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Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale

Per chi si dirige da Trento verso le Valli Giudicarie, superate le gole del Limarò e il ponte dei Servi, il primo edificio che compare sulla sponda sinistra del fiume Sarca è l’ormai abbandonato Grand Hotel delle Terme di Comano. Sulla sponda destra, invece, lo fronteggia in posizione altrettanto drammatica la cosiddetta Villa Ninfea, da cui si può accedere all’antica fonte termale. Più avanti si incontrano la chiesetta tardo-Ottocentesca, il sedime della Villa Vianini -ormai demolita e riconvertita a magazzino- ed infine lo Stabilimento termale raggiungibile da un ponte pedonale e dal parco che lo circonda e raccorda tutti gli edifici del complesso tramite un sistema di scale e percorsi all’aperto.

Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale

È notevole come l’edificio, nonostante la sua ingente volumetria, ben si inserisca nel paesaggio che lo avvolge: il suo articolarsi in più corpi edilizi tra loro solo apparentemente aggregati in modo paratattico contribuisce a questo dialogo. L’eretta volumetria del suo corpo principale si staglia tra gli alberi, quasi ritagliando il cielo con la sua sagoma sfaccettata; il corpo lineare accompagna lo scorrere del fiume; il prisma ora chiuso ora aperto verso il parco disegna una testata interessante formalmente e volumetricamente costituendone il fondale.

L’accumularsi nel tempo dei fabbricati del complesso – ora parzialmente abbandonati e diruti – il cui riuso e rivitalizzazione non ha ancora trovato una risoluzione organica e complessiva era in realtà un problema già sentito negli anni Sessanta, quando ancora gli edifici originari svolgevano pienamente l’uso per cui erano stati costruiti. Eppure se ne sentiva l’inadeguatezza sia per la frammentazione funzionale che introducevano sia per la prospettiva di crescita cui le Terme miravano e intendevano perseguire.

Nel 1960, veniva così bandito un concorso ad inviti tra tre progettisti per l’elaborazione di uno studio di fattibilità del nuovo comparto termale che avrebbe dovuto includere il Palazzo delle Terme, la mescita dell’acqua, il nuovo albergo, la nuova cappella oltre alla ridestinazione – se giudicata necessaria – degli edifici esistenti.

È del 20 gennaio 1961 la nota con cui l’architetto Carlo Keller1 che – insieme ai professori Lorenzo Dalponte e Rino Dallabrida e a monsignor Giuseppe Gabrielli – componeva la Commissione giudicatrice esprime il proprio parere in qualità di membro tecnico della stessa.

Sono pareri taglienti.

Del primo progetto esaminato -presentato da Marcello Armani2, Giampaolo Allevi e Paolo Bulli- dice “lavoro studiato molto bene come volume, come architettura, come pianta. Dei tre è il più curato, il più profondo, il migliore. L’autore ci sa fare”.

Del secondo – presentato da Efrem Ferrari e Michelangelo Perghem Gelmi – ha un’opinione più articolata: “lavoro buono – dice – ma tirato via. Più economico ma con alcuni virtuosismi non sempre funzionali. Buona la pianta ma l’albergo ha del palazzetto di città e la chiesa è brutta e scopiazzata”.

Del terzo – presentato da Giulio Dolzani – non ha dubbi, il giudizio è lapidario. “È meglio non presentare un progetto del genere – dice – è un lavoro non studiato. Non ho voluto nemmeno analizzarlo: il mio geometra sa far di meglio”.

Del progetto di Armani, Allevi e Bulli rimangono nell’Archivio dell'Azienda termale le fotografie del plastico: è un progetto forte e coraggioso che propone un grande edificio a ponte sul fiume Sarca articolato volumetricamente per piani sovrapposti e slittati, per sbalzi e arretramenti, presentando verso Ponte Arche alcuni accenti volumetrici verticali e verso le pile d’ancoraggio alle sponde del fiume corpi digradanti ad abbracciare il paesaggio.

La Commissione decide però di non assegnare un primo premio ma di chiedere ai gruppi di Armani e di Ferrari di unire le proprie forze in un progetto condiviso. Ferrari, data l’incompatabilità e la distanza concettuale tra le proprie posizioni e quelle degli altri, declina l’invito e rinuncia all’incarico.

Armani et l., 1961 Foto del plastico di concorso

Armani et l., 1961
Foto del plastico di concorso

Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale
Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale
Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale
Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale
Le Nuove Terme di Comano: dal concorso alla costruzione dello Stabilimento termale

Per ragioni varie anche l’incarico all’altro gruppo subisce ritardi – non da ultimo dovuti alla necessità di reperire i fondi necessari – trovando formalizzazione soltanto nel 1968.

