene all'Amministrazione: è essa, nelle sue strutture politiche e funzionali, che redige e adotta il progetto di piano, su studio e proposta dell'urbanista, sia che operi autonomamente nel proprio Studio, con propri consulenti e collaboratori, sia che coordini il lavoro dell'Ufficio tecnico o dell'Ufficio di piano.
È quindi opportuna o meglio necessaria la convergenza di approccio tra Amministrazione e professionista: convergenza che arricchisce il prodotto, anche perché solo un piano voluto e condiviso ha qualche probabilità di essere attuato, anziché disatteso o cambiato.

Ho fatto tesoro, come detto, delle esperienze di lavoro concreto sul territorio, sia di carattere accademico, che di carattere professionale, riversando dall'uno all'altro fronte i risultati pratici e teorici della disciplina, puntando alla messa a punto di un metodo di lavoro sulle tematiche territoriali: conoscitivo, interpretativo, propositivo, rivolto ad analizzare i caratteri territoriali per sistemi diacronici e per modelli sincronici, che ho chiamato "Matrice".
Metodo rivolto a mettere a fuoco, per successive approssimazioni (perciò l'ho anche chiamato: "missione impossibile"), i caratteri tipologici delle strutture insediative, a tutte le scale, nell'inscindibile unitarietà Natura-Cultura.
All'università ho incontrato i concittadini-studenti, nell'esercizio dell'apprendimento; nella pianificazione, ho incontrato i concittadini-amministratori (e mediatamente i concittadini tout court), nell'esercizio della partecipazione alla promozione del governo del territorio.

Ho fatto tesoro, ripeto, di entrambe le esperienze, dividendo il mio tempo tra Venezia e Trento: mai avrei potuto optare per una, rinunciando all'altra, perché in entrambe incontravo la società e la realtà, in modi diversi, diversamente concreti.

Ringrazio l'Istituzione Ordine degli Architetti, che -dal 1966, quando mi sono iscritto- si è arricchita, diventando Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori e che mi ha sempre accompagnato e assistito, quale valido presidio professionale.

Un ringraziamento sentito e sincero ai Presidenti e ai Consiglieri e un abbraccio a tutti i colleghi.

 

Arch prof Guido Masè