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Intervista all’Assessore Carlo Daldoss

L’art. 147 della legge urbanistica n. 1/2008 istituisce la Scuola di Paesaggio - step con “programmi di formazione e aggiornamento permanente in materia di pianificazione territoriale e di paesaggio”. A tale scopo viene costituito un apposito comitato scientifico al quale affidare l’indirizzo e coordinamento della programmazione dei corsi di aggiornamento, finalizzati a formare non solo i professionisti ma anche i dipendenti pubblici e gli operatori economici che operano nel settore dell’urbanistica, della tutela del paesaggio e dell’edilizia sostenibile, nonché i membri delle CPC.

Intervista all’Assessore Carlo Daldoss

Foto di Giuseppe Varchetta

Il lavoro di step è iniziato nel 2009, che bilancio fa dell’attività della scuola dopo otto anni di lavoro di cui la metà, dal 2013, sotto il suo assessorato, è cambiato qualche cosa rispetto agli indirizzi iniziali?
Il bilancio è sicuramente positivo. L’attività che la scuola del territorio e del paesaggio svolge nell’ambito provinciale è sì di formazione, ma ancora di più incide sull’aspetto della crescita culturale, della percezione del contesto e del valore del territorio in termini generali. Da questo punto di vista il lavoro iniziato nel 2009 è continuato, in termini assolutamente positivi, fino al 2017. Cosa è cambiato dal 2013 in poi? Credo che, attraverso il comitato scientifico, si siano coinvolte sempre maggiormente le professioni. A fianco dell’Università, le professioni occupano un posto importante all’interno di step. Il comitato scientifico nel 2013 è stato “ringiovanito”, non perché quello precedente non avesse lavorato bene, ma sono convinto che la spinta innovativa, in termini di proposte e di soluzioni, di spunti e di obiettivi nuovi, abbia sempre bisogno di una ricarica.
Abbiamo voluto spingere molto sulla formazione. step si è occupata di formare i professionisti, ma abbiamo coinvolto anche gli esperti di paesaggio delle Commissioni per la pianificazione territoriale e paesaggio (CPC) delle Comunità di Valle (CdV). Uno degli obiettivi che mi sono posto, sicuramente non raggiunto ma per il quale abbiamo iniziato un percorso, è quello di creare una percezione del territorio e stilemi di omogeneità di valutazione complessiva, finalizzati a caratterizzare il territorio stesso, non lasciare questo fatto alla discrezionalità o alla sensibilità di chi occupa per 5 anni una posizione all’interno della CPC.

Questo vale sia per gli esperti ma anche per i professionisti che vengono di volta in volta scelti.
Si. Dalla mia esperienza di trent’anni di lavoro da operatore e da Libero Professionista, ho avuto a che fare con le Commissioni delle Comunità, che cambiavano indirizzo ogni 5 anni in relazione alla composizione e all’architetto di riferimento: dobbiamo riuscire a costruire un collegamento tra l’obiettivo che vogliamo raggiungere, cioè la qualità paesaggistica e architettonica, e l’idea di territorio. In questo i Liberi Professionisti, gli architetti in particolare, hanno delle grandi opportunità e anche responsabilità.
Altro aspetto che ha dato risultati importanti è l’attenzione verso le scuole. Step ha organizzato in tutto il Trentino alcuni corsi e mostre sugli aspetti paesaggistici e sulla correlazione, ad esempio, fra l’attività agricola e l’impatto che questa ha sul paesaggio. Mi viene in mente la Val di Cembra, come esempio positivo. Se vogliamo fare cultura e fare in modo che ognuno di noi si senta responsabile delle piccole azioni della quotidianità, si deve avere cura anche di aspetti minori, dell’ordine con cui si accatasta la legna, si coltivano i fiori. Se il semplice atto di disporre i gerani o le piante nell’orto di casa, costituisce un valore, questo fatto incide anche sull’interesse pubblico, sull’idea di una comunità, sulla cura di sé e sulla qualità della vita. Al contrario, se percepisco un senso di disordine, di disattenzione ai dettagli e alle cose esteriori, mi costruisco un’immagine negativa della comunità che abita un territorio.

