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Il progetto d’architettura, tra interpretazione dei luoghi e valorizzazione delle identità aziendali

Devo purtroppo constatare come oggi sia diffuso un profondo cinismo e disincanto, che porta a valutare e concepire le architetture come prodotti commerciali e modaioli, da immettere nel mercato delle “stravaganze”: alla ricerca di un’inconsistente e spesso ingiustificata originalità che rende le architetture più simili ad un prodotto commerciale, ad una sedia che deve solo “farsi notare” per poter vendere e producendo, così, architetture autoreferenziali, architetture/oggetto, programmaticamente indifferenti ai caratteri del luogo e, per questo, incapaci di cogliere l’incredibile “creatività” sempre presente nei diversi contesti che ospitano le architetture.

Cantine Mezzo Corona

Cantine Mezzo Corona
Il paesaggio diventa lo strumento indispensabile per progettare, e l’architettura la chiave per la sua comprensione.
Foto di Marco Zanta

Assistiamo sempre più di frequente alla costruzione di edifici “oggetto”, monumenti al puro consumo, destinati ad avere vita analoga a quella del prodotto che rappresentano e promuovono.
Cioè pochi decenni, a volte solo anni.
Non è un caso, credo, se i grandi stilisti, con i loro marchi di alta moda oggi si presentino come progettisti di una super “bellezza” da vendere, “fashion”, che dai vestiti si è allargata ai profumi, agli occhiali, agli oggetti d’arredamento, all’architettura. Non è un caso se la loro attività creativa si sia estesa oggi agli hotel di lusso, inizio di un processo creativo che coinvolgerà residenze e uffici in nome del “fashion” appunto, della super bellezza firmata. Dove firma e moda sono l’unica garanzia del prodotto da vendere, l’unica indentità da riconoscere al progetto.
Con questa supremazia del prodotto modaiolo e commerciale, il territorio viene così utilizzato solo come una grande smisurata vetrina, una Fiera permanente, una EXPO perenne: la città è così concepita come un insieme di padiglioni architettonici. Puri esercizi di stile e/o tecnologia, che nascono come “farfalle architettoniche” da crisalidi coscienti di avere una breve vita, un tempo limitato a disposizione dove giocarsi il tutto per tutto. Sono destinate infatti a morire in fretta, per continuare ad alimentare il mercato della super bellezza.
Questa ricerca di identità “commerciale” aleatoria ed instabile della “Fashion architecture” entra inevitabilmente in contrasto con le identità e stabilità del paesaggio che la circonda, che ha per nostra fortuna un tempo lungo: un passato, un presente e un futuro da immaginare. E le architetture non possono rinunciare al loro fondamentale ruolo di ricerca e valorizzazione delle identità dei luoghi, intesi come paesaggio e attività. Un ruolo che non può essere mutuato da quello delle fiere campionarie o delle EXPO che non a caso lasciano spesso nel territorio scorie urbane, degrado e sprechi che non ci possiamo più permettere.
Le architetture che nascono dai luoghi e dal paesaggio (e in questo trovano una vera identità) sono un’altra cosa: poiché assorbono il tempo lungo del territorio che impone ai progettisti di leggere i segni, le “tracce” che le energie collettive inevitabilmente depositano, giorno dopo giorno, nei diversi luoghi.
