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Bilancio sociale Consigliatura anno 2017

L’impegno assunto lo scorso anno con- l’elaborazione e la pubblicazione del Bilancio sociale dell’Ordine, trova continuità nella nuova edizione relativa a quanto avvenuto, fatto e programmato nel 2017. Obiettivo di un Bilancio sociale è rendicontare le attività svolte e verificare lo stato dell’arte della nostra professione e dei suoi risvolti sia sul piano normativo, culturale, pratico, ma al contempo svolgere una autocritica costruttiva finalizzata all’elaborazione di nuovi obiettivi, al miglioramento degli strumenti d’azione e alla ricezione delle trasformazioni intervenute e alla loro interpretazione.

Il Bilancio si arricchisce di un sondaggio sull’immagine sociale dell’architetto   - tema introdotto nello scorso numero e qui articolato a partire dall’analisi dei dati commissionata dal CNAPPC - che introduce premesse, contenuti e obiettivi dell’ottavo Congresso nazionale degli Architetti tenutosi a Roma tra il 5 e il 7 luglio scorsi.

Questi contributi permettono di articolare una più strutturata riflessione sulla figura dell’architetto, sulle potenzialità intrinseche all’impegno professionale, sulle prospettive del lavoro all’interno di scenari ampi, inclusivi e lungimiranti, che consentono di individuare azioni future solide e pragmatiche.

Per ragioni interne e per fattori esterni, il quadro dello stato della professione che esce dall’analisi statistica ad esso dedicato - come già evidenziato nello scorso Bilancio sociale - non è certo positivo. Ad oggi il settore è ancora in affanno con la conseguente perdita di molte imprese edili e di molti studi professionali strutturati, con relativa dispersione degli addetti e delle rispettive abilità. Tutto questo entro uno scenario di conferimento degli incarichi ove il ricorso al metodo del massimo ribasso appare ormai generalizzato, facendo sì che il perseguimento della mera convenienza economica porti, per necessità, alla compressione della qualità in maniera direttamente proporzionale allo scarso compenso accettato. Finalmente, in alcuni contesti, la strada individuata per raggiungere risultati qualitativamente migliori per la nostra società, il nostro territorio e le nostre città, è non più “spendere meno” ma “spendere meglio”. Forse siamo noi architetti i primi, a dover perseguire tale modo di procedere, lavorando in questo senso con gli altri colleghi progettisti, presso i committenti pubblici e privati.

I dati di Inarcassa parlano chiaro: su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, l’Italia può contare su un’offerta professionale frammentata tra 165.000 ingegneri e architetti, a cui si sommano 105.000 geometri, con un rapporto abitante/progettista pari circa a 1/200 anomalo persino per paesi europei a noi simili per tradizione come la Francia (rapporto pari a 1/3.500).

È evidente allora, che va ritrovato un equilibrio tra domanda e offerta. Ma per capire qual è l’offerta, che cosa noi architetti offriamo alla società è necessario, forse e prima di tutto, porci alcune domande alle cui risposte dobbiamo essere pronti a svolgere una necessaria autocritica per comprendere come agire.

Le domande sono molto semplici: Chi è l’architetto? Come la società lo percepisce? Quali ruoli gli attribuisce?

E così il primo punto di questo bilancio sociale è dedicato allo scandaglio delle possibili risposte a queste domande, attraverso l’analisi di un sondaggio sull’“Immagine sociale dell’architetto” commissionato dal CNAPPC.

Chiara e condivisa da tutti appare la capacità dell’architetto, riconosciutagli per formazione tecnica e umanistica insieme, di comprendere i bisogni e affrontare i problemi prospettando molteplici soluzioni, valorizzando punti di forza e di debolezza delle specifiche condizioni, grazie alla creatività propria della sua identità culturale.

Tra le specificità del nostro ruolo spicca quella del suo essere possibile artefice del futuro della città, perché sa interpretare i bisogni, e immagina questo futuro facendo dell’estetica un elemento strutturante della qualità urbana. Emerge la capacità di gestire la regia del progetto, in quanto solo l’architetto con la sua capacità e la sua sensibilità può riuscire a coordinare e trasmettere la visione complessiva del progetto, inquadrando le singole competenze specialistiche in un lavoro di insieme. Regia che, se demandata semplicemente al sopravvento della componente tecnica e funzionale, sembra farsi arida.

Emerge, però, la frammentazione di un mestiere che non è ancora professione aperta all’interdisciplinarietà, ma che si muove su piani e in configurazioni troppo spesso individualistiche e non aperte all’innovazione. D’altra parte si ravvisa sempre più la richiesta e la necessità di approcci integrati, che richiedono aggiornamenti strutturali a studi di architettura ancora troppo piccoli e per questo limitati nell’intraprendere la strada dell’inevitabile innovazione, posta dalle sfide del mercato e del quadro normativo.