In tale anno Marcello Armani viene incaricato, da solo, di redigere un nuovo progetto di massima che doveva tener conto delle indicazioni della committenza e delle esigenze nel frattempo sopravvenute, non da ultimo dell’impossibilità di perseguire la strada dell’edificio a ponte sul fiume.

La planimetria generale della nuova proposta pone dunque i capisaldi di una nuova impostazione che, nelle sue linee essenziali, permane anche nelle fasi successive della vicenda. Dei fabbricati esistenti vengono mantenuti l’Albergo termale e la Villa Vianini (ampliata e sopralzata). Lo Stabilimento viene collocato ad ovest, verso l’allargarsi della conca, sempre in sponda sinistra e compare il ponte pedonale di collegamento introdotto, presso la strada statale, da un volume di accoglienza. A monte dello Stabilimento, collegato da un percorso interrato un secondo Albergo.

Si conferma, in questa proposta, lo sviluppo lineare dell’architettura del nuovo Stabilimento che, disposta questa volta parallelamente alle curve di livello, si articola in sezione configurandosi come un edificio gradonato e presentando, ad ogni piano, terrazze aperte sul paesaggio. A piano terra – alla quota del parco – si sarebbero dovute trovare le funzioni più pubbliche (la sala conferenze, una piscina, il bar, la mescita dell’acqua termale e altri servizi), al piano primo l’ingresso all’arrivo dalla passerella e una serie di spazi minori prevalentemente affacciati a doppia altezza sul piano sottostante), a salire, ai vari piani gradonati, gli ambulatori e le sale per le cure di vario livello articolati a corpo semplice, affacciati a valle sulle terrazze per le cure elioterapiche e a monte sui corridoi tecnici di servizio. All’edificio a gradoni si sarebbe contrapposta volumetricamente l’emergenza plastica del volume della mescita sagomato come un prisma asimmetrico slanciato verso il fiume.

Lo sviluppo del progetto esecutivo, nel 1969, vede affiancarsi a Marcello Armani la figura di Renato Marchi (1919-1987), ingegnere di grande esperienza costruttiva ma anche di profonda sensibilità progettuale già dimostrata tanto nei progetti di edilizia residenziale pubblica (Quartiere INA-Casa di San Donà a Trento) quanto negli interventi privati sia per committenze aziendali (Sede Uffici Prada, Trento – vincitore premio IN-Arch) che bancarie3.

La verifica progettuale rivela tuttavia alcune problematicità soprattutto relative alla tipologia impiegata che, anche alla prova delle normative e delle previsioni costruttive, si sarebbe rivelata eccessivamente costosa e avrebbe richiesto un ulteriore allungamento del già longitudinalmente esteso corpo di fabbrica.

La variante progettuale resasi necessaria viene dunque elaborata dal solo Renato Marchi dopo che Marcello Armani, probabilmente deluso per l’estenuante iter che lo aveva visto appassionatamente impegnato e ormai occupato professionalmente su altri fronti, rinuncia all’incarico.

Marchi, stretto dalle sollecitazioni di maggiore economicità poste dalla committenza e, d’altra parte, dalle continue richieste di aggiustamento volumetrico pervenute dagli Uffici provinciali, rivede lo schema generale proponendo una soluzione che articola l’edificio nelle tre parti che conosciamo razionalizzando funzionalmente gli spazi richiesti e caratterizzandolo volumetricamente anche in relazione al contesto.

Le sagome interpretano dunque la posizione dell’edificio nel paesaggio, il suo dilatarsi e il suo restringersi rispetto al fiume e alle pendici delle montagne, ma al contempo rispecchiano precisamente le istanze funzionali configurando una sala conferenze al piano primo assolutamente adeguata ai requisiti ad essa necessari e inventando un dispositivo distributivo delle sale per le cure che, disposte sui due lati di un triangolo, liberano l’area tra esse interposta come spazio di soggiorno e di attesa svolgendo tutt’attorno la cintura dei percorsi di servizio resi così molto più brevi ed efficienti.

Tale schema tipologico, che alternava spazi aperti e liberi a spazi funzionalmente caratterizzati ad altri più privati e intimi ad altri ancora eminentemente serventi, richiedeva una soluzione figurativa che, a livello di disegno dei fronti, non si presentava sicuramente come una sfida facile ma che invece trova felice svolgimento grazie alle capacità del progettista. La massa compatta e sfaccettata della sala conferenze viene fatta dialogare volumetricamente con quella della copertura dell'edificio alto le cui ampie e generose vetrate del fronte anteriore si rincorrono verso l'alto dando luce ai soggiorni di piano per compattarsi invece nei nastri murari che, nel fronte posteriore, risolvono i corridoi di servizio sempre illuminati da sopraluce il cui allineamento riprende la composizione dei serramenti del prospetto verso il parco. Il gioco dei rapporti geometrici degli infissi e degli equilibri tra pieni e vuoti ricompone dunque un’architettura complessa, riconoscibile nelle sue parti ma altrettanto comprensibile nell’insieme.

