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Immagine sociale dell’architetto

Premessa. Obiettivi e metodi

L’8° Congresso Nazionale degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori che si è svolto a Roma dal 5 al 7 luglio 2018, è stato un evento importante per la nostra professione: oltre che per quanto si è detto e discusso, il Congresso è stato fondamentale per affermare - e convincerci - che anche noi architetti siamo in grado di coalizzarci, fare gruppo e partecipare, azioni fondamentali per poter riaffermare la professione dell’architetto come indispensabile nella creazione dei processi e dei dispositivi che generano e mantengono vitali il senso ed i valori di un Paese.

Nei vari dibattiti tenutisi nella Sala santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, si è parlato spesso dell’architetto come una figura nodale per lo sviluppo del Paese, unica professione in cui si intrecciano “tematiche e problematiche tecniche e tecnologiche, sociali, culturali, estetiche in tutte le loro tante, diverse derivate”.
Noi tutti siamo convinti di questo, delle nostre caratteristiche peculiari e della necessità che un Paese per essere buono debba avere una Buona Architettura e una Buona Pianificazione e non solo buoni edifici, ma i non architetti cosa ne pensano? Ha dato risposta a quest’ultima domanda l’intervento tenutosi nella giornata conclusiva di Mario Abis, sociologo, Professore di Statistica e Ricerche Psicosociali all’università IULM di Milano, nonché membro del Comitato scientifico del Congresso Nazionale. Abis infatti ha esposto i risultati ottenuti da un sondaggio commissionato dal CNA e realizzato da Makno, atto a definire l’immagine sociale dell’architetto e dell’urbanista. Come metodologia della ricerca è stato deciso di utilizzare tre diversi approcci complementari e di condensarli poi in un’unico documento finale.
La ricerca quindi si è articolata in:

 

  1. una indagine qualitativa finalizzata ad ottenere un primo quadro di risposte motivazionali e istintive, funzionali ad orientare le fasi successive della ricerca. L’indagine qualitativa ha visto la realizzazione di due focus group ai quali hanno partecipato 8 persone ciascuno (4 donne e 4 maschi) di età compresa tra i 36 e i 47 anni (nel gruppo dei cosiddetti “adulti”) e tra i 27 e i 35 anni (nel gruppo dei cosiddetti “giovani adulti”). In entrambi i casi i partecipanti sono stati selezionati in base al possesso di un titolo di studio medio alto;
  2. una indagine quantitativa svolta con metodologia CAWI su un campione di oltre 500 casi, rappresentativo della popolazione italiana allargata con più di 25 anni, suddivisi in 4 classi di un decennio ciascuna fino a 65 anni. Anche in questo caso il campione ha estrapolato soggetti con almeno un diploma di secondaria di 2° grado. Nel dettaglio: il 63% del campione ha un diploma, il 32% è laureato e il 5% ha conseguito un master;
  3. una indagine presso opinion maker che ha coinvolto una ventina di testimoni privilegiati individuati per la loro conoscenza diretta della figura degli architetti con i quali hanno rapporti di lavoro che assumono sfaccettature diverse. Sono stati infatti intervistati: committenti di grandi operazioni di sviluppo urbano, manager di fondi d’investimento, amministratori pubblici, operatori della comunicazione impegnati in campagne di informazione/promozione di progetti di sviluppo immobiliare... La loro esperienza ha consentito di far emergere, nel corso delle interviste e tra le altre tematiche, anche un confronto con la figura e il ruolo dell’architetto all’estero e l’intervento, non scontato e non privo di aspetti problematici, dei grandi studi esteri nella progettazione e pianificazione dei progetti di sviluppo urbano.

