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Dal Friuli Venezia Giulia: la 9a Rassegna Biennale-premio Marcello D'Olivo

L'associazione culturale degli architetti del Friuli Venezia Giulia “Arte e Architettura” ha organizzato quest'anno la sua 9a Rassegna Biennale-premio Marcello D'Olivo che ha visto esposti a Udine circa novanta progetti realizzati, fra i quali una giuria internazionale ha scelto fra i 10 progetti menzionati un primo premio (architetti Giacomo Ceschia e Federico Mentil - Unità residenziale al servizio dell'albergo diffuso a Timau).

Pratic – Uffici e stabilimento produttivo

Pratic – Uffici e stabilimento produttivo,
Fagagna (Udine),
 GEZA - Gri e Zucchi Architettura

La rassegna, anche per le modalità di selezione dei progetti esposti (a Udine ma poi negli altri capoluoghi della regione e nelle vicine Slovenia ed Carinzia) manifesta quantomeno un duplice motivo di interesse: da un lato costituendo uno stimolo al dibattito sull'architettura contemporanea di qualità (molte sono state le iniziative collaterali in tale senso, seguite da un pubblico inaspettatamente numeroso) dall'altro costituisce una rassegna sufficientemente vasta da poter indicare e diventare oggetto di riflessione su alcuni caratteri generali della produzione, del ruolo del progetto di architettura, delle sue contraddizioni e difficoltà. Qui sembra utile accennare a queste ultime questioni fidando anche della capacità “autoespostiva” delle opere migliori.
A riguardo, la qualità “media complessiva” delle architetture sembra essersi innalzata e le ragioni sono, come sempre, molteplici: probabilmente l'affacciarsi nel lavoro di nuove generazioni che provengono da università più orientate alla concretezza del progetto costruito, a saperi direttamente operativi (a scapito, è necessario dirlo,della riflessione teorica, storica e critica) e di progettisti “figurativamente aggiornati” via web.
Il mutamento della domanda è l'altro fattore determinate: una generica “modernità” veicolata dal design e dall'informazione di massa ha contagiato anche le imprese immobiliari friulane, particolarmente refrattarie alla innovazione figurativa. Astrazione e pulizia formale non costituiscono più (in realtà da un bel po') manifestazioni di radicale eroismo progettale.

Progetto di riqualificazione degli Uffici Calligaris S.p.a.

Progetto di riqualificazione degli Uffici Calligaris S.p.a.,
Manzano (Udine), Arch. Enrico Franzolini

Certo che sulla natura di tali trasformazioni “stilistiche“ è necessario essere sospettosi, trattandosi spesso di un vero e proprio esperanto che tutto copre ed unifica, sempre riproducibile.
Sostanziali indicatori sono invece le tipologie degli interventi: pochi interventi di edilizia abitativa plurifamigliare (6), non molti edifici pubblici (16 e non di grandi dimensioni ) di fronte a ben 26 case unifamigliari. La dimensione fisica dei manufatti ne fa strumenti insufficienti per una qualche incidenza nel ridisegno o correzione del paesaggio come di parti di città.
La qualità architettonica sembra altresì rifugiarsi spesso in interventi di piccola dimensione dove il rapporto fra progettista e futuri utilizzatori è necessario, fiduciario e tradizionale.
Tutto ciò entro il declino di ogni progettazione urbanistica e territoriale, la sua concreta eclissi, come testimonia lo sparire della parola stessa dal dibattito politico, ritenuta sinonimo di pastoia burocratica, ostacolo alla santificata “semplificazione”.
Ma anche uno sguardo superficiale percepisce, se confrontato con il panorama nazionale, un territorio regionale fra i più belli e spesso ancora leggibile nella sua struttura costitutiva.
Quello che vorremmo indicare ai nostri colleghi è innanzitutto quindi la necessità di uno spostamento (di impegno civile, prima che professionale) “di scala”. Trasferire una parte della titanica energia necessaria per produrre piccole opere significative ad una altra, maggiore, scala, diventare “architetti condotti” nelle piccole realtà ove si opera, consigliare i decisori politici e economici, farsi portatori di interrogativi e di esempi, credere che non si sia di fronte a fenomeni inevitabili.
Dovremo pretendere dalla comunicazione di massa, (i quotidiani e gli altri media, anche senza pretendere di emulare i paesi normali), almeno una qualche pur minima attenzione per il paesaggio già costruito e quelle in costruzione , possibilmente non solo nella forma della chiacchiera ecologista o “ecofurba”.
Nell'ordine: come cittadini, intellettuali e architetti.
Se non noi, chi lo deve fare?