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Il piano urbanistico provinciale e i suoi rapporti con l’architettura

Una risposta ai problemi culturali e socio-economici del Trentino del dopoguerra comincia a costruirsi, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, attorno a una particolarità storica della provincia: il suo profondo senso di autonomia e il conseguente Statuto che, dal 1948, lo garantisce sul piano istituzionale.
Facendo leva su queste realtà, nel 1961, Bruno Kessler, appena eletto poco più che trentenne presidente della Provincia Autonoma, presenta, nel suo programma politico, la realtà trentina anche negli aspetti più drammatici, indicando gli obiettivi e i metodi per superare la profonda crisi, riassunti nella formula dell’ “equilibrio territoriale”, che allora appare quasi velleitaria.1

Conseguenza immediata di ciò, è l’incarico affidato a Giuseppe Samonà e ad altri2, nell’estate del 1961, di predisporre i piani per una loro traduzione concreta sul territorio.3
Giuseppe Samonà, come è noto, è un punto di riferimento indiscusso per il dibattito architettonico e urbanistico, profondamente radicato alle matrici culturali italiane e nel contempo a quelle dell’internazionalismo. Per questo fatto la sua presenza nel Trentino, come quella degli altri studiosi, ebbe come primo effetto di legare le scelte e le indicazioni del piano, e quindi la sua futura politica attuativa, all’ambiente culturale italiano e a quello internazionalista, allentando in modo drastico i tenui rapporti con il mondo mitteleuropeo che ancora sopravvivevano dai decenni precedenti.
Tuttavia la grande apertura intellettuale di Samonà intravide ben presto le particolarità dell’area trentina, ma le considerò quasi generate autonomamente e con questa convinzione intervenne proponendo le indicazioni di piano.
Questo processo è abbastanza evidente in almeno due momenti, relativi ambedue alle scelte architettoniche. Il primo riguarda l’inizio stesso del lavoro pianificatorio, quando l’attenzione si rivolge al tessuto dell’ambiente antropizzato, formato da campagne e piccoli nuclei antichi; il secondo al complesso delle indicazioni normative, che prefigurano un preciso “ordine” architettonico.
Negli studi preparatori emerge presto l’importanza strategica dell’insediamento umano, in tutte le sue dimensioni, materializzate nei numerosi borghi e villaggi che popolavano le valli trentine. Certo anche le città, Trento, Rovereto, Riva, ma soprattutto i più piccoli, e allora dimenticati, centri antichi della campagna, furono oggetto di una ricognizione a tappeto.4
Probabilmente per la prima volta in un piano territoriale, gli sparsi insediamenti antichi di un intera provincia assumono un ruolo fondativo. Negli anni cinquanta e sessanta il mondo culturale italiano ed europeo è infatti mobilitato in difesa degli insediamenti storici, nello studio di un loro possibile e congruente restauro, ma si tratta generalmente di città monumentali, ricche di episodi straordinari in un tessuto di altissimo livello d’arte. Gubbio, Assisi, Urbino in Italia, come Varsavia, Santiago de Compostela, Lubecca, Chartres in Europa, costituiscono banchi di prova per esperimenti altrettanto rigorosi.5
Nel Trentino, l’edilizia tradizionale entra di diritto nelle scelte urbanistiche, mentre i piccoli gruppi di edifici variamente articolati e gli insediamenti più grandi, ricchi anche di qualche edificio di pregio architettonico, assumono di fatto il ruolo centrale del “monumento”, in cui si coagulano i simboli delle comunità e il loro processo storico. È infatti nei nuclei sparsi delle vallate che il piano trova la “legge” dell’equilibrio”.6
Le “storie locali” che essi raccontano formano poco alla volta la storia complessiva del territorio, innervata sul rapporto dei diversi tessuti edilizi con le vie di comunicazione, con i fiumi e torrenti, con le culture agricole, con i centri di potere dei castelli o con quelli religiosi delle Pievi.
Pur essendo riconoscibile in questa operazione una tendenza di fondo dell’architettura italiana più avanzata di quel momento - alla fine degli anni Cinquanta, quando si affaccia sulla scena un nuovo rapporto tra architettura e passato7 - si può rilevare una sua precisa particolarità. Con linguaggio di oggi infatti si potrebbe chiamare "luogo" un paesaggio così inteso e "regionalismo" l'insieme di rapporti tra questo e le architetture che lo trasformano.
Samonà evita naturalmente di cadere nelle tentazioni di un recupero iconografico della tradizione concludendo il quadro generale con l'indicazione relativa alla necessità di porre l'intero processo in forma aperta. "La forma aperta risulta dalle relazioni formali tra territorio e interventi urbanistici in esso possibili". E ancora "La forma aperta rappresenta la tendenza a raggiungere con la progettazione caratteri figurativi determinati entro una rosa di possibilità subordinate alla disponibilità del territorio a trasformarsi”.8
Le indicazioni progettuali per la residenza si unificano con l'intera problematica del piano alla luce del concetto generale che vede l'architettura come "espressione" di una data società: "Nelle relazioni tra paesaggio e manufatti, più che le opere eccezionali per arditezza e genialità, valgono quelle coordinate ad un certo sentimento comune, che rappresenta l'istanza di armonia generale nello stile secondo cui una civiltà colta deve saper esprimere sé stessa”.9
Condizioni e rapporti che si concretizzano in figure architettoniche se traduciamo le "regole" di Samonà, ad esempio, in schizzi di luoghi determinati.10
L'iconografia del movimento moderno, esclusa come si è visto per i territori aperti, ritorna quando si parla dei problemi urbani di maggiori dimensioni. Il progetto per il futuro di Trento, considerato soprattutto nella sua parte produttiva terziaria, che Samonà elabora perfino nell'articolazione dei volumi edilizi, ne è una prova diretta. Infatti così rende esplicite "le direttrici proposte dal Piano provinciale per lo sviluppo futuro della città e in particolare per la struttura direzionale fondamentale parallela alla via Brennero il piano disegna un'immagine architettonica molto suggestiva, quando "individua una tipologia di carattere uniforme a torri di dimensioni molto elevate, intervallate in modo conveniente secondo uno schema allineato, nel verde attrezzato [...] Le varie attrezzature di carattere sociale e commerciale [...] potranno organizzarsi in ampie platee contenitrici di edifici collettivi di vario carattere, cinema, ristoranti, ecc. [...] in continuità nel verde" (PUP, 184) E ancora: "l'asse fondamentale di ingresso alla città [è deviato] per allontanarlo dalle conurbazioni esistenti sulla via Brennero. Il rientro in questa può felicemente essere realizzato attraverso la [...] costruzione di una piazza architettonicamente ben definita trasversalmente, in modo da unire ai due capi [...] la via Brennero [...] con le case alte di cui si è parlato" (PUP, 185).
La successiva traduzione nei piani attuativi di quanto previsto nella zona a nord di Trento ha modificato l’architettura proposta da Samonà, mantenendo l’ubicazione, la destinazione e lo sviluppo in altezza per blocchi lineari sostitutivi delle torri. La prima realizzazione, attorno a via Vanetti, a partire dal 1970, ha una specifica correlazione con quanto proposto, mentre la seconda, fra Trento e Gardolo, creando, dopo il 1980, un’edilizia che, isolando i grandi edifici, utilizza gli elementi formali dello stile internazionale, nega ogni rapporto con il luogo.
Il piano, approvato in prima istanza nel 1964, e legge provinciale dal 1967, segna dunque la definitiva affermazione del Movimento Moderno. A partire da questa data infatti e fino addentro ai primi anni ‘80, gli architetti trentini progetteranno prevalentemente secondo i suoi moduli.

