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Di accessibilità, design e dintorni

Conversazione con Claudio Larcher - Oggi, a leggere di design sulle riviste, sui giornali e sul web, quasi tutto sembra ridursi a superficiali annotazioni di carattere stilistico e di costume. Il tono raramente si discosta da un vacuo e fastidioso cicaleccio. “Quanto durerà ancora la moda del vintage?”, e così via. Sollecitati a intervenire su queste pagine con una riflessione in tema di design per l’accessibilità, cerchiamo allora di fare altrimenti e, con spirito di servizio, di dare un minimo di struttura critica al nostro discorso. Per fare questo abbiamo chiamato in aiuto un progettista, un vero designer cioè, uno che le cose non solo le teorizza ma pure le elabora tridimensionalmente e tenta, se può, di metterle in produzione. Il nostro designer si chiama Claudio Larcher.

Di accessibilità, design e dintorni

MASSIMO MARTIGNONIMotivi professionali e comune provenienza geografica ci hanno fatto avvicinare. Insegniamo alla Naba di Milano, dove tu sei il direttore del triennio di design, e siamo entrambi (tu in modo un po’ più sfumato) trentini. Due trentini a Milano, la capitale mondiale del design (come si dice lì). Non so se questi dettagli possano esserci di aiuto, per quello che ti vorrei chiedere.

CLAUDIO LARCHER ▪ Non lo so nemmeno io, dipende appunto da quello che mi vuoi chiedere. 

MM Infatti. Con te vorrei parlare di questo aspetto dell’accessibilità. Per quanto io sia uno storico del design, confesso che non ne so molto. Per questo mi sono rivolto a te, considerando l’impegno che tu metti nell’affrontare i temi progettuali scrostandoli dalla patina modaiola che affligge il mondo del design contemporaneo. È così? Mi parli, prima di procedere nella discussione, del lavoro che hai svolto di recente nell’area caraibica? Per capire in quale prospettiva ti muovi. 

CL ▪ Dopo il terremoto del 2011 che ha distrutto completamente Haiti, ho pensato che anche il design potesse essere utile alla cooperazione internazionale. Quindi, in collaborazione con l’Associazione Coloresperanza, ho chiamato 10 designers internazionali a progettare alcuni banchi per le scuole di Santo Domingo e Haiti. Ne è uscito un progetto molto bello, “Hispaniola, design per solidarietà”, che ha avuto come corollario una mostra esposta in diversi musei italiani, una serie di workshop per bambini sui temi della cooperazione, dei premi e soprattutto una produzione effettiva di banchi a Santo Domingo per aiutare le scuole in difficoltà. Il progetto è tutt’ora attivo e funzionante. Per raccontare questa esperienza e per fare altre riflessioni sul tema, è nato un libro, Design, Scuola e Solidarietà, scritto da me ed Helga Sirchia (editore Fausto Lupetti, 2016).

MM Ottimo. Direi che è proprio l’orbita giusta per discutere di design e accessibilità, o più in generale di una visione del design che parta da bisogni collettivi e sociali. Devo premettere tuttavia che io sono abbastanza scettico sulla possibilità che il design lo si possa incasellare burocraticamente, secondo rigidi principi d’uso e finalità. Se iniziamo ad aggiungere i complementi di fine o scopo (come dicono le grammatiche: per quale fine? Per quale scopo?) al nudo termine “design”, il quale di per sé ha una sua bella forza datagli dall’intera tradizione novecentesca, mi sembra che lo si impoverisca, che si scivoli ovvero in ambiti progettuali magari limitrofi ma in sostanza diversi. Nell’ingegneria, nella sociologia, non so. Magari mi sbaglio. 

CL ▪ Nella mia visione design significa “progetto”, non necessariamente estetico. In questo senso penso che il designer oggi sia pronto ad affrontare sfide a 360 gradi. “La maggior parte dei progettisti e designer indirizza i propri sforzi solo su quel 10% di persone che appartiene ai paesi ricchi, ignorando così il resto del pianeta”. (Paul Polak, International Development Enterprise). A cosa corrisponde il restante 90%? Su sette miliardi di esseri umani che popolano la terra, più di cinque non hanno accesso o hanno grosse difficoltà ad avere accesso alle fonti primarie di sostentamento, all’acqua pulita o ai sistemi educativi. Una condizione che considerano normale. Spesso le cause sono da rintracciare nella mancanza di infrastrutture, di mezzi di trasporto di tipo basico, di filtri per l’acqua a prezzi accessibili. Può il design essere utile a queste situazioni? Integrare o dare un valore aggiunto ai progetti di cooperazione e sviluppo e di aiuto internazionale? O il design è da considerarsi, come molti credono, solamente un esercizio di stile? Queste sono le domande che, a mio avviso, ci dobbiamo porre.