Lei ha introdotto all’interno dell’Osservatorio del Paesaggio il Comitato per il paesaggio e la qualità architettonica.
È stato inserito nella Legge Urbanistica, ma ho accolto una proposta nata al Tavolo dell’urbanistica. Tavolo molto faticoso, ma dove si sono confrontate visioni diverse. Alla fine il risultato è stato positivo, le persone hanno partecipato e le scelte non sono state imposte. Questo è un aspetto che non riguarda solo l’urbanistica ma riguarda, in termini generali, una modalità di approccio al tema delle regole e dei traguardi. L’amministratore deve conoscere chi ha di fronte, per indirizzare le scelte deve avere un’idea, un obiettivo, ma è necessaria la cooperazione di tutti per costruire le condizioni, affinché questo obiettivo diventi realtà. Ripeto! È una via lunga e faticosa, ma porta a dei risultati migliori.

Questo risponde a quanto detto in una conversazione con Cepollaro per programmare il numero di “a” dedicato a step: più che lavorare in solitaria sul paesaggio e sulla teoria di salvaguardia, si cerca di creare una rete con persone e istituzioni che si dedicano al tema, in maniera da introdurre il lavoro sul paesaggio da un punto di vista culturale...
Gli aspetti del paesaggio alle volte sembrano degli elementi staccati dal destino complessivo di un territorio. Invece, basta andare un po’ più a nord, e la sommatoria di una serie di consuetudini, di pratiche sostanzialmente diverse dalle nostre, ad esempio il maso chiuso, determinano una percezione del territorio, un carattere identitario. Elemento fondante di un brand che interessa l’aspetto di quel territorio, il turismo, l’agricoltura, ma anche, per assurdo, un prodotto del settore manifatturiero. Un prodotto qualsiasi, se proviene da quella Regione, da quella Provincia, da quel Luogo, che è un luogo di alta qualità, dove la gente sta bene, dove c’è cura del territorio, vuoi che non sia migliore che in altre località?
In questo elemento, secondo me, sta il vero valore aggiunto e la necessità di investire su step. Proprio perché è la nostra capacità di creare una comunità che, anche attraverso queste, cose giustifica l’autogoverno e la nostra autonomia.

Il collegamento e il confronto con l’Alto Adige è sempre nei discorsi di tutti, sono i nostri cugini più bravi...
Mah io non dico che sono più bravi. In 30 anni di professione ho trovato dei carpentieri altoatesini che avrei mandato a casa! È un livello di percezione: per tutta una serie di ragioni storiche, etniche, sociali, ma in particolare di gestione della proprietà -che da loro è privata, mentre la nostra è pubblica- sono stati indirizzati verso una forma di protezione, che prima ha costituito un limite, successivamente è diventata un punto di forza. Hanno avuto la necessità di lavorare su questioni di grande disagio, pensate a tutti i masi che non avevano una strada di accesso, che vivevano in comunità autonome ma con aspetti di ordine sociale non banali. Tutto questo è servito a difendere l’identità etnica di quel territorio perché la minore contaminazione affermava la diversità etnica.

Ricorrono quest’anno i 50 anni del PUP del 1967. La provincia di Trento ha attivato una serie di iniziative per celebrare tale ricorrenza: quattro incontri tematici nelle valli, un seminario tecnico, un seminario di sintesi e un evento conclusivo al MUSE a dicembre. Lo slogan che caratterizza la proposta di approfondimento è Anticipiamo il futuro: che cosa emerge dagli eventi organizzati fino ad ora e in particolare, che cosa pensa del ruolo degli architetti e urbanisti, partner nell’organizzazione dell’evento tecnico, quale ruolo possono avere queste figure nel futuro del nostro territorio?
Il PUP venne adottato quando la grande fase dell’emigrazione era già avvenuta. Si intravedeva lo sviluppo, il famoso boom italiano. Quel piano aveva la spinta necessaria a creare le condizioni di una crescita economica e sociale anche del territorio trentino. Conteneva in sé la tensione e la drammaticità dovuta al depauperamento del capitale sociale trentino emigrato. E siccome partono sempre i “migliori”, cioè quelli che hanno maggiori capacità di rischio e di adattamento, è evidente che questo fatto ha costituito un sacrificio.
Verso la metà degli anni ’70 lo sviluppo delle seconde case ha innescato una visione del futuro che avrebbe dovuto essere più attenta, la politica avrebbe potuto immaginare qualcosa di diverso. Le visioni erano contrapposte: di difesa, perché aprirsi voleva dire morire, e di apertura, che significava riscatto.