Tracce di costruzione, trasformazione, adattamento che sono di fatto il vocabolario e la grammatica che qualsiasi progettista, qualsiasi bravo architetto deve -o dovrebbe- leggere, studiare e approfondire con estrema attenzione.
Le architetture “effimere e temporanee” del Fashion modaiolo che oggi sembrano prevalere hanno vita breve e sono soprattutto un segnale di allarme che dobbiamo ascoltare. Se da un lato viviamo infatti in una fase di grande “libertà” espressiva, dall’altro corriamo il rischio di perdere riferimenti e metodo, in uno stato di schizofrenica confusione dove linguaggi, stili, tecnologie e materiali si mescolano e sovrappongono senza soluzione di continuità. Viviamo nell’ebbrezza di un continuo “gioco creativo” che privilegia più le “stranezze” e le eccezioni che il rigore.
Immersi come siamo in un “eclettismo” linguistico, che ha sicuramente il pregio di generare una continua sperimentazione, ma rischia di nascondere e prevaricare “la creatività” dei territori; fino a fraintendere il senso stesso dell’architettura, che è per sua natura parte fondamentale dell’identità dei luoghi.
Solo rappresentando i valori stabili ed immutabili del paesaggio e del luogo possiamo infatti continuare a dire delle verità e generare processi virtuosi di riqualificazione e trasformazione che diano sempre nuovo senso ed energia alle molteplici attività collettive e aziendali che in quei luoghi vivono.
Un compito quindi fondamentale di “immaginazione e aggiornamento territoriale” che solo le architetture autorevoli possono svolgere. Un compito certamente ambizioso e costellato di trappole, che richiede operazioni ben più difficili e complesse della semplice costruzione di un’architettura di “consumo”, di un’architettura/oggetto che si nutre quasi sempre di “stereotipi” modaioli che si legittimano e sopravvivono solo in virtù della loro autonomia. Basti pensare ai centri commerciali che pur possedendo identità aziendali eccezionali e notevole energia economica producono purtroppo architetture banali analoghe e invasive dei “non luoghi”, ben lontani dalla bellezza, ricchezza e complessità dei centri storici che ospitavano la vita commerciale e collettiva delle città e che sono di fatto i progenitori inconsapevoli delle attuali banalità.
I nuclei storici di Trento, Rovereto, Riva, Arco e tanti altri continuano e continueranno nel tempo lungo a rappresentare le identità dei luoghi, mentre in vari contenitori commerciali posti all’esterno dovranno essere aggiornati, trasformati e demoliti in un processo costante di “abbellimento”, aggiornamento autoreferenziale.
Dobbiamo perciò concepire architetture che non hanno il dono dell’ubiquità ma sono pensate per stare solo lì, in quel contesto urbano, in quel paesaggio. Progettate per trasformare e riqualificare contesti urbani esistenti, ridisegnando ad esempio il bordo di una periferia, di un quartiere cresciuto un po’ a caso, o schermando dei capannoni abbandonati di una lottizzazione degli anni settanta.
Un mestiere quindi, quello dell’architetto, sempre più difficile e di grande responsabilità. Un mestiere che richiede grande etica professionale, molteplici competenze e cultura dei luoghi.

