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Il concorso: riflessioni sulla “peggiore forma di aggiudazione, eccetto tutte le altre”

Il titolo proposto è già, come si suol dire, tutto un programma. Il concorso: riflessioni sulla “peggiore forma di aggiudicazione, eccetto tutte le altre“. Questa espressione rende bene l’idea di quanto necessario sia il concorso, ma anche la dice lunga su quanto ancora, nella stessa procedura, ci sia da migliorare. Tre parole-azioni ruotano attorno al tema del concorso: concorrere, legiferare e coordinare.

Di concorsi bisogna bandirne e questo è sicuramente il primo punto: quante volte diciamo noi architetti, tutto parte da una buona committenza? È dunque fondamentale che nasca nelle, dalle istituzioni, ma direi anche dalla società, la necessità di ricorrere a questa procedura di affidamento incarichi. Se usassimo questa metafora, il viaggio in treno, potremmo dire che il treno va prima realizzato (occorre che il committente abbia già in mente di servirsi del concorso di progettazione, abbia messo da parte le somme necessarie alla procedura, ai compensi professionali, ma anche e soprattutto alla realizzazione dell’opera). Poi sono fondamentali le leggi che costituiscono i binari sui quali far correre la macchina del concorso, la quale infine va fatta guidare al coordinatore. Analizziamo una alla volta le tre parole.
La prima è concorrere. Da quando è stata emanata la legge n.50 del 2016, vi sono due modi di conferire un incarico; tramite gara di servizi o tramite concorso di progettazione. Nel primo caso prevale la percentuale (o il progettista), nel secondo il progetto. La stazione appaltante si trova quindi a scegliere tra questi due mondi. Dovrebbe essere chiaro che la procedura da prediligere è il concorso, ossia il progetto, da cui discendo poi un edificio, ma esso ha in sé delle problematiche che spesso fanno desistere gli enti, gli organizzatori, ma soprattutto i colleghi architetti. Noi progettisti viviamo per progettare, adoriamo farlo, ma il concorso richiede un grande impegno, grave, che spesso viene sfruttato. Il concorso vuol dire anche alto rischio: nella maggior parte dei casi questa fatica non viene ripagata, perché le probabilità di vittoria sono basse, visto l’alto numero di partecipanti. Vi è dunque uno sbilanciamento tra il peso del progetto e la probabilità di vittoria. Alla fine del concorso, uno solo lavora sull’opera progettata. Questo mi porta a dire: il concorso è la “peggiore forma di aggiudicazione, eccetto tutte le altre“.
La seconda azione è legiferare che vorrei esporre attraverso un excursus sulle leggi che trattano di qualità architettonica e incarichi. Si parte con il disegno di legge presentato da Luigi Zanda, Legge quadro in materia di valorizzazione della qualità architettonica e disciplina della progettazione (delega al Governo per la modifica del codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163), presentata il 15 marzo 2013. Poi ancora, la Direttiva 2014/24/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici, che abroga la direttiva 2004/18/CE. All’Articolo 2, comma 21) troviamo la Definizione dei “concorsi di progettazione”: “le procedure intese a fornire all’amministrazione aggiudicatrice, soprattutto nel settore della pianificazione territoriale, dell’urbanistica, dell’architettura, dell’ingegneria o dell’elaborazione di dati, un piano o un progetto, selezionato da una commissione giudicatrice in base ad una gara, con o senza assegnazione di premi”. Al Titolo III, vengono poi specificati i particolari regimi di Appalto, i Bandi (art. 79) e l’Organizzazione dei concorsi (art. 80), poi la Composizione della giuria (art. 81) e le Decisioni della stessa (art.82). Successivamente il Decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, il Codice dei contratti pubblici, copia alcuni elementi dalla direttiva europea, ma rispetto ad essa aggiunge altro e fa confusione. Ad esempio inserisce il concorso di idee (TITOLO VI - REGIMI PARTICOLARI DI APPALTO CAPO IV). Poi parla anche di “successivi livelli di progettazione”, da affidare “con procedura negoziata”; debbono inoltre essere dimostrati “i