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La norma per il progetto. Presupposti per una relazione coerente tra obiettivi e strumenti.

La pianificazione è per sua natura una disciplina che deve guardare al futuro, indagarlo, esplorarlo e poi immaginarlo, per elaborare modelli e strumenti operativi e implementare scelte che possano migliorare il nostro futuro e contrastare le criticità di un domani prossimo o lontano.

Nella prassi, tuttavia, accade spesso che la pianificazione perpetui il passato in maniera statica e automatica, non solo per pigrizia, o per paura di guardare avanti oppure per timore di rompere equilibri consolidati, ma anche perché le norme e gli strumenti con cui ci troviamo ad operare sono frutto di un modo di agire e di pensare più propenso a riproporre un modello conosciuto piuttosto che a rinnovarlo.
La situazione appare inasprita se guardiamo a tutto quell’apparato normativo che appartiene all’edilizia, che rappresenta in qualche modo il risvolto operativo della pianificazione. È evidente come le norme edilizie contenute negli strumenti locali (PRG, regolamenti edilizi e non solo) si siano a tal punto sedimentate e stratificate nel tempo da risultare oggi non più figlie, ma nipoti di un passato non più attuale, dando così origine ad un groviglio disciplinare quasi irremovibile.
Così, di fronte a problemi nuovi non si riescono ad individuare soluzioni organiche ed efficaci, ma risulta più semplice produrre norme puntuali in deroga a disposizioni vigenti, determinando conflitti insanabili sul fronte operativo e aprendo la porta a infinite discussioni sul merito della loro applicabilità.
Il caso più emblematico di questo modo di procedere lo abbiamo visto in relazione alle disposizioni per l’efficienza energetica degli edifici, riguardo alle quali -invece di preoccuparsi di attuare una riforma orientata a favorire edifici energeticamente efficienti entro processi coerenti e virtuosi- si sono implementate, sovrapponendole alle norme esistenti, numerose misure derogatorie fatte di scomputi e bonus volumetrici eclatanti, che hanno determinato modesti e discutibili benefici ambientali. Tutto ciò ha determinato un quadro di assoluta incertezza sotto il profilo amministrativo e istruttorio; sullo sfondo permane statico un modello, quello delle norme ordinarie che rimangono valide, che continua sotto il profilo metodologico a porsi in contrasto con l’efficienza e la sostenibilità.
Di qui un secondo elemento di valutazione che attiene al dibattito sulla qualità dell’architettura, del paesaggio ed in generale del costruito e dell’abitare. In questo la norma ha un peso rilevante non solo perché determina le procedure all’interno delle quali si formalizzano i progetti, ma anche perché è evidente come un quadro disciplinare confuso, complicato e contraddittorio non rappresenti un contesto ottimale entro cui poter sviluppare progetti di qualità. Ciò determina come conseguenza che l’impegno intellettuale dei progettisti e degli uffici pubblici è speso più sulla forma che sui contenuti.
