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Giulio Cristofolini, opera prima: verso un nuovo umanesimo

Un noto architetto inglese del secondo Dopoguerra, Colin St. John Wilson, raccontava di come -tra gli anni Cinquanta e Sessanta- fosse comune tra i giovani architetti del tempo conformarsi culturalmente alle teorie e ai progetti dei maestri del Moderno, eleggendoli a modello quasi totalizzante del proprio pensare e del proprio fare. Tra tutti i maestri scelti, sicuramente primeggiava Le Corbusier.

Saggio fotografico di Allegra Martin
Introduzione di Davide Fusari

Giulio Cristofolini, opera prima: verso un nuovo umanesimo

Allo studio delle sue opere sulle riviste e sui libri; all’attenzione prestata durante le lezioni universitarie che ormai quasi anacronisticamente iniziavano a parlare della modernità e dei suoi protagonisti; si accompagnava la loro conoscenza diretta. Giovani architetti, soli o insieme, con altri colleghi, con le proprie giovani mogli e famiglie, percorrevano in lungo e in largo il territorio europeo -soprattutto la Francia- in un viaggio di formazione volto al confronto diretto con lo spazio e la materia delle architetture del maestro svizzero, dalle prime alle più recenti. Giungevano talvolta a vere e proprie incursioni allo studio parigino di Corbu, in viaggi che per le loro ragioni, forme e conseguenze, St. John Wilson ha provocatoriamente chiamato pilgrimages à la Porte Molitor, dal nome della strada di Parigi dove lo studio era situato1.
Questa adesione culturale permea anche l’opera di Giulio Cristofolini2. Un’adesione non acritica, mediata anche dagli studi a Firenze3 dove la lettura e la riflessione sul pensiero e sulle opere lecorbusieriane era forte e intensa negli anni della sua permanenza per esempio ad opera -oltre che dell'a noi più noto Adalberto Libera- anche dei giovani docenti Leonardo Ricci4 e Leonardo Savioli5 che contribuiranno con alcuni tratti e impostazioni a influenzare la personale interpretazione dei modi lecorbusieriani del nostro.
Nella sua opera prima -il recupero e l’ampliamento della casa di famiglia- i tratti di questo linguaggio, dei suoi presupposti e dei suoi esiti si manifestano in pienezza, con felice esuberanza giovanile, traducendo i noti cinque punti- già peraltro rivisti anche plasticamente dal maestro nelle opere più tarde- in una chiave adeguata al caso specifico intersecando i riferimenti della propria formazione al rapporto con un edificio dato, alle storie e alle esigenze di chi lo doveva vivere e lo vive.
La geometria regge la costruzione di uno spazio che impostato sulla preesistenza si libra nel cielo; il telaio viene piegato a contenere il vecchio edificio e a valorizzarne i differenti affacci; la luce viene ricercata dall’interno attraverso la configurazione delle aperture, mai scontate, che articolano il perimetro delle addizioni, in pianta e in sezione; gli interni che, inondati di sole, alternano spazi più consueti ad altri più originali e interpretabili, progettati integralmente per ospitare una quotidianità moderna; il tetto diviene luogo dove stare e dove muoversi in una esperienza articolata e vertiginosa dello spazio.
L’economia dell’edificio che, ricostruendosi su se stesso risparmia e valorizza il giardino circostante, partecipa attivamente alle qualità di questo progetto che -come rappresenta il bassorilievo in calcestruzzo realizzato dallo stesso Cristofolini per l’androne di ingresso- sembra davvero incamminarci “verso un nuovo umanesimo” dell’abitare.

Giulio Cristofolini, opera prima: verso un nuovo umanesimo

1. S. Kite, Soft and Hards: Colin St. John Wilson and the Contested Visions of 1950s London in Neo-avant-garde and Postmodern. Postwar Architecture in Britain and Beyond, a cura di M. Crinson and C. Zimmermann, Yale University Press, 2010, p. 55

2. Su Giulio Cristofolini (1934-2014), laureato in Architettura a Firenze nel 1959, oltre alle note del contributo di Massimo Martignoni, cfr. anche Architetti Trentino-Alto Adige. Rassegna, a cura di M. Lupo e S. Bassetti, Bi Quattro Editrice, Rovereto, 1988 e S. Giovanazzi, Il Trentino come soglia. L’architettura trentina del ‘900 tra nord e sud, Luoghi Edizioni, Trento 1997

3. Sulla “scuola fiorentina” cfr. F. Fabbrizzi, Opere e progetti di scuola fiorentina 1968-2008, Alinea, Firenze 2009 e sul suo rapporto con Le Corbusier, in generale, cfr. “Firenze Architettura” 2/2015

4. Sulla ammirazione/contestazione di Leonardo Ricci per Le Corbusier cfr. L. Ricci, Anonimo del XX secolo, Il Saggiatore, Firenze 1965 e C. Vasic Vatovec, Leonardo Ricci e Le Corbusier in “Firenze Architettura” 2/2015

5. Sul rapporto tra Leonardo Savioli e Le Corbusier cfr., tra gli altri, L. Savioli, Le Corbusier Pittore Scultore Architetto in “Firenze Architettura” 2/2015 oltre a M. Nocchi, Leonardo Savioli. Allestire, arredare, abitare, Alinea, Firenze 2008 e C. De Falco, Leonardo Savioli. Ipotesi di spazio: dalla “casa abitata” al “frammento di città”, Edifir, Firenze 2013

ALLEGRA MARTIN:
1980, si laurea in Architettura nel 2007 presso l'Università Iuav di Venezia. Vive e lavora a Milano occupandosi prevalentemente di fotografia.
Il suo lavoro è stato esposto in Italia presso la Triennale, il Maxxi, il Macro - Museo di Arte Contemporanea di Roma, la Biennale di Architettura di Venezia, la Fondazione Forma per la Fotografia, Viasaterna Arte Contemporanea, Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, la Fondazione Francesco Fabbri; all’estero presso Die Photograpische Sammlung/ SK Stiftung Kultur di Colonia, la Galerie f5.6 di Monaco, l'Istituto Italiano di Cultura di Copenhagen, l’Istituto internazionale di Architettura i2A di Lugano e Breadfield a Malmo.

www.allegramartin.it