MM Torniamo alla questione, diciamo così, terminologica. In effetti c’è un ramo o più rami -medicale, dei servizi ecc.- in cui a tutti gli effetti si parla di design. Ma, ripeto, a me questo termine fa venire in mente un flusso culturale con chiare e precise radici storiche, quelle originate da Josef Hoffmann, Marcel Breuer, gli Eames, Achille Castiglioni, Ettore Sottsass... A loro mi viene da pensare, alla profonda eticità che guidava le loro scelte estetiche, mai semplicemente formaliste (anche se il caso di Sottsass con Memphis è un po’ diverso). Non ad altro. Forse che se Sottsass avesse disegnato un blocco operativo per dentisti allora sarebbe stato più bello andare dal dentista? Ma perché Sottsass non l’ha fatto e nemmeno le generazioni ultime del design, come la tua per dire, non si sono occupate di aspetti di questo tipo?

CL ▪ Oggi fortunatamente parliamo sempre più spesso di Social Design, la visione è sempre di più antropocentrica. Il design per pochi o quello dell’apparenza ha sempre meno senso e non arriva alla gente. 

MM Tu dici così ed è bello crederci anche perché, alla fine, verrebbe da chiedersi se alla gente serva oggi davvero il design, o se non sia altro che un mero abbellimento della nostra contemporaneità. Come la mettiamo però con le aziende, con chi vuole fare business e stop? Oppure con chi si pasce, magari con merito, solo del suo talento personale? 

CL ▪ Ci saranno sempre i designer che pensano solo alla forma e allo stile, ma che noia! Alcune cose vivono di apparenza, si guarda solo alle linee e alle proporzioni, ma come si dice poi “nello specchio il mondo è sbagliato”. Ci sono delle sfide concettualmente molto più interessanti nel campo del progetto che sono lì ad attenderci. Ci sono tanti oggetti anche meno importanti di sedie tavoli e lampade che aspettano di essere ripensati! Le aziende, alle volte, capiscono dove vuole portarle il designer e poi lo seguono. 

MM Il designer “figo”, quello che va sulle riviste e ha lo stuolo di ammiratori e di ammiratrici al Salone del Mobile, è essenzialmente un artista? 

CL ▪ Il designer figo è quello che fa un progetto che arriva a tutti, compresa la famosa casalinga di Voghera di Alberto Arbasino (o quella di Treviso di Nanni Moretti). Che ha la capacità di riuscire a comunicare non solo a se stesso, come molte volte fa l’artista. Se si riesce a combinare le due cose nasce qualcosa ancora di più straordinario. Il progetto perfetto è il famoso sempreverde, che attraversa mode, tendenze e che è sempre apprezzato. Come rilevava Bruno Munari (Artista e designer, 1971): “il sogno dell’artista è comunque quello di arrivare al museo, mentre il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali”.

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Ordine degli Architetti Trento

MM Ma come la mettiamo con la questione dello “styling”? La critica di matrice postrazionalista, quella della Hochschule für Gestaltung di Ulm per intendersi, vedeva nel cedimento alla pratica dello styling, il ciclico make-up sulla superficie dei prodotti (ora così in voga), nientedimeno che il mercimonio con il diavolo. Nelle pagine di Tomás Maldonado o Gui Bonsiepe questa accusa è centrale. Nel 1975 Bonsiepe (nella sua Teoria e pratica del disegno industriale) definiva lo styling come “gesto di sottomissione servile” e “manutengolo del capitale” il designer che si fosse piegato a “questa manovra di truffa in grande stile”. Parole molto dure ma ancora condivisibili, direi. Abbiamo dunque bisogno di nuovo carburante ideologico per sostenere le aperture sociali del design del XXI secolo o ci basta la nostra buona volontà? 

CL ▪ Ogni tanto le polemiche sono utili a fare scaturire qualcosa di nuovo. Sarebbe interessante aprire discussioni sulla base dei riferimenti che hai appena citato! Gli anni Sessanta-Settanta in questo erano molto avanti. Mi piace però pensare che oggi il design, nella sua accezione più social, si fa partendo dalla gente, dalle sue esigenze, collaborando con associazioni, gruppi, comunità o social street. In Olanda e nei paesi nordici il designer è già riconosciuto come facilitatore dei progetti per le comunità. Anche da noi ci sono speranze. È giusto parlare di “design sociale” perché si tratta di un design umanistico che rimette l’uomo al centro di tutto, i suoi desideri, le sue ambizioni, le sue paure, i suoi tabù, e perché li riconnette con la società in uno scambio binario. Già Enzo Mari nel 1969 progettava con un altro tipo di consapevolezza: “Ha presente come sono fatti i coperchi delle zuccheriere? Spesso sono collegati alla base da una piccola cerniera di ferro. Beh, io progettai Java senza quella cerniera, perché volevo evitare che un operaio che aveva trascorso la giornata a incastrare pezzetti di metallo, si trovasse di fronte a quegli stessi pezzetti anche a casa” (Vittorio Zincone, Intervista a Enzo Mari, “Sette”, aprile 2011).

