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Il moderno tra le montagne del Canton Ticino

La relazione difficile tra l’architettura contemporanea delle regioni alpine e i concetti della modernità è un aspetto particolare di una questione più generale, che caratterizza la condizione architettonica italiana rispetto a quella di altri paesi europei. La modernità, in Italia, non è diventata patrimonio della cultura architettonica diffusa, e nelle regioni alpine – dove la cultura della costruzione ha radici più profonde nelle tradizioni locali – il fenomeno ha un’evidenza più rilevante rispetto a quella delle città e delle regioni metropolitane. 

A. Galfetti, Casa Rotalinti a Bellinzona 1960-61

A. Galfetti, Casa Rotalinti a Bellinzona 1960-61

Il tema è complesso, ed è strettamente connesso alle ragioni dello scarso rilievo sociale della figura professionale dell’architetto. Di fatto, la maggior parte delle costruzioni residenziali contemporanee sono (anche per obblighi normativi) tecnologicamente avanzate e sempre più energeticamente sostenibili. Ma la qualità degli spazi abitativi e l’aspetto pubblico degli edifici – cioè la relazione che stabiliscono con il contesto, naturale o costruito che sia – sono ancora concepiti come se la ricerca e il pensiero moderno non si fossero storicamente verificati.
Nelle regioni alpine, alla generale incompiutezza del progetto moderno fa eccezione – oltre al caso del Sud Tirolo e della sua più radicata tradizione moderna – anche il caso interessante della regione elvetica del Canton Ticino. La ragione per la quale, negli anni ’70 del secolo scorso, le opere degli architetti ticinesi hanno incontrato un immediato successo internazionale – e per la quale ancora oggi riscuotono curiosità e interesse – sta nel carattere singolare della loro modernità. 
Negli altri paesi europei, soprattutto in Italia e in Germania, negli stessi anni si diffondeva il cosiddetto Stile Internazionale, la ripetizione esausta di un linguaggio moderno banalizzato, e successivamente – con le avventure cosiddette postmoderne – si sarebbero messi in discussione i principi stessi del Movimento Moderno, sostenendo che avessero esaurito la forza progressiva che aveva rivoluzionato l’architettura occidentale.
Prima della guerra il Canton Ticino era una regione povera e la sua architettura era sostanzialmente vernacolare, mentre – a nord delle Alpi – Zurigo e Basilea sono state tra i luoghi protagonisti della modernità. Il Ticino ha scoperto il moderno soltanto nel dopoguerra ed ha recuperato l’importante ritardo con un atteggiamento “radicale”, con il riferimento esplicito ai concetti e guardando ai linguaggi dei maestri fondatori del Movimento. Per introdurre la modernità in un contesto culturale arretrato, gli architetti ticinesi hanno riproposto forme simili a quelle che i maestri hanno utilizzato al loro tempo per lo stesso scopo.
La Svizzera è certamente un caso a parte nella scena architettonica europea, e il Ticino a sua volta è un’eccezione, per la straordinaria permanenza nelle opere dei migliori architetti dei concetti fondanti della modernità, pur in un contesto (l’attuale paesaggio edilizio delle maggiori aree di fondovalle) compromesso da uno sviluppo urbanistico non dissimile da quello lombardo.
Tra gli anni 60’ e gli anni ‘80, due generazioni di architetti hanno guardato alle opere dei maestri. Prima la generazione di Peppo Brivio, Augusto Jäggli, Alberto Camenzind, Rino Tami e Franco Ponti, poi quella di Luigi Snozzi, Livio Vacchini, Aurelio Galfetti, Mario Botta, Mario Campi, Flora Ruchat – e degli altri numerosi che negli anni ’70 hanno fatto conoscere il Ticino nel mondo – ha aggiornato i concetti dei maestri adeguandoli alla misura del territorio ticinese, mettendo a punto linguaggi diversi e didascalici. Il riferimento alle opere dei maestri raramente ha assunto la forma della vera e propria citazione, il riferimento esplicito è stato praticato soprattutto nelle opere giovanili e come artificio proprio della provocazione culturale. Con la molteplicità delle loro poetiche hanno costruito un’architettura regionale dalla forte relazione con il contesto, che è diventata cifra condivisa.
I noti aforismi di Luigi Snozzi sono rivisitazioni delle affermazioni di Tessenow, di Loos, di Le Corbusier, mentre in altre regioni l’insegnamento dei fondatori era esplicitamente rimosso. Negli stessi anni, a Milano, Aldo Rossi e Vittorio Gregotti conducevano un’analoga battaglia, rileggendo il pensiero della modernità e sostenendo che la città è il modo più evoluto di abitare. Mentre i milanesi discutevano e disegnavano, gli architetti ticinesi costruivano, testimoniando la permanenza e la vitalità dell’insegnamento moderno.
La fase di poderoso sviluppo economico del territorio cantonale ha rappresentato l’occasione per rinnovare le infrastrutture e i servizi, soprattutto le scuole, assegnando i mandati con il metodo dei concorsi, che ha aperto spazi agli architetti più giovani e innovatori. La realizzazione delle residenze per la nuova borghesia ticinese è stata l’altra grande occasione, il terreno di una ricerca critica sperimentale sulla relazione con il paesaggio.