In effetti i PUP successivi, penso in particolar modo quello dell’87, hanno tentato di modificare queste scelte...
...ricordiamoci sempre che è figlio di Stava. Finalmente ci si rese conto che il territorio aveva delle caratteristiche particolari, non era riproducibile all’infinito e sotto il profilo ambientale era stato trascurato. È stato un Piano, un approccio, che simbolicamente interpreto così: il treno era in corsa, tiriamo il freno, ci fermiamo e tentiamo di capire dove siamo arrivati e cosa si può fare. È ovvio che i vari P.R.G. avevano previsioni urbanistiche espansive, e su quello non si è potuti intervenire, ma dall’87 in poi si sono costruiti in Trentino montagne di metri cubi di seconde case.

Questo secondo lei è un problema del “progetto di area vasta” o può essere intravisto nella mancanza dei piani intermedi, ad esempio i Piani Urbanistici Comprensoriali (PUC) di allora e i Piani Territoriali di Comunità (PTC) di adesso i quali, mi sembra, sono bloccati.
Sono due cose diverse: il PUC previsto dalla pianificazione del’67 era un piano che “prendeva atto”, anche se bisognerebbe distinguere tra le unità insediative e il PUC. L’idea originaria di Samonà prevedeva che le unità insediative facessero una programmazione comune. Cos’è accaduto poi? Ho vissuto personalmente una variante del PUC approvato in Val di Sole, 1974 prima adozione, 1977 adozione definitiva; salvo alcune scelte di carattere strategico i PUC si sono concretizzati come una sommatoria delle singole necessità dei comuni.

Intervista all’Assessore Carlo Daldoss

Foto di Giuseppe Varchetta

...ma questa è stata l’interpretazione, non era nelle intenzioni...
Si, non si è riusciti a cogliere questa opportunità. Ricordo che sono stati approvati i Piani della Val di Sole, del Primiero e del Basso Sarca, quindi pochi. Evidentemente per mezzo di questo approccio il Comune cedeva un po’ delle proprie competenze, quello era potere vero, ed è stata fatta una resistenza enorme. Ma la vera morte del PUC e di conseguenza dei Comprensori, si è realizzata con la Legge Urbanistica dell’ass. Micheli nel ’91. Micheli ha detto, questa cosa non funziona tutte le competenze edificatorie le lasciamo ai Comuni... è ovvio che al Comprensorio non è rimasto nulla, inoltre sono state tolte anche le competenze alla sanità, con l’azienda sanitaria unica.
Per giungere ai giorni nostri, i PTC rivestono un aspetto di maggiore flessibilità rispetto al PUP. Nel 2006 si è detto, il PUP è uno strumento rigido, qual è quello strumento che ci può rendere flessibili, chi può avere queste possibilità? Le nuove Comunità. E quindi i Piani sulle aree produttive piuttosto che sulle aree agricole di pregio o sulla mobilità sono state ricondotte all’interno dell’attuale Comunità. Poteva essere una grande cosa in termini organizzativi, ma nella realtà ha solo la funzione di cesellare alcuni aspetti che non erano ben evidenziati nella pianificazione provinciale.

