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Diritto d’autore, privacy ed architettura. Un breve excursus

L’architettura contemporanea, esattamente come la letteratura e l’arte, può essere descritta come un campo di tensione fra emulazione e innovazione. Ogni progetto nasce in un humus ibrido di riferimenti culturali, avanguardia, soluzioni tecniche nonché convinzioni estetiche che rendono difficile persino per gli addetti ai lavori definire nettamente dove finisce l’ispirazione e inizia il plagio di un’opera altrui.

È in questo maelstrom di forze antitetiche fra innovazione e eredità del passato che si trova ad operare la legislazione sul diritto d’autore e la relativa giurisprudenza, nel tentativo di definire sia a livello nazionale che europeo delle linea guida sufficientemente chiare in grado di favorire la proliferazione della produzione artistica da una parte e contemporaneamente tutelare gli autori di predette opere dell’ingegno da un indebito sfruttamento da parte di terzi.
A questo punto una premessa è d’obbligo: la normativa sul diritto d’autore ha come oggetto di tutela non l’idea in se, ma la sua espressione strutturata in “disegni e opere dell’architettura” (art. 2 della L. 633/1941) in grado di attestare elementi minimi di novità ed originalità. Questi ultimi non sono da intendere in maniera assoluta, ma sono da relazionarsi allo stato dell’arte, cioè a quel campo di tensioni citato sopra, per cui nella giurisprudenza comunitaria si parla di author’s own intellectual creation (CJEU, C 5-08, Infopaq). Esemplificando: Le Corbusier avrà pure preso ispirazione dall’architettura greca per il suo sistema di pilotis, ma a nessuno passerebbe per la mente di negare il diritto d’autore su Villa Savoye per il semplice motivo che le colonne sono derivate dalla classicità. La rielaborazione personale dell’ispirazione rende l’opera un unicum degno di tutela agli occhi del legislatore. Le opere compiute non sono tuttavia le uniche tutelabili ai sensi del diritto d’autore: qualsiasi estrinsecazione/rappresentazione grafica della creatività (in sezioni etc), qualora presenti caratteristiche autonome di creatività e originalità, rientra nell’ambito applicativo della legge.
Per quanto riguarda il contenuto del diritto d’autore, esso come tutti i diritti di proprietà intellettuale si estrinseca in una pletora di diritti a stampo monopolistico sull’opera, incluso il diritto esclusivo di sfruttamento economico della stessa fino a 70 anni post mortem auctoris, nonché il diritto morale (inestinguibile ed inalienabile) a vedersene attribuita la paternità. Il diritto non ha bisogno di formalità ulteriori (ad esempio registrazioni o pagamenti annuali, come accade invece per i brevetti). Per sfruttamento economico dell’opera si intende la possibilità di riprodurla, redistribuirla, riutilizzarla, concederla in licenza a terzi dietro equo compenso. In concreto, questo per gli architetti significa che la pubblicazione di foto delle proprie opere o progetti (non altrimenti accessibili pubblicamente) in riviste e simili deve essere sempre preceduta dal consenso del professionista. Molti artisti si avvalgono di licenze open già predisposte da inserire sulla riproduzione fotografica del progetto o dell’opera (le cosiddette creative commons) al fine di accelerare la diffusione legittima di riproduzioni fotografiche delle proprie opere e regolarne la circolazione e l’utilizzo. In alternativa, rimane opportuno per il professionista definire tali aspetti preventivamente mediante clausole contrattuali.
Quest’ultimo aspetto patrimoniale si lega intrinsecamente al diritto morale sull’opera/progetto e alla possibilità ad opporsi a modificazioni unilaterali o rielaborazioni altrui sulla stessa: un caso paradigmatico è quello delle varianti di progetto. Il professionista, ex lege, ritiene il diritto morale sul progetto preliminare, ma solo in casi eccezionali (dichiarazione di valore artistico ex art. 20 della L.633/1941) può opporsi alle varianti qualora un terzo professionista progetti il definitivo, l’esecutivo o i dettagli costruttivi. Se poi, ad esempio, la modifica servisse a ricondurre il costo dell’opera nei limiti di spesa che il committente aveva indicato preventivamente di volere sostenere, il professionista non può legittimamente opporre il proprio diritto morale ai sensi della legge sul diritto d’autore.
Qualora in fase di ingegnerizzazione e cantierizzazione il secondo professionista non abbia apportato modifiche creative al progetto preliminare del primo architetto, a quest’ultimo spetterà il diritto patrimoniale per intero sull’opera, dovendosi ritenere il preliminare degno di tutela autonoma rispetto al definitivo, soprattutto ove il progetto preliminare possa comunque continuare ad essere autonomamente utilizzato, ad esempio per fini espositivi. Diversamente, se il secondo collega ha apportato modifiche creative (c.d derivative work), la quota di tale apporto creativo va soppesata e inciderà a sfavore del primo architetto.
Ancora, seppure il caso di intenzionale e completa appropriazione di un progetto al 100% da parte di un collega sia raro, molto più comuni sono contenziosi in cui due progetti di due professionisti diversi presentano similarità elevate. La giurisprudenza ha elaborato dei test per chiarire quando si possa trattare di ispirazione e quando di plagio, ad esempio, dovendosi valutare la rilevanza delle difformità rispetto alle caratteristiche essenziali dell’opera protetta. Si tratta di un’analisi qualitativa e quantitativa non sempre univoca, radicata nei casi di specie.
Un ruolo chiave in casi simili lo possono svolgere i Consigli dell’Ordine, sia con procedure di mediazione al proprio interno sia agendo come watchdog nei casi accertati di chi non rispetta le regole e la deontologia.
Il cuore del diritto d’autore si incentra ulla possibilità di richiedere e ottenere tutela inibitoria dal giudice, impedendo così al terzo di continuare a sfruttare economicamente dell’opera, nonché sulla tutela risarcitoria. Bisogna comunque tenere a mente che il termine di prescrizione dell’azione processuale è di 5 anni dalla conoscenza del fatto in caso di responsabilità extracontrattuale (cioè qualora professionista e terzo non siano legati da alcun vincolo contrattuale), o 10 anni in caso di responsabilità contrattuale (ad esempio, in caso di incarichi di collaborazione).
Infine, per quanto riguarda la normativa sulla privacy, va chiarito che gli architetti ne sono coinvolti nel momento in cui raccolgono dati dai committenti o eseguono attività di profilazione su propri siti. Accertarsi di raccogliere il consenso degli utenti in maniera espressa e preventiva è oramai un obbligo ai sensi della normativa europea (GDPR 2016/679).