 

Gli esiti dell’indagine qualitativa

L’immagine ottenuta delinea una professione legata allo stile, all’eleganza, alla capacità di saper stupire con le sue creazioni. L’architetto inoltre risulta fondamentale per i grandi progetti a lungo termine e par la pianificazione e lo sviluppo di una città. Di contro c’è da sottolineare come per molti - soprattutto per i più giovani - quella dell’architetto è considerata una consulenza non indispensabile se si parla di un’abitazione famigliare.
I risultati ottenuti si possono riassumere nei seguenti punti:

  1. L’architettura come espressione della contemporaneità: immersi nelle grandi architetture del passato sentiamo oggi l’architettura come manifestazione anche del nuovo, del futuro e dell’innovazione... Pensando all’architettura, il 64% ne ha una visione prevalentemente proiettata in avanti! Viene da lontano, rappresenta l’oggi e va verso il futuro...
  2. La figura dell’architetto è ben presente nell’opinione pubblica: non solo perché se ne ha cognizione piena (61% conosce bene o molto bene - sopra 7) ma soprattutto perché la si apprezza (79%), se ne coglie il valore e l’importanza del ruolo, anche quando non è di immediata comprensione ciò che propone. L’onnipresenza delle archistar nel lessico quotidiano offusca l’immagine generale e rischia di confondere.
  3. Architettura di e per tutti (60%), che plasma il mondo reale, che gestisce gli spazi creando contenitori non più fini a se stessi ma funzionali a dare significato e risposte alle esigenze del vivere e dell’abitare di oggi.
  4. Una professione che diventa, se capace di confrontarsi con i grandi temi che stanno modificando il nostro mondo, cruciale per disegnare lo sviluppo economico e sociale del Paese, al pari di quelle caratterizzate, nell’immaginario collettivo, da un maggior sapere tecnologico.
  5. Nel disegnare il futuro l’architetto ha (deve avere) due qualità vincenti (citate dal 50%): creatività e capacità di relazione con il sociale. Due qualità che si integrano e danno forza all’azione quando più sono in sinergia. La creatività consente di trovare soluzioni non scontate, innovative e funzionali a quei bisogni della gente/del cliente colti attraverso la capacità di comprendere e sentire le esigenze del contesto sociale. Coglierne le sfumature e valutarne tutte le implicazioni sollecitano la ricerca di soluzioni creative.
  6. L’architetto diventa allora artefice del futuro della città, il maître à penser di una pianificazione che la maggioranza (63%) vuole di lungo periodo (in antitesi anche alla frammentazione degli interventi legati alle singole legislature) con una visione che interpreta e dà soluzioni ai bisogni della gente, assicurando funzionalità ed efficienza in un contesto che sa fare dell’estetica un elemento della qualità urbana.
  7. Nel creare e produrre qualità l’architetto/urbanista si fa promotore e garante della bellezza del paesaggio urbano, componendo in modo armonico i tanti “ingredienti” della città: dalle strade alle insegne, dai colori alle forme, dagli spazi pubblici agli edifici... Occorre saper interpretare e disegnare un paesaggio urbano che vive, che attrae anche perché fatto di spazi di connessione, di comunità, di quartieri che diventano destinazione distinta, da ricordare e ricercare.
  8. Diventa così fautore della competitività della città, luogo dove tendono a concentrarsi ricchezza, potenziale di innovazione, creatività e talento. Tutti fattori che, nelle loro scelte localizzative, hanno come comun denominatore la domanda di qualità della vita e di qualità dell’ambiente, ovvero (anche) di qualità urbana e benessere.
  9. L’evoluzione della tecnologia, nuove tecniche di costruzione, nuovi materiali e nuove soluzioni nella gestione e nell’organizzazione delle spazio hanno imposto un moltiplicarsi delle competenze specialistiche. All’architetto il compito di avere e trasmettere la visione complessiva del progetto, di mettere in sinergia le singole competenze specialistiche in un lavoro d’insieme: solo l’architetto con la sua sensibilità, la sua capacità di cogliere l’evoluzione del contesto ne può essere il regista.
  10. All’architetto si chiede allora di affiancare alla mera progettazione la gestione di tutto il ciclo di produzione del valore, riportando le singole specializzazioni al servizio della qualità, grazie alla sua capacità di fare sintesi e di indirizzo, di armonizzare e governare le interdipendenze.
  11. Serve però un salto di qualità nella preparazione dell’architetto e quindi, innanzitutto, una rinnovata formazione di cui deve farsi carico l’Università e il sistema formativo in genere. La sfida è impegnativa: ai percorsi formativi si chiede sì di formare, come per lo più si sta facendo oggi, professionisti con capacità tecniche e organizzative per affrontare l’intero processo produttivo, ma si chiede anche di dare strumenti e capacità di lettura per interpretare il contesto dove andranno ad operare, la sua evoluzione ed i bisogni ai quali dovranno rispondere. Occorre “insegnare” la sensibilità!
  12. Alle capacità richieste all’architetto e, a maggior ragione all’urbanista, si aggiungono dunque uno spiccato atteggiamento problem solving, declinato sui toni del sociale più che della tecnica, e un costruttivo approccio problem setting, soprattutto quando l’interlocutore è pubblico...
  13. L’esigenza di un nuovo ruolo per l’architetto, esigenza imposta dall’evoluzione della società e degli stili di vita, chiama l’Ordine ad un nuovo, duplice impegno: di indirizzo nei confronti dell’intero sistema formativo e di comunicazione e informazione verso la società e i policy maker.