Non solo, difronte alla tendenza del mercato immobiliare a pervenire sempre e comunque al massimo sfruttamento delle potenzialità edificatorie, ma con progetti di scarsa qualità, le pubbliche amministrazioni hanno reagito proliferando norme volte più ad impedire di fare qualcosa che a determinare condizioni favorevoli ad un modello condiviso e positivo. Probabilmente le criticità entro cui operiamo, di cui abbiamo dato solo qualche esempio, sono state generate non tanto dall’assenza di consapevolezza delle problematicità presenti, quanto piuttosto dall’incapacità di riuscire a costruire un’auspicabile condivisione attorno alle modalità della loro risoluzione.
Appare infatti evidente come discutere di qualità nei termini sopra citati sia un esercizio inutile, se a monte non si elabora un modello che proponga un’idea di qualità coerente e pragmatica cui fare riferimento, priva alla base dei pregiudizi cui una eccessiva stratificazione normativa inevitabilmente conduce.
Se poi discutiamo di sostenibilità, come appare ineludibile fare oggi, è necessario allargare i propri orizzonti.
Non sono più sufficienti (e probabilmente non lo erano nemmeno nel passato) misure straordinarie e una tantum. È il modello di riferimento, ossia quello che regola il normale controllo dell’attività edilizia, che deve essere idoneo e coerente. In altre parole vanno integrati e sostituiti i livelli di controllo istituzionale oggi presenti nei regolamenti edilizi con livelli più evoluti dal punto di vista dei contenuti, tali da favorire sia la crescita della qualità dei progetti, sia lo sviluppo virtuoso del mercato. In tal senso ricondurre la questione ai suoi principi costitutivi è condizione necessaria non solo per pervenire ad una riforma organica del sistema delle regole, ma anche per semplificare l’intero apparato burocratico. L’applicazione della norma, infatti, passa inevitabilmente attraverso un esercizio interpretativo; se dunque preliminarmente non chiariamo e condividiamo e infine dichiariamo
l’obiettivo a cui vogliamo tendere, qualsiasi interpretazione potrà apparire legittima, anche la più contraddittoria, e ciò porta inevitabilmente al caos applicativo.
Obiettivi comuni e modelli condivisi risultano essere dunque i presupposti indispensabili per poter ottenere risultati concreti sul fronte delle premesse normative necessarie a progetti di qualità. Presupposti che -per poter essere concepiti, elaborati e sperimentati- richiedono competenze tecniche nelle discipline pianificatorie, da non confondere con una conoscenza minuziosa e asettica delle norme edilizie.
Con questo spirito si è svolta la partecipazione delle professioni al Tavolo convocato dall’Amministrazione provinciale, che ha avuto come intento quello di perseguire una importante innovazione di metodo e di contenuto, capace di produrre una aggiornata visione del progetto e una semplificazione del sistema delle regole.
La riflessione è stata inevitabilmente orientata -data l’urgenza della questione- ai parametri della sostenibilità e dell’efficienza energetica quali criteri qualitativi.
Attraverso una riflessione critica sul modello precedente ci si è spinti verso la ricerca di soluzioni capaci di incidere in maniera significativa sulla filiera edilizia, per ridefinire interessi e obiettivi specifici: lo scopo che si voleva perseguire era andare oltre il mero controllo geometrico degli edifici fine a se stesso, puntando ad una loro verifica sostanziale e prestazionale.