Cantine Mezzo Corona, auditorium

Cantine Mezzo Corona, auditorium
La flessibilità interna consente di suddividere lo spazio in quattro sale per conferenze da 460,450,250 e 200 posti. Un artificio importante che permette di ospitare nell’insieme e al coperto e all’aperto un pubblico di quasi duemila persone.
Foto di Luciano Tonina

Un mestiere (ne dobbiamo essere orgogliosi) fondamentale per aiutare l’azienda o il cliente ad “immaginare” delle architetture possibili e riconoscibili ma nel contempo capaci di rappresentare un possibile futuro dei luoghi cosicchè i nuovi edifici possano diventare un investimento “reale” in grado di durare alcuni decenni senza passare di moda.
Compito dell’architetto è quindi quello di aiutare il cliente imprenditore a rappresentare la propria identità aziendale valorizzando nel contempo le opportunità fisiche e spaziali del luogo. Compito difficile che solo l’architetto progettista può svolgere e che rappresenta una garanzia per il cliente di dare valore aggiunto, un plus valore all’azienda stessa, un vero investimento. Più volte mi è capitato di provarci e in diversi luoghi.
Ad esempio negli anni novanta nell’espansione di un ex centro commerciale, uno dei più grandi “magazzini” esistenti nel Veneto, nato negli anni settanta e poi caduto in disgrazia. Da semplice contenitore di prodotti si è trasformato in luogo di incontro, capace ospitare diverse e molteplici attività cosicchè ben presto è diventato un punto importante di riferimento per la comunità.
Le scale, i collegamenti verticali sono diventate rampe per passerelle di moda.
La nuova facciata applicata sul fronte è stata pensata per instaurare un doppio dialogo con il potenziale cliente: per l’automobilista (che ha uno sguardo veloce e poca attenzione) i vetri di facciata ospitano immagini in movimento di grandi dimensioni, che mostrano la vita che si svolge all’interno dell’edificio -il volto o l’incedere delle modelle ad esempio-.
Per il visitatore a piedi (che ha uno sguardo ravvicinato) il piano terra è pensato come una sequenza ininterrotta di vetrine, di stanze, che lo accompagnano fino all’entrata. Una scatola di cemento armato trasformato in una teca di vetro aperta sull’intorno: un parco verde e specchi d’acqua che doveva ospitare attività ricreative immerse nel paesaggio. Un luogo polivalente e collettivo dove esterno ed interno si mescolano, per garantire una continuità che significa dialogo, accogliente apertura al cliente. Un valore aggiunto che solo l’architettura può offrire.
Da quel che è successo nei decenni successivi abbiamo anticipato i tempi.
I prossimi luoghi di vendita si avvicineranno infatti, sempre più, alla complessità dei centri storici: dove oltre ai negozi e ai punti vendita, le strade e le piazze ospitano eventi: concerti, luoghi di ristoro, mercati, comizi, assemblee popolari, e altro ancora. Il ritorno al passato è il futuro dei centri commerciali seguendo le tracce lasciate nei centri storici delle nostre città.
Niente di nuovo. Basta saper leggere.
Con le Cantine di Mezzocorona insieme a Fabrizio Rizzoli abbiamo invece “inventato” una Cittadella del Vino.
Nel 1990 le cantine non erano ancora diventate un tema frequentato dall’architettura contemporanea. Non avevo modelli di riferimento se non alcune ville di campagna con annessi agricoli, o alcuni edifici, più simili a capannoni industriali.
La cittadella del vino è cresciuta per fasi: tre interventi successivi che testimoniano dello spirito sperimentale che ci animava. Abbiamo “inventato” un percorso di visita, indipendente dagli spazi lavorativi, in grado di far conoscere tutte le complesse lavorazioni di una delle più antiche e nobili attività dell’uomo.
Abbiamo utilizzato materiali contemporanei e sperimentali, il policarbonato, il legno lamellare, la copertura in alluminio, le resine. Abbiamo cercato soprattutto di ricostruire un luogo: demolendo edifici industriali abbandonati, ospitando nel sottosuolo gran parte dello stoccaggio e usando il terreno di scavo per ricostruire un’area verde, un “intorno” che schermasse la ferrovia e il viadotto esistente.
Abbiamo usato la copertura per ospitare un “vigneto sperimentale” creando grandi vetrate per vedere l’intorno agricolo e i vigneti circostanti: risorsa del luogo e identità delle Cantine di Mezzo Corona. Non è un caso se “Paesaggio in bottiglia” è diventato lo slogan da noi coniato per la Biennale di Architettura di Venezia nel 1994. Abbiamo poi progettato alberghi e centri benessere con lo stesso spirito a Riva del Garda: l’Hotel Lido Palace e l’Hotel du Lac. Un tema attuale, fondamentale per dare nuove energie e visibilità internazionale ad un settore come il turismo, trainante per il futuro della nostra economia.

Recupero edificio Ex Generatori, uffici e spazio espositivo, Arsenale di Venezia.

Mose Headquarter
Recupero edificio Ex Generatori, uffici e spazio espositivo, Arsenale di Venezia.
I corpi verticali seguono le forme e l’articolazione dei flussi, facce inclinate e riflettenti, pensiline sospese e sovrapposte permettono di intravedere porzioni dell’involucro esistente in mattoni.
Foto di Fulvio Orsenigo

ALBERTO CECCHETTO:
Nasce e si laurea a Venezia dove dal 1975 svolge attività didattica e di ricerca collaborando e insegnando anche in altre università italiane e straniere.
È professore di composizione architettonica presso lo IUAV di Venezia.
Esplora con la progettazione vari temi a scale differenti, attraverso la decodificazione e ricomposizione degli elementi morfologici dell’architettura dei luoghi e del paesaggio.
La sua architettura si concretizza in progetti complessi, con forme e tecnologie sofisticate.
Espone in varie mostre e Biennali internazionali (Venezia, Buenos Aires, Rotterdam).
Vincitore di concorsi e premi, le sue opere sono documentate nelle migliori riviste di architettura.