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Il quartiere di Madonna Bianca, il canto del cigno dell’architettura moderna in Trentino

Il quartiere di edilizia sociale di Madonna Bianca, progettato dall’architetto Marcello Armani e dall’ingegner Luciano Perini, assieme a Efrem Ferrari, Paolo Mayr e M. De Santis, viene costruito sulla collina a sud di Trento (1971-1976), nel momento in cui la critica postmoderna decreta il fallimento dell’utopia urbanistica moderna.

L’architetto americano Charles Jencks individua, addirittura, una data precisa per la fine del Movimento Moderno: il 15 luglio 1972, ovvero la data della demolizione, dovuta alla criticità delle condizioni in cui versava, di un quartiere popolare progettato dall’architetto nippoamericano Minoru Yamasaki e costruito negli anni cinquanta nella città di Saint Louis secondo gli indirizzi dei CIAM. La particolarità di Madonna Bianca, forse, sta tutta qui: costruito fuori tempo massimo, costituisce, tuttavia, uno dei pochissimi casi in cui l’archetipo moderno del quartiere composto da torri e stecche immerse nel verde si è realizzato compiutamente.

Quartiere di Madonna Bianca

Durante la “Passeggiata d’architettura”, organizzata dalla Galleria Civica di Trento nell’ambito della mostra “Almanacco 70” svoltasi il 23 aprile scorso, è stato possibile passeggiare tra le aree verdi che circondano gli edifici del quartiere a più di quarant’anni dalla sua costruzione.

La storia del quartiere di Madonna Bianca sarebbe indecifrabile se non la si legasse a quella dell’impresa Del Favero, impresa specializzata nella costruzione di dighe e autostrade, che agli inizi degli anni Settanta decide di entrare nel settore delle costruzioni edili, acquisendo un’impresa locale. Esaurita la spinta agli investimenti nelle grandi infrastrutture (nel ‘74 ad esempio viene terminata anche l’autostrada del Brennero) il nuovo ambito di sviluppo per le imprese nazionali si sposta nel settore del welfare e dei servizi. Questa transizione permette il trasferimento delle economie di scala e delle tecnologie di prefabbricazione tipiche del settore delle infrastrutture a quello delle costruzioni dei nuovi quartieri di edilizia economica popolare.

Passeggiate

Nel fortunato connubio tra un’impresa tecnologicamente avanzata e due progettisti, come Armani e Perini, molto attenti alla qualità costruttiva e al miglioramento del processo edilizio, nasce quello che può essere definito uno dei pochissimi casi di successo tra i molti tentativi di costruire da zero un quartiere di edilizia sociale a grande scala. Se l’ideale modernista del quartiere formato da torri immerse nel verde è stato spesso tradotto in un raggruppamento di edifici anonimi circondati dall’asfalto dei parcheggi, nel caso di Madonna Bianca la scelta di distribuire le residenze in altezza ha realmente permesso la realizzazione di un quartiere moderno circondato da un parco. La presenza di numerosi servizi, come l’asilo, le scuole e la piscina (recentemente intitolata al costruttore Ito Del Favero) hanno garantito nel tempo la vivibilità dell’intero complesso abitativo.

Questo quartiere rappresenta tuttavia anche il canto del cigno della progettazione a grande scala. Gli ulteriori tentativi di spingere la progettazione architettonica alla scala dell’intera città, rimarranno utopie incompiute. Significativo è l’esempio del piano elaborato da Armani, Perini, Giovanazzi e Samonà (1974) per la costruzione di due centri direzionali sull’area del Santa Chiara e sull’area di Via Vannetti, con la previsione di una nuova viabilità interrata che intendeva risolvere i problemi di congestione del traffico attorno a Piazza Fiera.

Il progetto per il polo direzionale sull’area Santa Chiara di Trento viene accantonato nel 1975, dopo un’occupazione portata avanti dai comitati di quartiere nati per opposizione al progetto. Questo evento segna, per la città di Trento, una specie di spartiacque che sancisce la fine dei progetti a grande scala e la definitiva scissione tra le discipline dell’architettura e della pianificazione urbanistica.

Tale momento di crisi della disciplina viene lucidamente denunciato da Tafuri nel 1974, nel libro “progetto e utopia”: “Con la qual cosa, si è condotti quasi automaticamente a scoprire quello che può anche apparire il “dramma” dell’architettura, oggi: quello, cioè, di vedersi obbligata a tornare pura architettura, istanza di forma priva di utopia, nei casi migliori, sublime inutilità. Ma ai mistificati tentativi di rivestire con panni ideologici l’architettura, preferiamo sempre la sincerità di chi ha il coraggio di parlare di quella silenziosa e inattuale “purezza”.”

Un esempio emblematico, per la città di Trento, del ritorno dell’architettura ad “un’istanza di forma priva di utopia” è rappresentato dalla ricercata sperimentazione formale portata avanti dall’architetto Gian Leo Salvotti negli stessi anni in cui viene costruito il quartiere di Madonna Bianca. Gli esiti di questa ricerca, verificabili in alcuni edifici progettati a Trento dallo stesso architetto, sono stati oggetto di un’ulteriore visita durante l’ultima giornata delle “Passeggiate d’architettura”, il 12 maggio, a chiusura della mostra “Almanacco 70”.

Con la svolta “post-moderna” che caratterizza la fine degli anni Settanta, nasce anche quella nuova sensibilità nei confronti della città storica senza la quale non si sarebbe mai avviato il processo di riqualificazione dell’interno centro storico iniziato durante gli anni Ottanta. All’architettura eroica e utopica degli architetti moderni, si sostituisce progressivamente il lavoro lento e silenzioso di quegli architetti che hanno saputo valorizzare con grande sensibilità il patrimonio storico della città.

Quartiere di Madonna Bianca
Quartiere di Madonna Bianca
Quartiere di Madonna Bianca
Quartiere di Madonna Bianca
Quartiere di Madonna Bianca