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L’architettura moderna nelle Alpi italiane: dalla conquista alla ritirata

Le Alpi sono state a lungo considerate un luogo rimasto fuori dal tempo e dalla storia. Anche il grande storico Fernand Braudel, nel secondo dopoguerra, descriveva le montagne d’Europa come un mondo in disparte, quasi indifferente agli avvenimenti che avevano interessato le città e le pianure del continente nei secoli addietro. 
Le popolazioni alpine, dal Medioevo fino al Settecento inoltrato, avevano in alcuni casi goduto di autonomie politiche, ma soprattutto avevano sviluppato modi di vita e forme economiche che prevedevano uno sfruttamento oculato e capillare delle risorse. I montanari avevano basato il proprio sostentamento su alcune attività come la produzione casearia, la viticultura, la selvicoltura, l’industria estrattiva, la piccola manifattura e i traffici transalpini. A questi utilizzi delle risorse e del territorio si erano associati modi di vita e visioni del mondo che avevano contraddistinto la civiltà alpina, e che effettivamente, dal Medioevo, non avevano subito grossi sconquassi. Con l’avvento della civiltà industriale la situazione cambia invece rapidamente.

Paul Klee, La conquista della montagna  1939, olio su cotone, Museo nazionale di Tokyo.

Paul Klee, La conquista della montagna 
1939, olio su cotone, Museo nazionale di Tokyo

La modernizzazione delle Alpi 

Il processo di modernizzazione delle Alpi prende avvio agli inizi dell’Ottocento con la costruzione delle strade di valico, che consentono di collegare più agevolmente le città collocate da una parte e dall’altra della catena. È già una prima avvisaglia di crisi per la civiltà alpina, che aveva sfruttato i traffici transalpini su una rete diffusa di percorsi.
Nella seconda metà dell’Ottocento inizia anche il processo di industrializzazione, con l’impianto delle prime fabbriche, ma soprattutto con lo sfruttamento intensivo di alcune risorse naturali, prima fra tutte l’acqua. Le centrali idroelettriche conoscono un impulso decisivo dopo il 1880, quando la messa a punto dei sistemi ad alta tensione consente il trasporto a lunga distanza dell’energia. Anche questo aspetto tenderà a mettere in crisi le economie tradizionali, per il fatto che le risorse interne delle Alpi iniziano a essere sfruttate per sviluppi esterni.
Con l’agricoltura di montagna che non riesce a reggere la concorrenza di quella meccanizzata di pianura, si iniziano a valorizzare le risorse naturalistiche che avevano nel frattempo reso famose le Alpi. Le qualità dell’aria e delle acque termali sono sfruttate a fine curativi, mentre le valenze paesaggistiche diventano un’attrazione per i villeggianti provenienti dalle città. Questi vantaggi sono sfruttati soltanto da alcune località, e in molte occasioni non da iniziative locali, ma da investitori provenienti dall’esterno.
Molti hanno descritto la modernizzazione delle Alpi come una conquista della montagna da parte della città. Un quadro di Paul Klee, intitolato proprio La conquista della montagna, sembra alludere a questa situazione, con un treno che si arrampica lungo binari in forte pendenza tra i boschi, violandone la tranquillità (fig. 1). Tuttavia non è forse corretto interpretare questo processo come una sorta di assalto, e sostenere che la modernizzazione delle Alpi sia stata dettata solo da interessi esterni. E tuttavia non si può negare che la società industriale abbia teso ad accentrare le produzioni e gli sfruttamenti in alcuni luoghi, generando uno sviluppo meno equilibrato rispetto a quello della civiltà alpina. 
L’architettura ha avuto una parte attiva nella modernizzazione nelle Alpi, così come l’aveva avuta nelle città. Le opere pioneristiche della modernità architettonica hanno trovato applicazione nelle infrastrutture e nell’industria. La costruzione di una strada di valico e di una ferrovia, nell’Ottocento più che ai giorni nostri, non era concepita soltanto nei termini di un’opera ingegneristica di mero contenuto funzionale, ma anche nei termini di costruzione del paesaggio (fig. 2). Così, accanto alla realizzazione di una carreggiata o alla posa dei binari, grande attenzione era riservata alle opere d’arte di contorno, ai ponti, alle gallerie, a edifici quali case cantoniere e stazioni ferroviarie. Allo stesso modo, nella progettazione di un sistema idroelettrico, l’architettura aveva peso non soltanto nella progettazione della centrale, ma anche nelle infrastrutture a essa collegate. Queste grandi opere si inserivano nel paesaggio delle Alpi con una scala e un linguaggio diversi rispetto a quelli della tradizione, ma con unità e chiarezza di disegno (fig. 3).

