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Gestione del paesaggio e qualità delle trasformazioni

Il concetto di paesaggio è fluttuante e difficile da fissare in definizioni oggettive e stabili. Se partecipiamo ad uno dei tanti convegni, che in questi anni si succedono a ritmo incalzante su questo tema, ci accorgiamo che ogni relatore ha in mente un suo “paesaggio” e che spesso lo stesso termine è usato per rappresentare oggetti e valori anche molto diversi tra loro.

Gestione del paesaggio e qualità delle trasformazioni

Paesaggio della Vallagarina, Foto di V. Casalini

In un’epoca caratterizzata dall’ossessione per l’oggettività e la classificazione, questa indeterminatezza è un’opportunità culturale da non perdere. Se ci occupiamo professionalmente di paesaggio abbiamo, però, la necessità di definire almeno una base minima di riferimenti sui quali costruire un “progetto” rispetto al quale vi sia un livello sufficiente di condivisione sociale. Si sta per questo lavorando, all’elaborazione di un’idea di paesaggio più aderente alla realtà del nostro tempo e alla natura del nostro territorio, in una prospettiva orientata a superare le categorie del passato, troppo spesso polarizzate in uno scontro ideologico tra istanze di conservazione e spinte alla trasformazione. Ancora oggi Piani urbanistici e prassi amministrative strutturano la propria azione sul paesaggio in coerenza ad una visione concettualmente semplice, ma culturalmente ambigua, in base alla quale il paesaggio può essere schematicamente identificato con la bellezza della natura e di quanto l’uomo ha realizzato nel passato. In questa prospettiva il paesaggio assume la dimensione nostalgica di una frustrante e velleitaria ricerca di un mitico paradiso perduto. In coerenza a questa visione, e all’idea di utilizzare lo “zoning” come strumento principale di gestione del territorio, abbiamo diviso fisicamente il nostro spazio di vita, non solo “per funzioni”, ma anche “per valori”. Questa visione ha generato l’idea che il paesaggio potesse essere qualcosa di diverso e di particolare rispetto al resto del mondo, qualcosa da separare e da tutelare sottraendolo alle dinamiche della trasformazione. Intendiamoci: questo approccio non era solo conseguenza di una criticabile smania riduzionista, ma si giustificava come reazione difensiva all’ubriacatura di potere scaturita dall’inedita e portentosa capacità di trasformazione consentita da uno sviluppo tecnologico ed economico senza precedenti nella nostra storia. Partendo dal secondo dopoguerra, la trasformazione del paesaggio avanzava inarrestabile con i suoi caratteri ingenui e aggressivi, quasi tutti fossimo diventati dei bambini un po’ folli con un mitra in mano. La risposta, necessaria, è stata quella di costruire dei recinti, degli spazi in cui il “bambino con il mitra” non potesse entrare. Ma quella che è stata una risposta sensata per affrontare un’emergenza, si è dimostrata nel tempo concettualmente poco convincente e inefficace nella sua traduzione in prassi gestionali. L’affidare la gestione del paesaggio principalmente ad una “zonazione dei valori” e alla conseguente pratica del vincolo, nasconde, infatti, molte insidie. Tra queste, le principali sono connesse ai fenomeni di delega e di deresponsabilizzazione tipici dei rapporti basati sull’esercizio di un potere. Altre, non meno rilevanti, sono riconducibili alla convinzione che i territori siano divisibili tra quelli (sempre più ridotti e marginali) nei quali la bellezza è un valore e gli altri (prevalenti) in cui le trasformazioni debbano rispondere solamente ad esigenze funzionali prescindendo da ogni preoccupazione per la qualità architettonica di spazi, edifici e infrastrutture.
In parallelo a queste dinamiche culturali si è consolidata sempre più, nell’urbanistica e nella pratica tecnico-amministrativa, l’idea che la norma sia il solo strumento in grado di governare i processi di trasformazione del territorio e che, anche in questo campo, la discrezionalità disciplinare sia un tabù da rimuovere, relegandola in spazi sempre più marginali e circoscritti.
Al fondo di questo orientamento c’è una cultura sempre più diffusa nella nostra società, che vede nella regolamentazione puntuale e pervasiva dei comportamenti sociali e personali il solo strumento per assicurare equità e prevalenza dell’interesse pubblico, compreso, appunto, il diritto individuale e collettivo alla bellezza e alla significatività dei luoghi.
Alla responsabilità etica di committenti e di progettisti si è sostituito il meccanismo dell’autorizzazione di un’autorità, al controllo sociale sulla qualità delle trasformazioni quello amministrativo e alla cultura del progetto quella di una regolamentazione costruita su logiche tipiche delle discipline giuridiche. In questa dinamica distorta, l’ansia del processo progettuale creativo è stata sostituita da quella generata dalla ricerca di “conformità” a norme, regole, indici, parametri, spesso contraddittori e autoreferenziali, a volte talmente complessi e macchinosi da generare sui nostri paesaggi esiti imprevedibili, o controproducenti, quasi sempre deludenti.
La crisi dei nostri paesaggi ci segnala la necessità di un cambiamento di rotta.
Consumo di suolo, crisi ambientale, abbandono del territorio agricolo, banalità e degrado dei paesaggi della contemporaneità sono temi con i quali dobbiamo misurarci per elaborare ed attuare un programma collettivo di rigenerazione paesaggistica. Questa prospettiva ha senso solo se associata ad una visione unitaria di paesaggio, che sia in grado di superare le rigide separazioni e gerarchizzazioni di valori che ancora condizionano la nostra lettura dello spazio, caratterizzandone fortemente la gestione.
In questo cambiamento, che deve investire molti aspetti del nostro agire e del nostro relazionarci con il mondo, è necessario emerga un’attenzione prioritaria per il progetto, inteso come processo ideativo in grado di assicurare qualità architettonica e paesaggistica alle trasformazioni.
L’Osservatorio, nei limiti delle proprie risorse e capacità, vuole dare un contributo a questa auspicabile evoluzione culturale ed allo sviluppo di strumenti ed esperienze utili per dare concretezza alle elaborazioni teoriche e programmatiche che questa evoluzione saprà generare. In questa prospettiva vanno interpretate alcune recenti iniziative che presentiamo volentieri in questo numero della rivista dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Trento, dedicato all’attività della step, con la quale l’Osservatorio ha in corso fin dalla sua fondazione una stretta collaborazione.
L’Atelier di progettazione architettonica nel paesaggio e il Premio Fare paesaggio sono iniziative realizzate in concorso tra Osservatorio e step entrambe, finalizzate a sostenere la qualificazione dei processi di gestione e trasformazione del paesaggio. Con l’Atelier abbiamo realizzato un inedito percorso di formazione e di ideazione progettuale di carattere laboratoriale. Il Premio è stato, invece, dedicato alla valorizzazione e divulgazione di idee e realizzazioni di varia natura sul tema del paesaggio provenienti dall’intera area Alpina.
A tali iniziative si affianca quella del Comitato per la cultura architettonica e il paesaggio la cui azione incardinata sul Dipartimento territorio, agricoltura ambiente e foreste della PAT si traduce nel prestare una consulenza altamente qualificata a progettisti e committenti pubblici e privati, impegnati nella realizzazione di interventi significativi e rilevanti.

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