M. Botta, Casa a Riva San Vitale, 1971-73

M. Botta, Casa a Riva San Vitale, 1971-73

La condizione descritta, tuttavia, è stata all’origine di una contraddizione territoriale importante, che è oggi al centro delle discussioni tra gli architetti e delle battaglie politiche. Le piccole città ticinesi sono rimaste piccole e non si sono rinnovate. Esse non hanno vissuto – come tutte le città europee molti decenni prima – lo sviluppo industriale e le conseguenti immigrazioni che hanno provocato la costruzione della corona novecentesca di isolati compatti. Le nuove residenze, per lo più unifamiliari, sono state costruite sulle colline intorno alle città e sulle rive dei laghi. È in questi contesti che la tensione relazionale dell’architettura ticinese si è esercitata, con architetture ancora oggi esemplari, capaci di collocare gli edifici sul terreno connettendoli alle tracce preesistenti e tra loro. Poi questo modo di abitare è stato adottato da tutti i ceti sociali e il territorio è stato progressivamente investito da una diffusione insediativa – molto costosa per le reti e i trasporti, e per il degrado dei rapporti sociali – che ha compromesso il paesaggio, e che oggi risulta difficile governare. 
Dopo quarant’anni, possiamo affermare che l’architettura ticinese non si è “normalizzata”, anzi ha opposto, in modi diversi, resistenza alle tentazioni di rinunciare alla coerenza concettuale a favore degli effetti epidermici, come è avvenuto in altre regioni. A parte il fatto che alcuni dei maestri sono tutt’ora vivacemente presenti sulla scena professionale, gli architetti delle ultime generazioni hanno praticato il loro insegnamento in almeno due modi diversi. Alcuni hanno interpretato la medesima coerenza con un linguaggio costruttivamente ed espressivamente aggiornato, in dichiarata continuità ereditaria. Altri si sono impegnati in una ricerca aperta alle esperienze internazionali, inaugurando un atteggiamento linguisticamente più “eclettico” rispetto ai primi.
Senza pretendere di rappresentare la complessità di uno scenario composito, si può dire che la “semplicità” continua a caratterizzare l’architettura in entrambe le tendenze. Per semplicità intendo la qualità derivante dall’uso intelligente e parsimonioso delle risorse, sia economiche che espressive. È la qualità necessaria per rendere l’esito architettonico comprensibile, attraverso la riduzione delle mediazioni tra l’affermazione dei principi e la loro rappresentazione nella costruzione. Anche se l’iniziale condizione didascalica si è venuta riducendo, l’architettura attuale è ancora intellegibile, è possibile riconoscere nelle forme, in filigrana, i principi che continuano a sostenere l’impianto degli edifici.
Fare architettura nel nuovo secolo ha comportato confrontarsi con un contesto diverso. La questione energetica ha imposto problematiche costruttive sostanzialmente diverse da quelle degli anni ’70, ed ha condizionato il repertorio formale. Ma il contesto che è mutato in modo più significativo è quello territoriale. È questa la sfida e il passaggio obbligato, attraverso il quale potranno aprirsi orizzonti decisamente diversi. 
Per illustrare lo stato attuale dell’architettura ticinese, vi propongo qualche immagine di un’opera recente di Nicola Baserga e Christian Mozzetti, il cui lavoro appartiene alla prima delle due tendenze che ho sopra richiamato, quella della piena assunzione del pensiero moderno e della sua “continuità” nella pratica professionale.
Baserga e Mozzetti sono quasi cinquantenni, sono la prima generazione degli “allievi”, anche se rivendicano piena autonomia dai maestri. Le loro opere sono quasi sempre l’esito di concorsi, come quasi tutti i lavori dei migliori architetti ticinesi. È opportuno sottolineare che in Ticino tutte le opere pubbliche vengono assegnate soltanto per merito progettuale, non per fatturato o per numero di opere già realizzate, come avviene, invece, a sud del confine. 
La casa anziani è un padiglione situato nell’area verde appena fuori dal nucleo antico di Giornico, in Leventina, l’alta valle del Ticino. I quattro fronti delle camere si equivalgono e delimitano lo spazio centrale dei servizi ai piani, mentre lo zoccolo degli spazi comuni si adatta alla topografia. Cemento armato e legno caratterizzano l’edificio sia all’esterno che all’interno. Entrambi i materiali sono trattati in modo da valorizzare le loro proprietà. Il cemento armato ha la superficie irregolare, prodotta da casseri di tavole scalibrate, come nelle opere del dopoguerra di Le Corbusier. Il forte spessore del legno dei serramenti delimita le stanze degli anziani e stabilisce la loro relazione con il paesaggio. Nel lavoro di Baserga e Mozzetti è importante il rapporto tra forma e struttura portante, che tendono a coincidere, come nell’opera di Livio Vacchini. La forza espressiva di quest’opera è determinata dalla necessità di questa relazione fondante l’opera architettonica.

L. Snozzi, Casa Kalmann a Brione sopra Minusio, 1976
L. Vacchini, Casa Aurora a Lugano, 1995
Baserga Mozzetti, Casa per anziani a Giornico, 2011-18
Baserga Mozzetti, Casa per anziani a Giornico, 2011-18
Baserga Mozzetti, Casa per anziani a Giornico, 2011-18

L. Snozzi, Casa Kalmann a Brione sopra Minusio, 1976


L. Vacchini, Casa Aurora a Lugano, 1995


Baserga Mozzetti, Casa per anziani a Giornico, 2011-18

ALBERTO CARUSO:
(1945) Architetto, diplomato al Politecnico di Milano, ha uno studio a Milano, associato con Elisabetta Mainardi. Ha pubblicato progetti su Casabella, Domus, Zodiac. È membro associato della Federazione Architetti Svizzeri (FAS). Fondatore di Archi, rivista della Società Ingegneri e Architetti svizzeri, ne è stato direttore dal 1998 al 2017. Nel 2008 ha pubblicato La resistenza critica del moderno, Tarmac Publishing Mendrisio.