 

Architettura moderna e progresso

Dopo la fase pioneristica, a partire dal primo dopoguerra l’architettura moderna si afferma progressivamente in Europa con proprie teorie e linguaggi. È un processo che prende avvio dall’opera di alcuni maestri e che guadagna nel tempo una certa coralità d’espressione, giungendo a influenzare anche le tradizioni costruttive più consolidate.
Nelle Alpi italiane le prime opere d’architettura moderna sono realizzate da progettisti provenienti dalle città. Si tratta di colonie montane (fig. 4), sanatori, alberghi, centrali idroelettriche o semplici abitazioni private, il più delle volte commissionate da persone anch’esse provenienti  dalla città. Per gli architetti moderni, le Alpi diventano un luogo dove sperimentare e mettere in pratica nuove teorie, una sorta di laboratorio dove uno dei fondamenti dell’architettura moderna, quello del rapporto con la natura, può essere esaltato. In montagna, infatti, non ci si confronta soltanto con una tradizione costruttiva, ma anche e soprattutto con la presenza incombente e pervasiva della natura.
Queste prime opere moderne non sono da considerare solo come episodi isolati, ma anche un tentativo di proporre un nuovo modello di sviluppo, che aspira a trasformare interi territori. Senza necessariamente chiamare in causa le visioni di Architettura alpina di Bruno Taut, anche nei lavori di altri architetti moderni è possibile intravedere una vena utopica, che tenta di indicare visioni e linee di sviluppo nuove. Come per tutte le utopie, le applicazioni reali possono essere solo parziali, e tuttavia capaci di indicare una direzione, il più delle volte orientata al progresso.
È un’inclinazione che si può riconoscere in maniera più evidente nei progetti su larga scala, come nella costruzione dei grandi complessi sanatoriali (fig. 5) o delle stazioni turistiche di nuova fondazione, oppure nella pianificazione di vaste aree abitate. Nella proposta per il Piano regolatore della Valle d’Aosta, promossa da Adriano Olivetti negli anni Trenta del Novecento, nonostante vi abbiano lavorato diversi architetti, è possibile riconoscere una linea comune a tutti gli interventi pianificati, capaci di restituire una nuova immagine del territorio. Alcuni progetti avanzano proposte anche radicali, come nel caso del Piano per la città di Aosta dei B.B.P.R., che prevedeva di isolare i monumenti romani e di far tabula rasa dell’intero tessuto medievale della città, sostituendolo con una nuova città razionalista (fig. 6). Alla base di quella proposta v’era un’idea igienista, che considerava impossibile un risanamento o un riuso delle costruzioni storiche, e quindi necessaria la loro integrale sostituzione con abitazioni moderne.
La radicalità di quest’ultimo progetto fa emergere quello che probabilmente è stato uno dei limiti di questo tipo di proposte, e cioè quello di aver trascurato le identità locali, proponendo sviluppi troppo slegati e distanti dalle tradizioni preesistenti. In questo senso l’architettura moderna, in contesti particolari come quello alpino, può forse essere considerata come un’architettura di conquista, pur con le “buone intenzioni” -come le avrebbe definite Colin Rowe- finalizzate allo sviluppo e al progresso. 

Johann Jakobus Meyer, La valle dell’Adda dall’uscita della galleria dopo i Bagni di Bormio 1831, collezione privata.

Johann Jakobus Meyer, La valle dell’Adda dall’uscita della galleria dopo i Bagni di Bormio
1831, collezione privata
Meyer aveva realizzato una serie di incisioni con paesaggi ripresi dalla Strada dello Stelvio, pubblicate poco dopo l’inaugurazione dell’opera.

Tomaso Buzzi, Disegno per una tappezzeria,  da “Domus” n. 3, 1928
Gino Levi-Montalcini, Colonia montana IX maggio (oggi Madail),  Bardonecchia, 1936-1938 (Archivio Levi-Montalcini, Torino)
Ufficio Tecnico per le costruzioni sanatoriali INPS, Villaggio sanatoriale di Sondalo,  1932-1940 (Archivio Castiglioni-Giani, Varese)

Tomaso Buzzi, Disegno per una tappezzeria,
da “Domus” n. 3, 1928

La stampa riproduce un paesaggio di montagna, dove agli insediamenti tradizionali si affiancano le costruzioni per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica: tralicci dell’alta tensione, condotte forzate, dighe, centrali.