Lei per risolvere questa questione ha in mente qualche variante?
Ma non è che ci siano grandi cose da risolvere. A seguito delle riflessioni che abbiamo fatto in questi 4 incontri tematici sul PUP, c’è da prendere atto che il tempo della programmazione, intesa come pianificazione di tipo cartaceo, puntuale sul territorio, è un tempo finito.
Dobbiamo capire come il sistema che abbiamo costruito possa funzionare al meglio, possa essere migliorato, come possano essere tolte le brutture costruite 40 anni fa e, soprattutto, come porre al centro la questione del rapporto tra la Valle dell’Adige, Trento e le altre valli del Trentino, tema già affrontato dal PUP 67, ma riformularlo con sguardi nuovi. Come dice Scaglia, i termini sono quelli di come si percepisce il Trentino, più somigliante alla Svizzera, con tanti cantoni, che sono le nostre valli, ognuna con le proprie caratteristiche, ma il contesto deve essere tale che ognuno si possa riconoscere, trovando i modi di svolgere le proprie attività e il proprio futuro. Potenzialmente sfruttando quanto di nuovo abbiamo: la banda larga.
Viviamo in una comunità con uno schema di mobilità degli anni 70. Oggi devo avere un sistema di mobilità moderno, veloce, con tempi di spostamento di massimo un’ora, pensare un sistema di modalità che risponda a bisogni puntuali, magari a chiamata: avere una mobilità pubblica significa ridurre il traffico privato, quindi migliorare la qualità dell’ambiente e indirizzare le risorse economiche delle famiglie un po’ meno verso il trasporto privato e un po’ più verso il trasporto pubblico.
Dobbiamo superare il gap tra valli e città, perché se interpretato nella maniera giusta potrebbe trasformarsi in quello che Annibale Salsa definisce “i nuovi montanari”.
Quando, in questi incontri sul PUP, parliamo di anticipare il futuro, vogliamo sia ricordare il piano di 50 anni fa, ma anche interrogarci su un aspetto fondamentale: “serve oggi un nuovo PUP?” La risposta, per quanto mi compete, è un nuovo piano come lo definisce Castelnovi, un piano economico di sviluppo sostenibile, non solo nella declinazione ambientale ma anche sociale ed economica.
Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso di collaborazione con step su questo tema, per suscitare dibattito. Quindi il Piano del quale sento una necessità enorme, deve avere questo obiettivo. Un soggetto che valida qualsiasi iniziativa che si mette in moto e che deve essere di medio periodo, una previsione di almeno 20 anni. Il secondo aspetto fondamentale dello slogan “anticipiamo il futuro” è di quadro territoriale. Non possiamo immaginare che le programmazioni sulla mobilità, ma anche turismo, sanità, industria, possano trovare una loro collocazione programmatoria nel piccolo Trentino. Il nostro ambito di riferimento territoriale deve essere regionale e guardare all’Euregio. Perché questo è il filone storico da cui noi proveniamo. Non è nostalgia, ma le Alpi, che ci separano da Innsbruck e dall’intero Tirolo, in qualche modo devono essere percepite, e lo saranno in maniera straordinaria dal 2026 in poi, con l’apertura del tunnel di base del Brennero. Sarà un’immensa opportunità: noi dobbiamo essere pronti a quel giorno.

La legge n. 3/2006, e la successiva modifica la n. 12/2014, istituisce l’Autorità per la Partecipazione. Dal dicembre dello scorso anno l’organo è stato costituito con tre membri ed è competente sui processi partecipativi obbligatori nell’ambito delle CdV, del Piano Sociale e della suddivisione dei Fondi Strategici provinciali. Inoltre ha competenza sui processi volontari che possono attivare i Comuni su qualsiasi argomento. Ad un anno dalla sua istituzione, che bilancio si può fare di questa esperienza e che prospettive vede in questa modalità di relazione con i cittadini?
Va nella direzione di ciò che ho detto prima, è un tentativo di istruire, anche attraverso atti normativi, delle buone pratiche. Abbiamo fatto un’esperienza con il Fondo Strategico Territoriale delle Comunità assolutamente positiva. Quello che io percepisco, quando torno sul territorio e parlo con i Sindaci, i destinatari di questo percorso, è l’assoluta validità di tutto quello che si è deciso confermando le previsioni iniziali.
Io non sono per la democrazia diretta, le grandi assemblee ecc... sono però per l’informazione. Se non c’è informazione io non posso decidere, quindi l’amministratore pubblico deve trovare le modalità di fare una buona informazione, di raccogliere gli stimoli, le osservazioni, anche da chi non è qualificato. La responsabilità finale della scelta resta sempre nelle mani del decisore pubblico, il quale è stato nominato per prendere questo tipo di decisione, nel bene e nel male. Fra 5 anni andrà giudicato in maniera democratica. Credo che abbiamo imboccato una strada senza ritorno, credo che i cittadini oggi non accetterebbero più di non essere informati, di non partecipare alle scelte.
È vero, nascono comitati su qualsiasi intervento o proposta, ma anche qui dobbiamo vedere il lato positivo: se la contrapposizione è positiva e fondata, bene, la prendiamo in considerazione, se invece l’obiettivo è il consenso di domani, sappiamo che la strumentalizzazione della partecipazione è altissima. C’è chi strumentalizza perché fa opposizione a prescindere, c’è chi strumentalizza per raccogliere consenso e allora ne ricava un beneficio, però con il tempo tutto si sistemerà.

CARLO DALDOSS
Assessore alla Coesione Territoriale, Urbanistica, Enti Locali ed Edilizia Abitativa della Provincia di Trento