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L’arte come meccanismo trasformativo del territorio: la pratica di Dolomiti Contemporanee

Dolomiti Contemporanee (d’ora innanzi DC) è un progetto di cura (e curatela) della montagna, nato nel 2011 nelle Dolomiti bellunesi, e poi espansosi secondo una logica al tempo stesso radicante e temporanea, che potremmo dire di mobilità trasformativa e flusso.
In questi otto anni, decine di cantieri sperimentali di rigenerazione sono stati concepiti e attivati su siti agordini, zoldani, cadorini, e nella montagna friulana (area del Vajont e altre). Siti depressi e caratterizzati in modo talmente specifico da imporre l’adeguamento delle pratiche, di volta in volta, alle particolari esigenze d’ognuno.
DC è una processualità rinnovativa che opera a partire dalle Dolomiti Unesco, rilanciando continuamente la propria azione all’esterno dei territori d’origine, in Italia e all’estero.
La riflessione generale si compie operativamente (pratica), grazie ad un networking spinto (oltre cinquecento partner), sui temi del riuso del patrimonio ambientale, culturale e d’architettura nell’ambito alpino, e sull’idea stessa della montagna contemporanea.

L’arte come meccanismo trasformativo del territorio: la pratica di Dolomiti Contemporanee

Two Calls for Vajont
Il progetto di Andrea Nacciarriti che sarà realizzato sulla Diga del Vajont

La pratica consiste in questo: si affrontano siti, grandi o assai significativi nella terra e nella storia, che furono e non sono più. Una volta spenti, essi hanno mantenuto intatto un potenziale di risorsa, che si individua e si giudica riprocessabile, e sul quale dunque si inizia a lavorare. I siti opzionati costituiscono una piccola parte del patrimonio d’architettura storica e d’archelogia industriale disponibile.
Essi sono speciali e straordinari, il potenziale residuale che possiedono indiscutibile. Da qui, la necessità del loro rilancio a favore dell’intero territorio, e non del solo soggetto proprietario o ente gestore.
Non si lavora per il proprietario/gestore, ma con lui, per il territorio. Ciò è essenziale: DC si occupa quindi della cosa pubblica, e non della proprietà privata.
Destino del patrimonio, paesaggio,
intelligenza e cultura d’attivazione, arte contemporanea: si tratta di temi e valori e strumenti pubblici, non privati.

Questi siti hanno vissuto una fase propulsiva e vitale in seno al territorio, contribuendo, spesso in modo sostanziale, alla sua caratterizzazione identitaria e al suo sviluppo. Poi si sono fermati, divenendo aree necrotiche. Grandi fabbriche abbandonate, mai correttamente ripensate: per cui immobili, perdute, come la loro identità attuale, che spesso si limita a una pericolosa, retroversa, nostalgica coscienza del passato. Proprio come per la montagna. Una memoria passiva, improcessata, prende infatti in ostaggio la terra ed ogni bene, divenendone lo strumento passivante, imprigionatore.

Ex centrali idroelettriche, ex siti chimici e minerari, ex scuole, ex cartiere, ex villaggi vacanze, e così via. Con l’avvento di DC, questi siti sbrecciati entrano, diciamo, in una terza fase, rivalutativa. La prima fase fu quella relativa all’impresa della loro costruzione, che spesso ha concesso al territorio evoluzione e salto, culturale, economico, produttivo. La seconda è sintetizzata dalla preposizione dismissiva: ex. La terza fase, dev’essere un’idea, ovvero un fatto concreto, che possa concorrere alla rinascita del sito. Un’idea, infatti, è sempre e solo l’immaginazione di una concretezza plausibile: altrimenti stiamo parlando di sogni d’infanti e non d’idea, non delle migliori facoltà dell’uomo e del suo spirito, che sono precisamente ciò che interessa a chi crede nella cultura e nella sua capacità (ri)generativa. E quindi nella scienza e nell’arte.
Queste facoltà, sono sempre, e possono essere esclusivamente: creative, non certo gestionali. Ci sarà nulla da gestire infatti se non si partirà da una buona idea, dal cosa e soprattutto dal come fare. La gestione del bene, una volta riscosso, andrà affidata ad altri soggetti, perlopiù locali, che dovranno saper ottimizzare lo stimolo prodotto.