Gino Levi-Montalcini, Colonia montana IX maggio (oggi Madail),
Bardonecchia, 1936-1938 (Archivio Levi-Montalcini, Torino)


Ufficio Tecnico per le costruzioni sanatoriali INPS, Villaggio sanatoriale di Sondalo,
1932-1940 (Archivio Castiglioni-Giani, Varese)

La ritirata

L’approccio descritto nel precedente paragrafo dispiega la sua influenza anche nel secondo dopoguerra; in montagna lo si ritrova soprattutto nella pianificazione e costruzione di nuovi insediamenti, come nel caso delle stazioni sciistiche. Tuttavia, già negli anni Cinquanta, molti iniziano a interrogarsi sugli sviluppi dell’architettura moderna, che rischia di diventare una “maniera”. Fra le questioni più dibattute v’è quella dell’adesione allo spirito dei luoghi e del radicamento dell’architettura.
Ernesto Rogers lancerà in quegli anni, dalle pagine di “Casabella”, un intenso dibattito attorno al tema delle “preesistenze ambientali”. Alcuni architetti sperimenteranno nelle loro opere degli anni Cinquanta un atteggiamento diverso nei confronti della tradizione, reinterpretando in chiave moderna le forme del passato. Questi approcci saranno aspramente criticati, sulle pagine di “The Architectural Review”, da Reyner Banham, che parlerà di una “ritirata italiana” dal Movimento moderno.
Anche nelle Alpi, fanno la loro comparsa opere che, pur progettate da architetti moderni, non si rifanno più agli stilemi del razionalismo, ma richiamano elementi della tradizione locale. Il caso più noto è probabilmente quello del Rifugio Pirovano di Albini a Cervinia, che reinterpreta la tipologia storica del Rascard (fig. 7). L’architettura continua in realtà a sperimentare nuove soluzioni, producendo oggetti di grande interesse (fig. 8). Attorno al tema del costruire in montagna si sviluppa tra anni Cinquanta e Sessanta un dibattito intenso, come ad esempio nei convegni annuali di Bardonecchia. Tuttavia gli oggetti architettonici prodotti da quella stagione, tra cui figurano molti capolavori, non ritroveranno più quella coralità di intenti sviluppata all’interno del Movimento moderno.
Dagli anni Ottanta del Novecento anche il dibattito culturale andrà scemando, e ogni architetto procederà per la propria strada, rinunciando a elaborare proposte collettive. In questo senso, quella degli architetti operanti in montagna appare davvero come una ritirata, avendo rinunciato a esercitare un controllo sugli sviluppi generali dei territori e a incidere in maniera più significativa sulla pianificazione. La dispersione edilizia che è oggi sotto i nostri occhi è certamente dovuta a molti fattori, ma sorge il dubbio che gli architetti non abbiano fatto abbastanza per contrastarla, se non addirittura contribuito ad alimentarla.

Gian Luigi Banfi, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, Piano di Aosta,  1936
Franco Albini, Luigi Colombini, Rifugio Pirovano, Cervinia,  1947-1951
Gino Levi-Montalcini, Villa Marocco,  Sauze d’Oulx, 1947 (Archivio Levi-Montalcini, Torino)

Gian Luigi Banfi, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, Piano di Aosta,
1936

Fotomontaggio con il modello della nuova città (da Studi e proposte preliminari per il Piano regolatore della Valle d’Aosta).


Franco Albini, Luigi Colombini, Rifugio Pirovano, Cervinia,
1947-1951

Sullo sfondo, a sinistra, la Casa del Sole di Carlo Mollino del 1947-1949.


Gino Levi-Montalcini, Villa Marocco,
Sauze d’Oulx, 1947 (Archivio Levi-Montalcini, Torino)

GIACOMO MENINI:
Architetto e PhD in Composizione architettonica, opera tra Milano e la Valtellina con interventi sul patrimonio storico e contemporaneo. È assegnista presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano nell’ambito di un progetto sulle “Fragilità territoriali”. Fulcri della sua ricerca sono l’architettura e il paesaggio delle Alpi. Sugli stessi temi ha curato mostre, organizzato convegni, pubblicato articoli e saggi.