MM ▪ Infatti. Alla fine, tuttavia, è quello che piace: non il sedile ergonomico per l’autista dello scuolabus, non le meraviglie di Mari, ma il tocco calcolato -e scelgo apposta un termine orrendo- dello “stiloso”. E pazienza se l’ergonomia va su per il camino. O no? 

CL ▪ Gli azzardi stilistici servono ad aprire nuovi scenari, a sperimentare cose nuove ma poi il vero design deve intervenire con progetti reali, di uguale fascino narrativo ma in grado di risolvere anche problemi pratici.

MM ▪ Ma non è che così si prospetta una via del design politicamente corretta eppure priva di fascino? Qualcosa che insomma potrebbe andare bene in Corea del Nord ma, per carità, qui da noi proprio no? Non che Kim Jong-un sia un esempio di political correctness, ma questo è un altro discorso.

CL ▪ Ma no! La sperimentazione è alla base del progetto! Anche dove sembra che il business non abbia interesse! Si prova, si rischia e poi le nuove strade verranno anche seguite dal profitto (non sempre purtroppo).

MM Se diamo comunque per acquisito che oggi il design debba per forza di cose trattare di temi quali accessibilità, socialità, servizi, riciclaggio e tutto quello che si vuole, non sarebbe meglio farlo “a prescindere”, come in effetti facevano quelli del Bauhaus, ovvero con queste cose in testa ma con le mani e l’occhio sull’oggetto? 

CL ▪ Oggi molti progetti partono già tenendo presente i valori di cui parli e così dovrebbe essere. Non un’etichetta ma un dato di partenza, un fondo di radicato “buon senso”. Senza dichiarazioni a effetto (che spesso restano tali). Tanti giovani, fortunatamente, hanno nel loro dna coscienza e rispetto per ambiente e società. Gli adulti non sempre se ne accorgono ma è così. I miei studenti, per esempio, non hanno l’auto per girare a Milano ma usano servizi di car sharing o di bike sharing. L’oggetto di proprietà, per loro, non è più al centro, non fa più status symbol.

MMTi pongo un’ultima questione. Secondo me la specializzazione è rischiosa e, da un punto di vista creativo, arida. Vero è che se sono in una capsula spaziale non sto tanto a valutare la sua bellezza ma al fatto che non esploda perché è concepita male e mi riporti a casa. Che ne pensi?

CL ▪ Sempre di più si lavora in gruppo, ogni designer porta le sue specializzazioni sia tecniche che concettuali, non credo esista molto il progetto del singolo come nostalgicamente siamo abituati a immaginare. L’idea del creativo alla Giuseppe Terragni che lavora solitario sul tavolo da disegno tutta la notte con il gatto su una spalla ormai è un’immagine solo cinematografica. L’ingegnere, il designer e l’informatico oggi lavorano fianco a fianco, sullo stesso tavolo, magari nello stesso spazio condiviso, il coworking. Questo è il design oggi, direi. E il tema dell’accessibilità ne è parte integrante e attiva.

CLAUDIO LARCHER: È nato a Milano, dove si è laureato in architettura al Politecnico. Nel suo lavoro combina attività didattica e libero professionismo (anche come Modoloco Design Workshop, studio fondato nel 2002). Ha una lunga esperienza d’insegnamento (Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, Politecnico di Milano, Scuola Politecnica di Design, Scuola Italiana Design, oltre a corsi internazionali). Dal 2016 è direttore del Bachelor di Design di Naba di Milano. Ha progettato per: Gianfranco Ferrè, Danese, Muranodue, Coni Lombardia, Segno, Sphaus, Mister Wood, International View, Rossociliegia, Ai Lati Lights, Talleruno, Manufacturas Celda, Rf-yamakawa and Dinos. Ha inoltre curato e partecipato a diverse esposizioni e mostre in Italia, Giappone, Spagna, Francia, Inghilterra e Svezia. È autore dei libri Globetrotting designers (ed. Compositori) e Design, scuola e solidarietà (ed. Fausto Lupetti).