 

L’opinione degli stakeholder

Per approfondire e definire meglio l’immagine sociale e politica dell’architetto in Italia, sono state condotte alcune interviste ad opinion leader che, a vario titolo, hanno un rapporto diretto con questa figura professionale e possono quindi fornire diversi punti di vista sul suo ruolo e sul panorama in cui opera.

Gli intervistati sono stati individuati in modo funzionale ad una visione ampia e sfaccettata della professione di architetto, coinvolgendo, quindi, committenti diretti (developer e gestori di fondi d’investimento), altri attori della filiera (ad esempio, Associazione di costruttori), professionisti del mondo della comunicazione, ecc.

Opinione diffusa presso gli stakeholder è che la domanda di architettura oggi in Italia sia in continua crescita e il compito dell’architetto nello sviluppo del progetto e nella supervisione della realizzazione sia di grande importanza e fondamentale per la buona riuscita estetica del lavoro.

Dal punto di vista dei committenti privati la figura dell’architetto è diventata imprescindibile anche in ristrutturazioni di piccoli fabbricati: anche per i rappresentanti dei costruttori l’architetto è un interlocutore indispensabile perché le imprese hanno sempre più esternalizzato la progettazione.

Essendo in cima alla filiera la capacità del progettista di innovare, di raccogliere gli stimoli e di cogliere le trasformazioni del mercato è dirimente per lo sviluppo sia che abbia il compito di realizzare la progettazione esecutiva nelle gare e nei lavori pubblici sia che operi nel mercato privato dove l’anello tra l’esecuzione e l’investimento del committente è proprio il progettista.

Altro punto di forza è la qualità creativa degli architetti che, nella media, sono ritenuti capaci di soluzioni architettoniche di livello. Inoltre la figura dell’architetto, rispetto agli altri professionisti della filiera, viene ritenuto in grado di meglio leggere le problematiche di evoluzione sociale dei comportamenti, dei modi di vivere la città, della propensione ai consumi... si delinea quindi una professione che va molto al di là del perimetro squisitamente tecnico della progettazione.

 

Alcuni intervistati sottolineano l’importanza di una multidisciplinarietà più “allargata” rispetto ai canoni attuali, dove l’architetto possa dialogare con lo strutturista, l’urbanista, l’ingegnere, l’impiantista, ma anche con l’esperto di economia urbana, il sociologo, ecc. per avere una marcia in più e arricchire il proprio patrimonio culturale calandolo poi nell’operatività del lavoro di ogni giorno. Anche in questo risiede la capacità innovativa della professione.

