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Fare cultura del paesaggio e innovare il sapere tecnico

Il tema del paesaggio, in Trentino, gioca da decenni un ruolo centrale non solo nelle politiche di protezione ma anche per quanto riguarda la qualificazione delle azioni di sviluppo e il rafforzamento o la ricostruzione del senso di appartenenza delle comunità al proprio spazio di vita.

Il tema del paesaggio, in Trentino, gioca da decenni un ruolo centrale non solo nelle politiche di protezione ma anche per quanto riguarda la qualificazione delle azioni di sviluppo e il rafforzamento o la ricostruzione del senso di appartenenza delle comunità al proprio spazio di vita.

La storia, ormai nota, è iniziata cinquant’anni fa, come bene ricostruito da una serie di eventi che hanno ripercorso l’evoluzione della pianificazione territoriale in provincia di Trento. Il primo Piano Urbanistico Provinciale, approvato nel 1967, si poneva l’obiettivo dello sviluppo di un territorio rimasto ai margini delle dinamiche che stavano investendo le regioni a nord delle Alpi e quelle dell’area padana. Il disegno, che ovviamente prevedeva molte azioni finalizzate ad attrezzare un territorio montano, comprendeva, in modo inconsueto per l’epoca, l’individuazione di vasti territori da sottoporre a tutela del paesaggio. La nuova estensione delle aree vincolate e la gestione provinciale delle procedure di autorizzazione segnavano un passaggio importante, riguardante l’affermazione di nuove concezioni e la sostituzione del ruolo della Soprintendenza statale, impegnata a difendere piccole porzioni di paesaggio riconosciute di eccezionale bellezza. Il quadro normativo, che risaliva al 1939 e riguardava le “bellezze naturali”, non affrontava realmente il tema del paesaggio, intendendo salvaguardare alcuni scorci segnati da un disegno particolare, come nel caso dei parchi o dei giardini, da condizioni ambientali particolarmente suggestive o da caratteri tradizionali che rientravano nella concezione del “pittoresco”.
La scelta del PUP, per contro, mirava a controllare la qualità delle estese trasformazioni che si intendevano indurre con il piano e le politiche di sviluppo. La gestione del vincolo, organizzata prima con modalità accentrate, poi mediante delle Commissioni comprensoriali, riguardò in modo diffuso le opere di edificazione, supplendo in molti casi alle carenze della pianificazione locale, che allora copriva un numero esiguo di comuni. Pur con molti limiti, il ruolo delle Commissioni fu quello di far maturare una nuova consapevolezza del senso del paesaggio, per il tramite dei tecnici che interagivano con tali organismi in occasione dell’autorizzazione dei progetti edilizi.
Il secondo PUP, approvato nel 1987, coincise con l’emanazione della “legge Galasso”, la quale, pur avendo effetti ridotti in Trentino quanto ad estensione dei territori tutelati, stimolò un esteso dibattito sui compiti e i metodi della gestione e della pianificazione del paesaggio. Le aree sottoposte a vincolo ex lege (boschi, montagne, ghiacciai, coste, rive dei corsi d’acqua, ecc.) erano segnate, peraltro, più da caratteristiche ambientali che paesaggistiche. Il piano assunse, in ogni caso, il compito di aggiornare le modalità e la qualità degli interventi di trasformazione, integrando temi diversi riguardanti i valori produttivi del territorio agricolo e forestale, la difesa dal rischio idrogeologico, la qualificazione della pianificazione locale.
Il piano provinciale in vigore dal 2008 segna un ulteriore momento di maturazione dell’approccio, accogliendo la definizione della Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 e ponendo il paesaggio al centro delle azioni del piano. L’obiettivo riguarda, in particolare, il rafforzamento del senso di appartenenza delle comunità al proprio quadro di vita, stimolando l’assunzione di responsabilità nei confronti dei paesaggi quotidiani.
La Convenzione europea afferma, infatti, come sia la percezione da parte delle comunità che abitano un territorio a definire cosa sia il paesaggio, e sollecita ad individuare gli obiettivi di qualità, da perseguire nei diversi contesti. Questo passaggio comporta il ripensamento del ruolo del tecnico, che prima assumeva una posizione centrale (conoscendo gli aspetti estetici o storico-culturali, oppure i temi ambientali), mentre ora sono le comunità ad assumere un ruolo preponderante.