Di alcuni di codesti spazi problematici, che ristagnano immoti nel paesaggio dolomitico, enti pubblici e territoriali hanno tentato, negli anni, la riattivazione: spesso però senza riuscirci. In alcuni casi, l'intervento si è limitato a un costoso, inutile restauro de “l’ampia ruina”, dato che i siti sono comunque rimasti fermi, inchiodati. Ciò evidenzia ancor più la drammatica distanza tra potenziale del bene e capacità concreta di ripensarne un uso corretto da parte dell’uomo, secondo le tecniche convenzionali di politica, progetto, governanance. Da cui la logica regola: non restaurare, se non hai prima chiara un'idea d'uso del bene. L’idea deve venire prima del cantiere di restauro. Tanto per non sembrare allocchi (e per non sprecare risorsa pubblica). Ecco perché, per cambiare l’inerzia di questi oramai crateri del paesaggio, occorre un forte impulso di riattivazione: occorre, innanzitutto, il focus di un cantiere culturale evoluto (e non un budget per il restauro orbo: questo serve dopo). Dove, ribadiamo, la cultura non sia intermezzo o paramento, e invece motore.

L’arte come meccanismo trasformativo del territorio: la pratica di Dolomiti Contemporanee

Nuovo Spazio di Casso_Arte e Memoria
Aron Demetz fronteggia il Toc
La Casa dell’uomo non è mai bruciata, se la mente sa reagire
Foto: Giacomo De Donà

Cosa fa dunque DC?

I siti cimiterizzati, che han perso l’identità e la fiducia delle comunità finalmente vengono presi dall’arte e dalla cultura, che sono cose concrete.
Con il concorso di forze eterogenee, pubbliche e private, si crea un’ossatura di sostegno al progetto nel suo complesso, e alle piattaforme locali attivate su ogni specifico sito e contesto.
Dopo avere infrastrutturato le prime relazioni sociali, politiche, produttive, molto presto nel sito si attiva una residenza internazionale, in grado di accogliere decine, in alcuni casi centinaia, di artisti ed altri attivatori, che iniziano a lavorare direttamente sul posto.
I siti, antenne guaste, fermi da anni o decenni, ricominciano a trasmettere.
In questo processo, e all’interno di un sistema delle strategie relazionali, l’artista è l’enzima primario.
L’artista è due cose possibili, oppure, diciamo, può venire “impiegato” secondo due modalità antitetiche.
La prima, inutile, culturalmente puerile, decorativa, ne fa un produttore di complementi d’arredo (artista a parati: le mostre cosiddette, negli spazi predeterminati).
La seconda, diritta, strutturale ne mette a frutto l’intelligenza sensibile (senza strumentalizzarla: la utilizza quale tecnica d’aggressione all’inerzia) e la capacità di ricerca, applicandole, come lenti e focalizzatori allo spazio del paesaggio, che, per non languire, continuamente abbisogna di spunto e spinta (i cantieri negli spazi da rideterminare).
La distinzione è fondamentale: un’opera può rifulgere (aprire) o perdersi nella luce incerta della cultura d’esornazione.
Ma l’artista è un incarnatore plastico d’idea, ovvero un cogeneratore di valore, attraverso la trattazione critica dei tematismi d’ogni genere: ambientali, contestuali, legati alla storia e al paesaggio, al lavoro e all’architettura, e così via. In ciò è, anche lui, un trasformatore. E di trasformazione c’è appunto bisogno.
In tal modo, il lavoro di ogni artista diviene al tempo stesso un pezzo dell’indagine conoscitiva del paesaggio-territorio e una parte del dispositivo rivalutativo.
Naturalmente, quando parliamo d’arte contemporanea, parliamo di selezione critica e curatoriale, ovvero di qualità elevata o massima. Viceversa, senza qualità, non c’è arte, ma, ancora, carta da parati.
Gli artisti che transitano in DC, pur essendo spesso molto giovani (anche qui, come per il territorio, il progetto assolve ad una funzione di coltivazione, e di vivaio), hanno un profilo internazionale. Non v’è ricerca possibile senza ricerca della qualità, in qualsiasi ambito dell'umano agire (nel fare l’arte, l’architettura, il paesaggio, la filosofia la letteratura e la scienza, il formaggio, il cervo fiammato).
In otto anni, le residenze DC hanno ospitato ottocento artisti, più di duemila persone nel complesso. Ospitiamo i soggetti qualificati insieme ai quali si sviluppano -per un tempo breve, medio o lungo, a seconda dei siti e degli obiettivi- la ricerca e le attività. Grazie a questa massiccia presenza operativa, e alla qualità che essa produce, i siti depotenziati, generatori spenti (ex), ricominciano a produrre, divenendo, da silenti vestigia, nuovi cantieri della riprocessazione, culturale e funzionale, della Montagna contemporanea, e dello stesso potenziale proprio.
Accanto agli artisti, ci sono gli architetti e gli storici, i designer, i paesaggisti e gli economisti, gli atenei e gli istituti di ricerca, gli enti e i Ministeri, le aziende e gli scienziati, della terra e del cielo (forestali e della cultura).
I siti, che eran morti, tornano a vivere. Gli spazi vengono utilizzati per le attività artistiche, performative, laboratoriali, culturali. Una volta avviato, il cantiere viene comunicato, e spinto, non solo nell’ambito locale (produzioni e visibilità nazionale e internazionale): migliaia di persone vengono e lo attraversano: le relazioni producono inneschi ulteriori (reazione a catena).
Ogni sito-cantiere poi, viene interconnesso a tutti gli altri. Ciò genera una nuova mappa e geografia d'arcipelago, policentrica: una geopolitica culturale territoriale. Ma la visione è unitaria, organica. I siti sono numerosi, le strategie articolate, ma l'idea è una: contribuire alla costruzione (e alla ricostruzione) dei paesaggi dell'uomo.