requisiti previsti per l’affidamento della progettazione esecutiva”. Si inserisce un ulteriore elemento costituito dal “concorso di progettazione in due gradi, e si specifica che al vincitore si potrà affidare l’incarico per la progettazione definitiva ed esecutiva, a “condizione che detta possibilità e il relativo corrispettivo siano previsti nel bando”. Viene definita la commissione giudicatrice e la forma di partecipazione che “deve avvenire in forma anonima”. La Legge Provinciale 17 dicembre 2015, n. 16 cerca di definire il suo campo d’azione in tematica di concorsi. Tanta é la mole di problemi da risolvere che questa legge potrebbe essere definita un’opera donchisciottesca. Nell’art. 18 ad esempio, si mette mano alla definizione del concorso, “uno strumento per incentivare la qualità architettonica”, ma soprattutto l’Alto Adige emana una Linea Guida, il DGP 258/2017 che anche nelle Premesse chiarisce l’intenzione di contenere procedure di “best practice”, maturate in tanti anni di esperienza di concorsi in Alto Adige, grazie alla quale si sono assegnati incarichi di progettazione ai vincitori e si sono realizzate molte opere. Si mette mano anche alle tipologie di concorso: quelli di idee, che entrano in campo quando si vuole individuare che “cosa” progettare e quelli di progettazione che si occupano del “come” farlo. Vengono elencate le procedure ad un grado, a due gradi, ristrette, ad invito. Possono avere ad oggetto la Progettazione Principale, quelle Secondarie, quelle Interdisciplinari. Si fa anche riferimento alla figura del Coordinatore, i cui “compiti sono elencati in dettaglio nella DGP 1308/2014” e che deve operare per una preverifica tecnica delle proposte di concorso consegnate. I suoi compiti sono molteplici: scegliere la giusta procedura, definire i tempi del bando e lo svolgimento dei compiti da parte dei partecipanti e della giuria. A questo riguardo si chiarisce perentoriamente che la giuria non da punti, poiché non si tratta di una gara di servizi, ma “valuta” gli elaborati. Questo punto a mio vedere è di fondamentale importanza, poiché non si fa una questione di quantità, ma di qualità; è senz’altro una posizione molto coraggiosa.
Giungiamo quindi all’ultima azione: coordinare. Vi è una prima parte, in cui il coordinatore si trova in mezzo ad un “mare” di confusione, proprio per usare una sua espressione. In questa fase occorre studiare la base normativa, le procedure, i contenuti del bando; il coordinatore di concorso si sente alle volte schiacciato dai vincoli di legge, fa un gran lavoro per redarre i moduli, per definire i requisiti di partecipazione, l’avvalimento, ecc. Nella seconda parte, si può trovare di fronte a diverse tipologie di temi concorsuali che hanno per oggetto edifici ben differenti tra loro: una centrale dei vigili del fuoco, una piazza, un campo sportivo, una scuola, un quartiere intero, ecc. Nel caso di un edificio, come quello di una centrale dei vigili del fuoco/sede della banda cittadina, deve definire l’oggetto del concorso, ossia che cosa vuole il committente e che cosa gli utenti, è un momento cruciale. Qui il lavoro si basa sull’ascolto, sulla comunicazione delle esigenze. Si debbono raccogliere le caratteristiche dell’edificio che va definito nelle sue parti, va elaborato un programma planivolumetrico con il calcolo delle superfici e dei volumi. Il coordinatore elabora anche una sorta di progetto di fattibilità, ossia verifica che la cubatura ci sta sul lotto e se ci possono essere soluzioni diverse. Nel caso di una piazza, la situazione è complessa: occorre elencare le proposte degli utenti senza dare loro una priorità, le une rispetto alle altre, occorre redarre la definizione di temi generali e decidere le dotazioni minime della piazza. Nel caso di un campo sportivo, l’oggetto sembrerebbe già definito poiché i campi hanno delle dimensioni fisse, ci stanno o non ci stanno!Ma allora mi chiedo, in modo intenzionalmente provocatorio, a che cosa serve il concorso? Nel caso di un quartiere, la situazione è di estrema difficoltà e complessità: che cosa si deve fare? Il tipo di concorso dipende dal tema (e dall’importo a disposizione):

