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L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?

La conoscenza dell’edificio per l’architetto che si occupa di restauro di edifici storici deve essere il punto di partenza imprescindibile. Questa acquisizione di dati e informazioni va raggiunta attraverso la realizzazione di un rilievo preciso e dettagliato affiancato dalla lettura morfologico-stratigrafica del manufatto architettonico e dall’analisi dello stato di conservazione evidenziando le patologie di degrado presenti sulle superfici e sulle strutture. E dove possibile eseguendo una campagna di sondaggi stratigrafici e geo-diagnostici in collaborazione con il restauratore e l’archeologo: molti i casi in cui sotto strati di scialbo e ridipinture o nuovi strati di intonaco si celano decorazioni, tamponamenti di aperture, altre trasformazioni della struttura dei solai o addossamenti a murature portanti, per non parlare di preesistenze archeologiche all’interno degli edifici di interesse storico-monumentale artistico e o delle relative pertinenze (v. Trento, Casa Cestari).

L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?

Informazioni che una volta raccolte dobbiamo trasmettere a tutte le figure coinvolte nel progetto di restauro. Con l’ingegnere strutturista la collaborazione è stata via via affinata negli ultimi 15 anni con interventi di riparazione puntuali e consolidamenti risolutivi per le condizioni di vulnerabilità delle strutture senza modificare gli equilibri ormai consolidati e quindi rispettosi della struttura architettonica. Lo studio delle tecniche costruttive delle murature storiche (apparecchiatura, sezioni murarie, espedienti costruttivi, ...) ha avuto da tempo un riconoscimento per l’importanza nella prevenzione sismica anche da parte degli ingegneri per la maggiore conoscenza del comportamento delle murature antiche in caso di terremoto.

Con l’ingegnere impiantista la collaborazione va invece rimodulata. L’aspetto impiantistico negli ultimi anni ha acquisito uno spazio sempre maggiore e l’esigenza di dotare gli edifici vincolati di ogni impianto ha creato e può continuare a creare non pochi danni all’edificio in assenza di conoscenza dello stesso come molte volte è stato registrato nel passato. La scelta, ad esempio, di collocare la centrale termica in ambienti a piano terra o in altri ambienti ritenuti di importanza secondaria senza sapere nulla della costruzione e trasformazione di un complesso architettonico è altamente rischioso, soprattutto in presenza di ridipinture che celano magari la superficie vera con un affresco quattrocentesco (v. Lavis, palazzo de Maffei). Anche qui solo un confronto costante “sul campo” tra l’architetto e l’impiantista può indicare cosa come e dove fare gli interventi alla luce delle esigenze richieste e dei obiettivi imposti poi dalla conseguente norma. Questo significa esplorare terra-cielo l’edificio per vedere quali spazi possono essere adottati come vani tecnici, quali i passaggi da sfruttare o da creare dopo aver escluso la presenza di decorazioni o elementi connotati con sondaggi stratigrafici e verifiche per essere il meno lesivi possibile sull’architettura dell’edificio (v. Trento, palazzo Saracini-Cresseri Casa della SAT per adeguamento norme prevenzione incendi).

Quindi sì l’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso e l’architetto come progettista e Direttore dei Lavori, attraverso la conoscenza acquisita sull’edificio, è il responsabile della conservazione di un edificio tutelato nella sua totalità.

L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?
L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?
L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?
L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?
L’interdisciplinarietà tra gli attori della tutela ha ancora un senso?

1. Palazzo Saracini-Cresseri sede SAT
2. Palazzo Saracini-Cresseri sede SAT
3. Casa Cestari
4. Palazzo de Maffei