Se Renato Marchi continuerà ad occuparsi delle sistemazioni esterne declinandovi le stesse sensibilità già evidenziate e che tutt’oggi, in parte, ancora leggiamo, alcuni brevi elaborati relativi ai progetti degli interni non dimostrano uguale capacità interpretativa degli articolati spazi da lui immaginati. L’Azienda termale, così, fa intervenire un altro progettista, l’architetto bolzanino Antonello Marastoni4, i cui numerosi disegni restituiscono con perizia un’inventiva e una ricerca capace di “far cantare” le altrimenti complesse geometrie determinate dall'impianto progettuale.

Alcuni dettagli, come il sistema di illuminazione, le volute accoglienti dei banchi di accettazione e del bar, la cura delle scale e dei parapetti, il sistema dei ribassamenti, il succedersi delle pavimentazioni a definire spazialità differenziate, le trame e le tessiture degli intonaci, le colorazioni, alcune sequenze visive, i giochi di luce che tramite i lucernari inondano le scale e gli spazi sottostanti dimostrano ancor’oggi la loro attualità raccontando l’importanza di cosa possa voler dire porre attenzione alla qualità dello spazio, delle relazioni e dei materiali nella buona riuscita di un progetto.

Armani et al., 1961 Foto del plastico di concorso
Armani, 1968 Foto del plastico del progetto preliminare
Marchi, 1970 Foto del plastico del progetto definitivo
Marchi, 1970 Foto del plastico del progetto definitivo
Marchi, 1970 Foto del plastico del progetto definitivo

Armani et al., 1961
Foto del plastico di concorso


Armani, 1968
Foto del plastico del progetto preliminare


Marchi, 1970
Foto del plastico del progetto definitivo

1. Carlo Keller (1906-1982), nato a Cles, dopo gli studi a Venezia e Milano orienta la propria pratica professionale al progetto di architetture sanitarie, divenendo negli anni uno dei massimi esperti italiani in progettazione ospedaliera. Tra i progetti trentini – oltre agli Ospedali di Cles e di Cavalese – le chiese di Nanno e Padergnone.

2. Su Marcello Armani (1936-) nato a Tione, laureato al Politecnico di Milano, con studio a Trento dopo numerose esperienze internazionali, cfr. D. Fusari, Un elegante portfolio in a 4/17

3. È di Renato Marchi, ingegnere e appassionato sportivo (1919-1987), per esempio, il seppur più giovanile Edificio per la Cassa di risparmio di Ponte Arche che bene interpreta la sua condizione “in curva” attraverso una configurazione del volume che la accompagna. Oltre ai progetti menzionati sono suoi anche i progetti per la Piscina Fogazzaro (1955-58) e per il Centro di formazione professionale di via Asiago (1961) a Trento e per il Palazzo dei congressi di Riva del Garda (1969).

4. Antonello Marastoni nasce a Como il 28 gennaio del 1930 e muore a Bolzano il 21 ottobre 2005. Ancora studente inizia a  lavorare a Bolzano nello studio dell’architetto Armando Ronca che lo vorrebbe come associato, ma dopo la laurea a Firenze nel 1960 preferisce aprire autonomamente lo studio di architettura che ancora oggi porta il suo nome guidato dai figli Andrea e Luca. Gli anni ’70, ’80 e ’90 lo vedono tra i protagonisti  della scena architettonica regionale e nazionale dove realizza numerosi edifici soprattutto a carattere direzionale e commerciale. Suoi diversi interventi anche oltreconfine da dove importa nuove tecnologie e materiali innovativi per una continua ricerca di sviluppo. Tra i progetti di questi anni, oltre ad alcuni edifici direzionali a Bolzano (Centro SIP, Centro Trade, Centro Diretional 1, Uffici regionali) si segnalano gli Uffici postali di Baghdad e il Trade Center di Rovereto.


DAVIDE FUSARI:
(1987) studia Architettura all’Universidade de São Paulo e al Politecnico di Milano dove si laurea con lode nel 2013 e presso cui ha svolto attività di ricerca e collabora alla didattica.
Lavora tra Milano e il Trentino, collaborando a progetti a varie scale. Con altri ha partecipato a numerosi concorsi di progettazione – soprattutto relativi ai temi dello spazio pubblico e degli edifici collettivi – riportando premi e menzioni.