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Conoscere, comprendere e interpretare la nostra modernità

Per una felice coincidenza il numero di “a” che chiude l’appena trascorsa consiliatura affronta il tema dell'architettura moderna così come lo affrontava il numero di chiusura di quella precedente. Ci piace interpretare questo fatto come una sorta “passaggio del testimone” che rappresenta la continuità della nostra storia di architetti.

La valorizzazione dell'architettura moderna è tema impegnativo. Per la gente comune è difficile percepirla come patrimonio, è difficile comprenderne le ragioni, è difficile apprezzarla. Alle volte è difficile anche per noi, architetti. Anche riguardo al suo uso, alla sua modificazione e alla sua tutela vi sono ampie questioni che non è qui il caso di affrontare ma che richiederebbero un approfondimento specifico.

Questo numero, pur limitato ad una specifica categoria di edifici per una necessaria perimetrazione del campo di indagine, nasce con un duplice sguardo. Raccontare di alcune architetture e delle loro storie contestualizzandole entro il loro tempo e le loro ragioni. Confrontare l'esperienza del Moderno nella nostra provincia con altre, vicine e lontane, cercando di comprendere come il radicamento e la sensibilità all'architettura possano attecchire in un determinato luogo anche periferico e di come questo sia un processo lento che va costruito e alimentato.

Se guardiamo ai contenuti vediamo come la nostra Modernità, sia la prima che quella più recente, sia stata piuttosto pioniera e sperimentale in vari ambiti e sia stata costellata non solo di realizzazioni sperimentali ma anche di momenti di riflessione teorica e critica alti. 

Di questo ha dato parzialmente conto anche il contributo che Sergio Giovanazzi ha proposto nel numero 1/17 di “a” come testimonianza della particolare sintesi tra architettura e urbanistica che il PUP 67 prevedeva1. Abbiamo avuto protagonisti che hanno portato in terra trentina esperienze umane, culturali e professionali elevate e aggiornate rispetto al dibattito internazionale; che hanno svolto ricerca su temi e modelli insediativi e costruttivi trovando riscontro in Italia e all'estero.

Le indagini e studi qui proposti trovano peraltro corrispondenza in quanto anche altri Ordini professionali stanno promuovendo e raccontano di una attenzione al consolidamento della nostra identità e del suo ruolo nella società e nel tempo sempre più diffuso. Sono esemplari i casi, tra gli altri, di Milano, di Bergamo, di Como, delle Marche che -pur con scale diverse, hanno esplorato vari modi di affrontare il tema, da quelli multimediali sino a quelli più tradizionalmente a stampa.

Sicuramente anche nel caso trentino ci sono dei precedenti significativi che vanno dalla schedatura proposta dall'Università Iuav di Venezia al grande affresco -purtroppo incompiuto- di Sergio Giovanazzi. Ma essi costituiscono dei lavori di natura differente da cui un potenziale “inventario” dell'architettura moderna trentina svolto dal punto di vista di un Ordine professionale sicuramente si distinguerebbe.

Per noi operazioni di questo tipo fondano la loro importanza in ragioni d’altro tipo. In primo luogo permettono di parlare di noi stessi e della nostra storia. 

Scrivendo di architettura assumiamo consapevolezza del valore degli edifici, dei loro autori, della loro storia, del loro ruolo nella società, nelle città e nei territori interessati. Scrivere di architettura porta a prendere coscienza della loro importanza costruendo narrazioni documentate attraverso disegni, ridisegni, fotografie, schizzi.

Da un lato, dunque, siamo portati a vedere le architetture “da dentro, a partire dai problemi con cui si sono confrontati gli architetti che hanno progettato e costruito le opere che contempliamo senza essere eccessivamente dipendenti da visioni idealizzate”2. Scrivendo di architettura, facciamo architettura, ricaviamo lezioni, apprendiamo principi e costruiamo appartenenze.

Dall’altro siamo portati ad orientare lo sguardo, a costruire le giuste prospettive, a indagare le poetiche altrui e contestualizzare storicamente gli edifici e i progetti di cui parliamo. Siamo portati cioè a “considerare nell'interpretazione la mise en images come non risolta interamente dalla concatenazione di disegni, lettere, tecniche e mestieri” in quanto “la produzione del fatto non si esaurisce con la costruzione dell'opera architettonica ma include gli immaginari che diversi attori sociali possono contendersi”3

Scrivendo di architettura ricomponiamo per frammenti, nella grande storia della progettazione architettonica, la piccola storia della progettazione architettonica in Trentino. “Narrate, uomini, la vostra storia” titolava Alberto Savinio4: cerchiamo di ricomporre e valorizzare anche noi la nostra.

In secondo luogo ci permettono di capire il senso del nostro fare nell’evoluzione culturale e nella modificazione del territorio entro cui operiamo.

Ci forniscono il retroterra culturale necessario per riaffermare il nostro valore come architetti che si collocano criticamente all'interno di una tradizione fatta di colleghi che prima di noi si sono confrontati con il nostro territorio, con le nostre città, i nostri paesi, i nostri paesaggi ed assumere consapevolezza dell'evoluzione di una sensibilità specifica verso il progetto e verso la costruzione.

Ma ci fanno anche comprendere, finalmente, perché, dopo una parentesi di grande slancio e di grandi promesse, abbiamo “perduto l'aura” e perché abbiamo iniziato a guardare oltre i nostri confini con invidia o con desiderio, a seconda. Capendolo -dimostrando attraverso i progetti, le opere i successi e le potenzialità di un certo modo di fare architettura oltre i tradimenti, i fallimenti, gli insuccessi- contribuiremo a porre le premesse per il superamento di una impasse culturale che altrimenti sembra bloccarci.

Infine perché “storicizzando” la nostra Modernità e le sue espressioni architettoniche attraverso la costruzione di relazioni nel tempo e nello spazio poniamo le basi per trasmettere conoscenze e sensibilità ad altri che architetti non sono.

Potremo cercare di dar conto a tutti delle ragioni, dei significati, dei caratteri, dei valori di un corpus di architetture che ha tradotto nel costruire un secolo di profonde evoluzioni.

Potremo cercare di contribuire alla sua trasformazione da quantità percepita come obsoleta, superata, inadeguata in patrimonio comunicabile e trasmissibile attraverso la sua presa di coscienza.

Potremo cercare di costruire intrecci, rapporti, relazioni con altri enti che si occupano di storia, di patrimonio, di territorio, di paesaggio per una “valorizzazione attiva” della costellazione di evidenze costruite che punteggia le nostre valli, le nostre conche, i nostri altipiani, le nostre montagne.

Potremo cercare, quindi, di stimolare modi coerenti di recupero e riattivazione di un patrimonio delicato, fragile, incompreso. Modi e strategie che potranno venire anche dal confronto con altre professionalità -ingegneri, specialisti in altre discipline- per valorizzare anche le componenti di loro maggior competenza.

In sostanza, potremo cercare di capire come siamo stati “moderni” in passato e come, nuovamente e adeguatamente ai tempi mutati e alle sensibilità evolute, potremo essere “moderni” oggi e in futuro.


1. S. Giovanazzi, Il piano urbanistico provinciale e i suoi rapporti con l’architettura in “a” 1/2017

2. R. Moneo, Prefacio in R. Evans, Traducciones, Editorial Pre-Textos, Girona 2005, p. 16

3. C. Olmo, Architettura e storia. Paradigmi della discontinuità, Donzelli Editore, Roma 2013, p. 14

4. A. Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia, Adelphi, Milano 1984 (1942)