 

Come, dunque, dare risposta a questa necessaria riaffermazione dell’identità della figura professionale dell’architetto e al suo aggiornamento? Va da sé che una prima risposta a questa sfida è da orientare verso la coniugazione della nostra vocazione specifica tecnico-umanistica, con l’innovazione dei modi in cui questa può essere esercitata. Solo così potremo affrontare con competenza e consapevolezza nuove modalità di incarico, di ricerca del lavoro, di approccio alla progettazione, di uso e integrazione di strumenti di disegno e gestione del progetto (per esempio il BIM), di apertura all’internazionalizzazione, di approccio adeguato a bandi complessi.

 

In quest’ottica uno sforzo andrà sicuramente richiesto alle Università che, riteniamo, debbano aggiustare il tiro delle proprie proposte formative, verso l’elaborazione di percorsi di studio che rendano consapevoli gli studenti delle specificità e delle potenzialità di ciascuno sbocco professionale. Riteniamo infatti, che i corsi di studio non debbano sovrapporre le identità professionali, ma debbano orientare in modo appropriato gli studenti di ciascuna specialità universitaria, a una visione integrata del progetto, alla necessità e alle modalità del lavoro di gruppo e alla fondamentale importanza dell’interrelazione delle competenze.

Per parte sua l’Ordine sta promuovendo azioni di tutela della professione; percorsi di formazione, attuati anche in collaborazione e rivolti verso i differenti ambiti di interesse degli iscritti; iniziative di divulgazione e di valorizzazione del lavoro dei colleghi che passano attraverso, ad esempio, la rivista (ora in formato digitale) e la co-organizzazione del Premio “Costruire il Trentino”, volto a valorizzare la progettazione e l’esecuzione di architetture che si propongano come metodologicamente esemplari nella costruzione di una qualità diffusa e non elitaria. Grande impegno del Consiglio è rivolto ad azioni di sussidiarietà, che vedono la compartecipazione a tavoli istituzionali con i vari livelli della politica locale e provinciale, per cercare di raggiungere il miglior esito possibile nella redazione delle normative relative al settore.

Il tutto nella consapevolezza che non sia lo scontro, l’opposizione o la rivendicazione la via da percorrere, bensì quella del dialogo. Un dialogo che sia inclusivo, paziente, desideroso di rendere partecipi gli altri della bellezza di quanto noi possiamo offrire, senza imposizioni, ma rendendola percepibile. Una bellezza che, proprio perchè non deve essere solo apparente ma fortemente intrisa nella natura delle cose, richiede una concretezza governata da strumenti: strumenti che non possono che fondare su una cultura dell’architettura e della sua domanda, e che è nostro dovere stimolare.

Ed ecco allora che, in virtù di questo obiettivo, che vogliamo il più inclusivo possibile, manteniamo aperti numerosi tavoli di dialogo.

Dialogo a livello locale, che si attua attraverso le commissioni, le compartecipazioni e le collaborazioni istituzionali, le azioni e le disponibilità quotidiane dell’Ordine e dei suoi rappresentanti.

Ma anche attraverso eventi di categoria, come il Congresso regionale svoltosi lo scorso anno a Bolzano e quest’anno a Riva del Garda, occasione di scambio con gli iscritti delle due provincie e di riflessione sul senso di essere architetti, qui ed oggi, ma con lo sguardo rivolto al futuro.

Dialogo aperto alla società in quanto educare all’architettura deve necessariamente coinvolgere tutti, altrimenti mal si costituirà quell’auspicato felice rapporto tra domanda e offerta. Aperto alle scuole in modo che attraverso il mondo dell’istruzione, a tutti i livelli di scolarizzazione, si possa acquisire sensibilità e cognizione del valore della cultura architettonica. Aperto trasversalmente a tutti, attraverso l’istituzione del programmato urban center da intendersi come hub, nodo di interscambio tra architetti e società, tra tecnici e politici, tra progettisti e utenti, orientato alla ricerca di risposte adeguate ai problemi complessi che la contemporaneità ci pone.

Dialogo con il CNAPPC e con gli obiettivi a noi rivolti dall’ottavo Congresso nazionale che, nella standing ovation tributata al presidente Cappochin, ha rispecchiato l’entusiasmo di una comunità molteplice, ma desiderosa di contribuire ad un futuro possibile, ricordandogli le responsabilità che con il suo interessante approccio si è assunto.

 

Sarà compito degli Ordini territoriali riuscire a far valere tale approccio, non in modo corporativo e rivendicativo, ma riaffermando con forza, da un punto di vista culturale, azioni concrete e modi nuovi di “Abitare il paese”, attraverso la prevista Legge per l’Architettura.

Solo così, infatti, si riuscirà a mettere in risalto il ruolo centrale della cultura per la qualità dello spazio di vita delle persone, ricordando che costruire è un atto culturale che contribuisce a perseguire il bene comune.