La norma per il progetto. Presupposti per una relazione coerente tra obiettivi e strumenti

L’innovazione principale contenuta nel regolamento ha riguardato la trasformazione del criterio di misurazione degli indici edificatori: dal volume lordo al nuovo criterio di misurazione a Superficie Utile Netta (SUN). Sotto il profilo metodologico la SUN permette di misurare e pesare le costruzioni attraverso il carico urbanistico e antropico che realmente determinano e favorisce implicitamente una maggiore qualità del costruito e dell’abitare, premiando altresì il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Per questo con il criterio della SUN non sono più conteggiati negli indici edificatori i muri perimetrali, i solai e le coperture, così come i vani scala, favorendo la realizzazione, negli edifici plurifamiliari, di spazi per l’aggregazione e la socializzazione. La SUN rappresenta un passo importante per la semplificazione, in quanto consiste in un unico indice attraverso il quale parametrare le capacità edificatorie, gli standard urbanistici ed il contributo di costruzione.
Una seconda innovazione di rilievo riguarda la misurazione dell’altezza in numero di piani. Il parametro dell’altezza a metà falda si è rivelato rigido ed ha indotto tipologie edilizie quantomeno discutibili sotto il profilo formale, determinando il proliferare di superfetazioni (come ad esempio gli abbaini) e articolazioni geometriche delle coperture complesse, a scapito dell’efficienza energetica dell’involucro.
La misurazione dell’altezza a numero di piani, oltre a garantire un elemento di semplificazione nelle modalità di verifica, permette una maggiore coerenza progettuale tra l’insieme dell’organismo architettonico e il suo contesto. La semplicità delle forme è infatti direttamente proporzionale all’efficienza e alla qualità.
Attraverso il parametro dell’altezza in numero di piani gli strumenti urbanistici hanno la possibilità di determinare con maggiore efficacia le tipologie edilizie ritenute adeguate al territorio di riferimento; l’”altezza del fronte” garantisce un controllo sostanziale dell’altezza, senza limitare tuttavia la qualità dell’architettura e dell’abitare.
Al di là delle difficoltà che possono essere sorte nella prima fase di applicazione, proprie del resto di qualunque fase sperimentale e che richiederanno un attento lavoro di limatura della norma, si ribadisce l’assoluta bontà degli obiettivi perseguiti, ossia di ampliare gli spazi per la libertà del progettista -eliminando requisiti di controllo geometrico minuzioso e soffocante-, garantendo al contempo il requisito di salvaguardia proprio del senso stesso di qualunque regola.
Ciò che si è voluto implementare è un modello profondamente diverso rispetto agli indici e parametri attuali. Quello proposto è infatti un approccio volutamente “grezzo”, che determina un “controllo sostanziale” di alcuni parametri e offre un elevato grado di libertà progettuale su altri, con l’obiettivo di incentivare elevati livelli prestazionali e di sostenibilità: l’efficienza energetica in tutte le sue componenti invernali ed estive, la qualità dell’abitare e il comfort, una elevata dotazione di servizi alla residenza; il recupero del patrimonio edilizio esistente; nuovi e migliori rapporti tra l’architettura e il paesaggio.
Affinché nell’attuazione non si ricada nelle consuetudini del passato è importante che vi sia la consapevolezza degli obiettivi della norma sia da parte di chi progetta che di chi istruisce i relativi procedimenti amministrativi: il controllo “meno formale” ma “più sostanziale” del progetto, coerente con una valutazione sempre più prestazionale degli edifici, capace di generare nel medio periodo una politica efficace, in linea con gli obiettivi di sostenibilità enunciati dalla legge urbanistica e in grado di stimolare, attraverso la qualità, una crescita sana della filiera del progetto. Sarà dunque importante riuscire a far sì che anche i Comuni comprendano il significato sotteso all’approccio proposto e adottato, affinché si avvii una fase di recepimento coerente con i principi sottesi.
Quanto fatto attraverso il regolamento, rappresenta una prima risposta concreta in questa direzione, e alla necessità di adeguare i parametri urbanistici ad una visione moderna di progettazione che guarda alla qualità in alternativa ad un mero controllo formale.
Per giungere ad una politica organica che spinga verso una piena integrazione della sostenibilità nel sistema delle regole, tuttavia, va ora data forma e sostanza a tutte quelle disposizioni già contenute nella legge e legate alla riqualificazione e rigenerazione delle aree insediate, volte a determinare modalità valutative per dare efficacia al principio di riduzione del consumo di suolo e ad avviare politiche per favorire l’edilizia sostenibile, con incentivi volti a perseguire concreti benefici ambientali. Opus in fieri, si auspica.

PAOLO CONCI:
(Trento 1968), laureato in Pianificazione della città e del territorio presso lo IUAV di Venezia ha lavorato dal 2002 al 2012 presso il comune di Trento e dal 2013 lavora presso il comune di Pergine Valsugana. Si occupa di pianificazione del territorio e definizione di norme e regolamenti tecnici nell’ambito dell’edilizia. Presso il comune di Trento ha collaborato in progetti per la riqualificazione territoriale nell’ambito del patto territoriale del Monte Bondone, il recupero urbano delle aree inquinate di Trento Nord e dell’area ex Italcementi. Con riguardo ai temi dell’edilizia sostenibile, ha seguito per il comune di Trento la definizione e la gestione del regolamento per la diffusione dell’edilizia sostenibile e dal 2008 collabora con l’associazione GBC Italia allo sviluppo di protocolli per la sostenibilità: nel 2010 ha coordinato il gruppo Siti Sostenibili per lo sviluppo del protocollo “LEED NC”; nel 2011 e 2012 ha coordinato lo sviluppo del protocollo “GBC HOME” per la certificazione degli edifici residenziali.