L’ex polo chimico di Sass Muss (Sospirolo, Bl, 2011) e l’ex fabbrica di occhiali Visibilia (Taibon agordino, Bl, 2012) sono state le prime due esperienze complesse. Ad una lunga azione preparatoria, ha fatto seguito una breve quanto intensa stagione sintomatica. Per quattro mesi, queste fabbriche chiuse sono divenute grandi centri sperimentali della produzione artistica e culturale, popolate da centinaia di artisti. Gli spazi, riaccesi, hanno brillato. Le attività, incentrate sulla qualità, hanno consentito di comunicare il loro potenziale al territorio, che ha ripreso fiducia in essi, trasferendovi attività produttive.
Su altri siti, come ad esempio il castello di Andraz (Livinallongo, Bl, 2013) o il rifugio Brigata Alpina Cadore (Nevegal, Bl, 2013), si sono compiute azioni analoghe, ma più brevi e puntuali (performances, installazioni), per focalizzare sul valore del bene, manifestandolo, e per proporre una riflessione sul suo riutilizzo.
Contemporaneamente, per aumentare la fiducia e la consapevolezza generale a favore del contemporaneo quale metodo responsabile di riflessione sulla montagna e le sue risorse, strumento concreto di stimolazione del territorio, la trattazione dei tematismi montani e alpini è stata portata entro a musei e collezioni permanenti (musei tematici, etnografici e paleontologici ad esempio, Zoppè di Cadore e Cortina d’Ampezzo, Bl, 2014) dove si è continuato a lavorare insieme a enti locali e di sviluppo territoriale.
Ciò ha contribuito ad implementare continuamente la rete dei partner, che è il meccanismo basilare della condivisione degli intenti, capace di evitare il pericoloso e chiuso “specialismo” di certo contemporaneo criptico e aulico, slegato dalla realtà terrena.
Come si può a questo punto intendere, la politica di azionismo culturale di DC è articolata e complessa, non certo una gitarella contemplativa nell’arte da intrattenimento, e s’impernia sul meccanismo artistico quale ricognitore delle attitudini ed essenze dei luoghi, sul destino dei quali si reintavola dunque nuovamente, mentre l’intero territorio, a livelli differenti e integrati, partecipa di questo sforzo comune al ridestamento.

Rebranding Progettoborca
Il Vajont in Arcipelago Italia 2018

Rebranding Progettoborca
Le Coperte originali Lanerossi con il Cane a sei zampe trasformate in cappotti dagli artisti Poletti
Tollot per il PBLab
Foto: Giacomo De Donà


Il Vajont in Arcipelago Italia 2018


Nuovo Spazio di Casso
La struttura (progetto di restauro arch. V. Stella) di fronte alla frana del Monte Toc nel Vajont
Foto: Giacomo De Donà

Ma proviamo a spiegare meglio, seppure in sintesi, cosa accade in questi cantieri della rigenerazione territoriale, che sono sempre diversi, e adattati alla circostanza particolare, ovvero alla realtà delle cose. Non è possibile infatti instaurare un dispositivo teorico in un contesto reale: esso va realizzato su misura.
Primo esempio, il Vajont. Nel 2012, DC ha trasformato l’ex scuola di Casso (Pn), nel Nuovo Spazio di Casso, un “Centro per la cultura contemporanea di paesaggio e territorio”. Nei soli primi due anni, la residenza ha ospitato lo staff DC, ed ha consentito di portare a Casso oltre 80 artisti, che hanno lavorato sui temi locali.
E universali. La terra, la montagna, la frana. Il folklore, la natura, la tragedia. Ecco, la tragedia come uno degli elementi della realtà storica di questo luogo, non l’unico, non quello predominante. Perché nessuna chiusura, nemmeno la più terribile, sconfigge l'uomo che vuole aprire. Nessuno stallo è definitivo: rigenerare un contesto è sempre possibile (e in taluni casi necessario).
Il paesaggio del Vajont non deve esser fatto coincidere con un “paesaggio della tragedia”, questo occorre sostenere.
Se poi si crede che la cultura possa e debba fare qualcosa in un simile, delicatissimo contesto, si sta credendo di fatto nella possibilità della rigenerazione. “Twocalls” (www.twocalls.net) è un grande concorso artistico Internazionale (nella giuria, Marc Augè, Cristiana Collu, Angela Vettese, Alfredo Jaar), che ripensa la diga terribile in modo proiettivo. I grandi intellettuali, insieme agli artisti, vengono portati nel Vajont, a interagire in questa organica, multiversa piattaforma critica, a ribadire la vita, della quale la cultura è il motore rivalutativo (non la rappresentazione: il motore).