 

1. B. KESSLER, Programma di giunta 1961-1964, esposto al Consiglio Provinciale di Trento il 26 aprile 1961. Dattiloscritto

2. Si tratta del Piano Urbanistico Provinciale (PUP), la cui progettazione faceva capo a Giuseppe Samonà, a Nino Andreatta e all’arch. Sergio Giovanazzi, con la collaborazione stabile dell’arch. Sandro Boato. Per la parte socio-economica e per altri aspetti, il PUP, su diretta iniziativa di Kessler, si avvalse dei più qualificati studiosi italiani del momento.

3. Il PUP approvato in prima istanza nel 1964, divenne legge nell’agosto del 1967. Normativamente, l’equilibrio territoriale si basava sui Comprensori, a cui era affidato il compito di tradurre nella quotidianità le indicazioni che avrebbero dovuto portare alla “campagna urbanizzata”.

4. L’indagine, chiamata Indagine sull’edilizia e le preesistenze ambientali, si svolse nell’inverno 1961-1962 e si concluse nella primavera 1962, condotta sul campo dagli architetti Sergio Giovanazzi, Sandro Boato, Renzo Moro. Furono rilevati oltre 600 nuclei insediativi, e circa 53.000 edifici, stabilendo per ognuno valutazioni sul valore architettonico e ambientale, precisazioni sullo stato di conservazione in rapporto alla stabilità ed igiene, indicazioni sulla destinazione prevalente dell’edificio.