Le conseguenze riguardano la necessità di elaborare una nuova cultura del paesaggio, coinvolgendo sia la popolazione sia i diversi attori che intervengono a costruire e a modificare il paesaggio, da intendere come un’opera collettiva, non come l’esito di dinamiche naturali o dell’intervento di un artista o di un tecnico.
La costituzione di step, Scuola per il governo del territorio e del paesaggio, ha rappresentato l’avvio di un percorso che si è dimostrato particolarmente fertile. Il quadro normativo che traccia i compiti e le scelte operative relative ai meccanismi di funzionamento di tale organo sono estremamente semplici. È istituito un comitato scientifico, composto da alcuni esperti e da rappresentati degli ordini degli Ingegneri e degli Architetti; la scuola -con uno staff di poche persone- è inserita nel sistema della formazione pubblica di Trentino School of Management, pur mantenendo una propria autonomia. Il programma dei compiti formativi e di promozione di una nuova cultura del paesaggio e del territorio è stato definito in modo libero, sulla base di una interazione con i diversi soggetti, sia istituzionali che riguardanti la società civile. Il percorso fin qui compiuto da step viene guardato con grande interesse -e un po’ di invidia- da molte parti. A fronte di una “istituzione leggera”, le iniziative sono state numerose ed hanno coinvolto un ampio spettro di interlocutori.
Il senso delle azioni promosse da step, alla luce della Convenzione europea, merita qualche riflessione. Il paesaggio non è un ambito sul quale operano legittimamente solo gli esperti o i tecnici. Del resto, in Trentino il passaggio di competenze della tutela verso gli organismi locali, con il coinvolgimento, in molti casi, degli amministratori comunali, segnala proprio la volontà di corrispondere a domande diffuse - anche se non sono sempre orientate alla qualificazione degli interventi. Sono certamente molti i casi indicati quali segnali di degrado della qualità, della coerenza, della visibilità di un tratto di paesaggio. In tali operazioni dobbiamo riconoscere da un lato l’evoluzione dei modi consuetudinari di intervenire sullo spazio agricolo o mediante l’edificazione o la costruzione di opere infrastrutturali, dall’altro nuovi meccanismi di attribuzione dei valori, in un momento di grandi contaminazioni tra le culture. Riconosciamo, inoltre, l’evoluzione dei simboli del senso di appartenenza e dell’identità locale. In cosa si riconosce, oggi un abitante di una valle alpina, nei ricordi del passato o nei segni della modernità, qualsiasi essa possa essere?
Come intervenire, in tale quadro? Si profila, in breve, un confronto -o un conflitto- tra interventi fondati sulla competenza tecnica e tra azioni basate sul consenso o su un non meglio definito “senso comune”. Il ruolo dei tecnici e dei progettisti, d’altra parte, non è esente da limiti, in quanto molto spesso le loro scelte sono il riflesso di competenze o di riferimenti culturali ben precisi o della volontà di imprimere una specifica impronta ad un tratto di paesaggio. Emerge spesso la tentazione di un’azione impositiva, orientata ad affermare una certa visione mediante la selezione di ciò che è corretto da ciò che non lo è, ma non è detto che questa sia la scelta più efficace o quella che consegue i risultati migliori.
Si profila quindi un dilemma: non c’è certezza che il sapere esperto rifletta ciò che la comunità percepisce del proprio ambiente di vita, ma sono necessarie competenze appropriate per leggere correttamente i segni del complesso testo del paesaggio e per poter tracciare, consapevolmente, i nuovi segni.
Tutto questo comporta l’avvio di una riflessione collettiva, che deve partire dalle giovani generazioni, deve coinvolgere diversi gruppi sociali e differenti operatori. Sono necessari dei momenti di dialogo e di confronto con una pluralità di interlocutori e devono essere attivati dei percorsi formativi rivolti ai tecnici. È questo, in breve, il percorso compiuto fino ad oggi da step, alla ricerca, non dogmatica, di una qualificazione dei modi di costruire il paesaggio, inteso come lo spazio di vita condiviso dalla comunità. Di qui le numerose iniziative con le scuole, con le comunità locali e le associazioni, i percorsi formativi per insegnanti e tecnici. Il metodo è basato sul dialogo e la circolazione delle conoscenze e delle esperienze, sulla interazione tra competenze diverse e tra generazioni differenti. C’è molta strada da percorrere, ancora, e proprio per questo step intende proporre, nel prossimo futuro, una riflessione sui metodi e gli strumenti per la promozione della cultura del paesaggio e sulla qualificazione del sapere tecnico.