Un secondo esempio riguarda l’ex Villaggio Eni di Corte di Cadore (Borca, Bl).
Qui, i temi dell’architettura e dell’arte, insieme a quelli del welfare e della storia dell’innovazione d’Italia e della rivalutazione del patrimonio, assumono centralità macroscopica, grazie alla straordinaria impresa fondativa di Enrico Mattei ed Edoardo Gellner.
Nel 2014, DC ha ideato la piattaforma di rigenerazione di “Progettoborca” (www.progettoborca.net), sostenuta dalla proprietà (la società Minoter), e, come sempre dalla rete ampia dei partner, territoriali e extraterritoriali.
Dal 2014 al 2018, gli spazi formidabili della colonia dell’ex Villaggio Eni (oltre 20.000 metri quadri inutilizzati da cinque lustri), sono divenuti una stazione sperimentale altamente performante, la più articolata manifestazione di quel cantiere della produzione culturale e artistica integrata di cui abbiamo detto già.
Il corpo apparentemente esausto dell’architettura si è mosso, divenendo il corpo vivo dell’organismo reattivo, riabitato, riusato.
Centinaia di artisti, architetti, designer, vi hanno lavorato, riaccendendolo. Scuole di architettura, laboratori di autocostruzione, summer school ed esperienze di formazione, workshop con accademie di belle arti. Con le aziende di oggi e di ieri (il Villaggio fu realizzato negli anni ’50 con il concorso di aziende come Pirelli, Fantoni, Flos, Lanerossi, Krupp e moltissime altre), numerosi progetti di rebranding (come il “PbLab”) sono stati avviati, riprocessando i materiali e i prodotti d’un tempo.
In generale, mentre si sviluppano le attività creative (uso sperimentale e temporaneo dello spazio: processo di start-up) e legate alla formazione, si costruiscono le attenzioni e le relazioni che possono portare alla definitiva riabilitazione del bene, il cui potenziale va ripensato a seconda delle opportunità presenti e non in astratto. Pensiamo ad esempio a Cortina2021, e alle Olimpiadi del 2026.
E ricordiamo i concetti, tanto giusti quanto alla moda oggi, anche tra architetti e ambientalisti, di sostenibilità, riuso, chilometro zero. E allora, il pensiero è istantaneo. Perché costruire volumi nuovi, per disfarli il giorno dopo, con le eccezionali volumetrie gellneriane a disposizione, solo per rimanere a Borca? Come non usare il traino d’un simile momento storico, e l'attenzione e la risorsa economica che esso garantisce, a favore del territorio, per rigenerare questa eccezionale struttura, dal potenziale logistico più che interessante, dalla storia prestigiosa, insieme magari ad altre? Quell’impresa fu magnifica, per l’Italia, nel mondo.
Siamo capaci, oggi, di guardare avanti, di progettare assennatamente, di recuperare ciò che di ieri ancora vale e può servire?
O ignoreremo per l'ennesima volta il patrimonio e le sue potenzialità, costruendo a maggior costo strutture nuove che dureranno un istante, che saranno poi subito smantellate, che serviranno a fare un evento e non sviluppo?
Sappiamo ancora pensare? Se siamo in grado di connettere i pensieri e le parole, sapremo di certo che sport e turismo non sono che due funzioni derivate di cultura e territorio. Chi non pensa così, non è politico capace. Chi separa gli ambiti, invece di produrre visioni organiche di rilancio e gestione, non porterà crescita.
La cultura pensa, poi fa. Proprio come dovrebbero fare la buona politica, la buona architettura. Pensiamo: facciamo.

 


GIANLUCA D’INCÀ LEVIS:
Laureato in architettura allo IUAV di Venezia, è curatore d’arte e critico.
Ideatore di Dolomiti Contemporanee e Progettoborca, direttore dello Spazio di Casso al Vajont.
Dal 2010, ha avviato una serie di progetti curatoriali e riflessioni che mettono in relazione l’arte contemporanea, la cultura d’innovazione, la rigenerazione di siti dismessi, e la montagna quale spazio-cantiere a cui applicare processi di valorizzazione culturale e funzionale. Centrale l’idea di produrre immagini rinnovative, operando su ambiente, territori e paesaggio in modo critico e proiettivo, rifiutandone le letture stereotipe.