5. Tra i problemi del rinnovamento urbano che appassionavano l’urbanistica nell’immediato dopoguerra, quelli che riguardavano la conservazione e il risanamento dei centri storici ebbero presto un’evidente priorità. Basti qui ricordare il Convegno alla Triennale del 1957, quello dell’INU a Lucca pure del 1957, altri a Ferrara ed Erice, e infine quello di Gubbio nel settembre del 1960.
 La valorizzazione dei monumenti e dei centri storici urbani è invece il titolo della relazione generale, svolta dall’architetto polacco Waclaw Ostrowski, al Convegno di Santiago de Compostela, svoltosi nel settembre del 1961. Giuseppe Samonà vi tenne una fondamentale relazione dal titolo I centri storici delle città italiane: ricostruzioni, proposte e piani di risanamento conservativo (in Urbanistica n. 35, marzo 1962). In nessuno degli interventi di questo convegno, che ha rappresentato un summit europeo, emerge ancora l’interesse per i piccoli nuclei di edilizia tradizionale. Si può dunque ritenere l’esperienza trentina come uno dei primi approcci al problema della conservazione dell’intero patrimonio tradizionale.

6. Provincia Autonoma di Trento, Piano Urbanistico Provinciale, Studi e Ricerche Vol. VI, Indagine sull’edilizia e le preesistenze ambientali, Trento, 1962, p. 12.

7. Per una più completa trattazione del tema, rinvio al mio saggio Interrogativi tra presente e passato, in YVONNE BEZRUCKA (a cura di), Tra passato e futuro - Assaggi di teoria dell’architettura, Edizioni AUTEM, Trento, 1995

8. Ib, p. 118

9. Ib, p. 134

10. "Prima regola generale: fare in modo che le nuove aree residenziali non si sovrappongano con prepotenza al paesaggio esistente, ma vi si subordinino con la loro forma e i loro volumi [...]
 In secondo luogo occorre che [la nuova edilizia] sia costituita in generale da edifici di due o tre elevazioni [...]. Le costruzioni continue non devono creare una troppo rigida e rettilinea linearità di volumi, ma organizzarsi nel paesaggio in modo che gli edifici, pur nella loro continuità, siano variamente frazionati nelle masse volumetriche, sia in altezza che in estensione [...]. Questi nuclei non dovrebbero superare i cinquanta alloggi, perché la loro macchia nel paesaggio non abbia estensioni eccessive. [...]. Più nuclei devono essere organizzati in modo che fra loro si determini un coordinamento tale da formare una maggiore unità. È necessario tuttavia che tra nucleo e nucleo rimanga uno spazio che sia almeno uguale a una volta e mezzo la estensione del nucleo [...]" (PUP, 133), mentre sembra abbandonare del tutto il radicamento nel paesaggio quando parla dell'edilizia nei centri urbani più importanti: qui "la tipologia con edifici in linea a corpo doppio o con edifici [puntiformi sviluppantisi] in altezza dovrebbe essere la più usata." (PUP,134).

SERGIO GIOVANAZZI:
Nato a Trento nel 1937, si laurea in architettura a Venezia nel 1961 con il prof. Ludovico Barbiano di Belgioioso (Intervento sulle Androne a Trento).
Iscritto all’Ordine degli architetti della Provincia di Trento dal 1961, al n° 97.
Dal 1961 al 1975 collabora con il prof. Giuseppe Samonà, direttore dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, con il quale firma, nel 1967, il Piano Urbanistico della Provincia di Trento.
Dal 1964 al 1966 è assistente del prof. Franco Albini alla Facoltà di Architettura, Politecnico di Milano.
Fino a metà degli anni '70, il principale interesse riguarda la pianificazione a scala territoriale e locale, assieme al progetto di opere pubbliche.
Dalla fine degli anni '60 all'inizio degli anni '80, numerosi progetti per centri turistici, in Italia e all'estero.
Contemporaneamente, sviluppa l'attività di restauro di edifici storici, in particolare a partire dal 1974 fino ad oggi, e la ricerca nel settore degli edifici per uffici e in quelli a destinazione museale.
A partire dal 1988, sviluppa l’attività di ricerca nel campo dell’architettura contemporanea, con conferenze sui principali architetti europei. Fonda nel 1993 il Circolo Trentino per l’Architettura Contemporanea, mediante il quale stabilisce legami continui con i centri di ricerca di Lubiana, Klagenfurt, Graz, Innsbruck, Ticino.
Svolge numerose lezioni e seminari nelle Università di Venezia, Milano e Trento.

 

  • Dal 1966 è membro effettivo dell'ISTITUTO NAZIONALE DI URBANISTICA di Roma.
  • Dal 1977 dell'AICAD di Marcinelle (Belgio).
  • Dal 1989 è socio della ARCHITECTURAL ASSOCIATION di Londra.
  • Dal 1993 al 2000 è presidente del CIRCOLO TRENTINO PER L'ARCHITETTURA CONTEMPORANEA.
  • Dal 1994 è direttore responsabile della rivista di architettura LUOGHI
  • Dal 2004 è coordinatore dei SEMINARI SULL’ARCHITETTURA TRENTINA DEL ‘900.
  • Dal 1959 ha studio professionale in Trento.