Tutti gli intervistati ribadiscono il fatto che il modello di aggregazione tra varie figure specialistiche è un elemento determinante perché un singolo architetto non può avere una conoscenza globale:
la figura del professionista “tuttofare” è destinata a scomparire, una persona da sola non riesce a essere competente, competitiva e innovativa in ogni cosa. L’architetto che coordina i lavori dev’essere una persona in grado di avere una visione complessiva del processo capace di connettere tra loro le singole competenze specialistiche che si integrino in un lavoro d’insieme.

 

Ritornando alla pianificazione, è percezione comune che in Italia le città siano statiche e di urbanistica applicata se ne faccia molto poca. Ci sono poche operazioni di rigenerazione urbana che permettono una visione di lungo periodo della città. Nessuna città ha piani strategici a medio o a lungo termine che obbligherebbero un’amministrazione comunale a chiamare un urbanista o un docente di economia urbana per capire l’evoluzione demografica di una città, come questa evoluzione demografica incide sulla politica abitativa, i driver economici che guidano lo sviluppo della città. Tutto questo dovrebbe essere un percorso guidato da un urbanista e da altri consulenti. Purtroppo, in Italia, non abbiamo piani strategici a lungo termine perché la legge sulle Città metropolitane impone un piano di sviluppo a 3 anni, città europee come Amsterdam o Londra hanno piani fino al 2025 e al 2034.

Chi tra gli intervistati è meno “esterofilo” riconosce agli architetti stranieri la capacità di organizzazione aziendale degli studi che in Italia è spesso deficitaria vista la presenza di molte piccole realtà che rimandano ad uno spirito da “atelier”, ma sottolinea il fatto che spesso gli interventi degli studi stranieri in Italia portano ad esiti decontestualizzati rispetto al territorio.

 

In mezzo a tante potenzialità viene sottolineato però un fattore critico: la percezione da parte del pubblico della figura professionale dell’architetto. A fronte delle archistar, figure “mitiche” ampiamente conosciute e apprezzate, c’è tutta la massa degli architetti “comuni” il cui ingaggio è ancora limitato e rimane appannaggio di una fascia di popolazione di livello socioeconomico medio/alto. Molti sembrano accontentarsi della figura del geometra perché non viene riconosciuta all’architetto la capacità d’intervento anche in ambiti più modesti. Manca quindi la capacità da parte degli architetti di comunicare la propria professione come utile anche nella gestione più di routine degli interventi
architettonici.

Emerge il tema della confusione tra le professioni e la riconoscibilità delle competenze che appare carente in Italia per una mancanza di comunicazione efficace e, quindi, di una cultura a riguardo.

Sembra mancare un chiaro posizionamento degli architetti: il proporsi come “categoria” per far comprendere il valore e la funzione della propria professionalità.

Sorge quindi la necessità di creare un’identità di categoria che prescinda dal singolo grande architetto attraverso una riqualificazione comunicativa. L’individualismo, caratteristica peculiare dell’Italia, sembra emergere in una professione dove molto è lasciato al singolo che emerge come “star”, rischiando di offuscare il lavoro della maggioranza.

 

Ecco quindi il vero tema del congresso ed il perché di un congresso: per cambiare rotta gli architetti dovrebbero presentarsi al vasto pubblico come una categoria con dei valori propri e ben definiti, sottolineando i vantaggi che il loro intervento arreca.

Per fare questo è necessario ridefinire un’identità forte del mestiere di architetto, un’identità che tenga conto dei mutamenti, dei cambiamenti, delle evoluzioni della professione e lavorare poi su una strategia e con un progetto di comunicazione costante in grado di attivare nei cittadini una rappresentazione mentale diversa e più solida di questa professione. Occorre quindi una riflessione da parte della categoria per ridefinire e riqualificare il proprio ruolo e poi un lavoro di comunicazione per diffonderla al pubblico e promuovere la propria identità.

a partire da un sondaggio Makno