  • nel caso dei vigili del fuoco/banda - di progettazione aperto a due gradi;
  • nel caso della piazza - di progettazione aperto (anche se sotto soglia) a un grado, solo prestazione principale;
  • nel caso del campo sportivo - di progettazione a inviti;
  • per la scuola - concorso di progettazione aperto a un grado;
  • nel caso di un quartiere - concorso di idee a inviti.

Il compito del concorso è incentrato su “che cosa dico, cosa chiedo ai partecipanti”? Bisogna dare più informazioni possibili: sul tema del concorso, sull’ente banditore, sulla storia del sito, ma anche dettagliate informazioni tecniche. Sottolineo questa fase che è cruciale; dopo l’ascolto delle esigenze della committenza e degli utenti vi è la comunicazione di queste ai partecipanti. Riguardo ad esempio al campo sportivo consiglio di evitare lavoro inutile ai partecipanti. Ciò che bisogna fare nel caso di un edificio come quello per i vigili del fuoco e una banda, che ha caratteristiche funzionali ben precise, é non delegare ai partecipanti quanto spetta al committente. Si arriva poi al plastico del concorso; esso è fondamentale per potersi figurare come l’edificio si pone nei confronti dell’intorno. I criteri del concorso riguardano gli elaborati richiesti ed i criteri di valutazione; ci deve essere corrispondenza tra elaborati e criteri. I quesiti del concorso, le domande, il colloquio/visita nell’area, il lavoro della segreteria, vanno definiti tutti. Meno domande ci sono, meglio è fatto il bando; ultimamente nei concorsi ci sono solo domande sulla procedura (cosa è un raggruppamento misto? Vale questo requisito?) Le domande non sono anonime, ossia vi è il contatto diretto con i partecipanti, occorre quindi il segreto del coordinatore in questa delicata fase. La gestione della segreteria si occupa delle adesioni, dei verbali, dell’invio tramite mail pec, ecc. I paletti del concorso, ossia i motivi di esclusione possono essere l’anonimato (indirizzi, nomi sui plichi, le tavole), oppure i tempi: non consegnare in tempo. Ultimamente vi sono anche motivi procedurali (requisiti per l’incarico successivo, ad esempio). Prima del lavoro della giuria vi è la preverifica del concorso (controllo meramente tecnico) di ogni progetto partecipante, elaborata tramite planimetrie, tabelle tipo Excel, ecc. Poi avviene il lavoro della giuria, la cui composizione vede la presenza di: committente, utente, tecnici. Essa dovrebbe essere un gruppo che collabora, che ha tempo e volontà di discutere, che rispetta l’impegno di ogni singolo partecipante ma, aggiunge il relatore, con l’albo dei commissari ...Il dilemma della giuria riguarda i punti da assegnare: purtroppo i punteggi predefiniti non raffigurano mai l’esito! È un’amara conclusione, ma io direi che solitamente un giurato di esperienza, come un insegnante di esperienza, ha la capacità di valutare al di là del mero voto matematico, che lo fa propendere sull’uno o sull’altro partecipante. Infine avviene la presentazione del concorso con la pubblicazione dell’esito. In questa fase finale, la cittadinanza può vedere gli elaborati e pregustare quanto si andrà a realizzare.

 

La curatrice coglie l’occasione per ringraziare l’arch. Hansjörg Plattner e Wolfgang Thaler che lo ha presentato, per i contributi importanti dati ai colleghi trentini in tematica di concorsi e di coordinamento.