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Concorso è comunicazione

Impegnati e coinvolti dalle pressioni della quotidianità tendiamo talvolta a dimenticare il senso profondo del nostro lavoro e, con questo, il valore di ciò che facciamo per la società, la città, il territorio che ci circonda.

L'arte pare che sia nata quando una madre di 200.000 anni fa ha lallato alla sua creatura, comunicando al suo bambino in un lingua che solo loro due potevano capire. Ad altri questo comportamento poteva (può anche oggi) sembrare sciocco o ridicolo, ma di fatto la persona che siamo è iniziata così e questo potrebbe farci vedere noi stessi e la vita con occhi diversi.
Il telaio, che per gli antichi Greci, e poi per i Romani, era uno degli strumenti inventati da Atena, dea della guerra, ma anche della saggezza, della logica e del dialogo che tesse relazioni costruttive, che da senso al confronto e che lo riordina (trama ed ordito), che mette fine alla confusione a vantaggio di tutti.
Atena proteggeva anche le arti utili, tra cui era annoverata l'Architettura. L'arte è nata per questo: raccogliere le idee dentro di noi, dare loro forma, comunicarle agli altri, per costruire qualcosa di utile e speciale per la comunità. Partire dalla nostra unicità, comunicandola a parole, o con simboli e disegni, per giungere al bene pubblico. L'arte e l'architettura sono nate anche per celebrare un rito collettivo, assumendo quindi un’accezione sacra. L'atto di scavare il terreno avveniva di fatto incidendolo con strumenti in metallo, utili alla guerra, che però in quell'occasione venivano utilizzati non per distruggere, ma per costruire. L'atto stesso dell'incidere il terreno evoca una violenza: nel costruire gli edifici e gli spazi pubblici e privati gli antichi hanno agito con senso di responsabilità, di rispetto, con passione e tecnica per chiedere perdono di quel taglio e rendere omaggio al divino. L'architettura era quindi un altare dove celebrare il rito; di fatto ciò avveniva ad ogni posa della prima pietra, avendo cura di coinvolgere le etnie diverse presenti nel luogo in cui si innalzava l'edificio. Celebrare collettivamente, attraverso la bellezza, un omaggio al divino.
Il Medioevo, ben lungi dall'essere un periodo buio, ha ereditato dall'Impero Romano l'opera di architettura come la somma dell'apporto delle migliori competenze.
Non esisteva ancora un progettista, ma un programma dei lavori si, e anche appalti e subappalti. Nella costruzione delle cattedrali l'abate stesso dava forma allo spazio attraverso una conoscenza approfondita del rito, mentre gli artigiani, divisi in corporazioni, erano impegnati nei vari compiti del cantiere e potevano avere una libertà espressiva tale da rappresentare su un edificio sacro persino scene di leggende, miti antichi o contemporanei.
Nel Rinascimento Filippo Brunelleschi ha partecipato al primo concorso di cui si abbia notizia, perdendolo contro Lorenzo Ghiberti, tra l'altro allora sconosciuto.
Si trattava della porta nord, in bronzo, per il Battistero della Cattedrale di Firenze: era l'anno 1401. La committenza era la corporazione dei Mercanti, i giudici erano ben trentaquattro, tra cui un banchiere.
È incredibile al giorno d'oggi, pensare che in un anno difficile come il 1401, caratterizzato da guerre e da una pestilenza appena conclusa, si procedesse ad indire un concorso e per di più per una porta. Eppure, il Battistero era l'edificio più amato della città (appunto) e dunque ne valeva la pena. Filippo Brunelleschi si rifece alcuni anni dopo (direi che ne è valsa la pena rimettersi in gioco) vincendo il concorso a due fasi per la cupola di S. Maria del Fiore, indetto dall'Opera del Duomo, un'istituzione laica formata da amministratori, artisti e operai (notare, tutti assieme). Il Brunelleschi è il nostro capostipite, un progettista che disegnava e dirigeva il lavoro di altri, proprio come un regista, che conosceva la storia e che aveva anche doti da comunicatore, vista la sua capacità di farsi ascoltare e di convincere.
E così, tra commissioni di mecenati e regnanti e, qualche volta, alcuni concorsi i modi di costruire proseguirono con poche variazioni fino all’Ottocento. Il cosiddetto progresso industriale portò alla realizzazione degli oggetti in serie, costituiti da una somma di parti. Sulla produzione artigianale, unica e significativa nata da mani sapienti si cerca di imporre l'industria che voleva una produzione a poco prezzo, ma, e ne era consapevole, questo comportava che fosse anche di bassa qualità.
La prima visione ha in parte contaminato la seconda, attraverso la nascita del design industriale che dava qualità e bellezza all'oggetto d'uso, adattandosi alla particolarità dell'azienda (stampi, macchinari), ai materiali usati e che superava la produzione “in stile” della prima industria, creando una nuovo linguaggio, adatto ai tempi e alla società. Anche in questo gli architetti si sono messi in gioco: molte menti intelligenti e innovative, saranno (e sono) messe a disegnare poltrone e caraffe.
In questo la figura femminile ha saputo ritagliare un suo spazio non sempre del tutto riconosciuto: Charlotte Perriand, Eileen Gray, Lilly Reich sono nomi che troppo poco di frequente risaltano nei libri di storia rispetto ai ben più noti Le Corbusier e Mies van der Rohe che hanno affiancato.

Concorso è comunicazione

Oggi per tanta parte della società, la parola Architettura ha perso la connotazione di comunicazione, di sacro, di bellezza, di valore collettivo, di utilità poetica divenendo il risultato prestazionale di un processo burocratico. Peraltro non sempre c'è la verifica dei risultati, quindi questo approccio, al lato pratico, lascia ampi margini di mediocrità. Gli edifici sono considerati, da tanta parte del mondo delle professioni tecniche, come anche della politica e delle amministrazioni, alla stregua di scatole in cui gli esseri viventi scambiano ossigeno e anidride carbonica con l'ambiente che li circonda.
Invece le persone sono uniche, speciali, sacre e andrebbero ascoltate, accolte, valorizzate, amate. Una scuola come scatola, nata da un processo burocraticamente o prestazionalmente ineccepibile?
Gli studenti di una scuola si stanno formando, non sono solo recipienti di nozioni, ma individui, aventi una mente e un cuore, vanno formati per far crescere in loro il senso critico, affinché migliorino il mondo. Non c'è nulla di più importante. Siamo sicuri che quelle prestazioni, che tanto ci impegnano e ci preoccupano, rispondano a questo requisito?
Oppure le case dove abitiamo, oppure gli spazi dove lavoriamo. O ancora il concetto del riuso in architettura. Il terreno di cui disponiamo va intaccato il meno possibile, gli edifici ed i materiali che li compongono vanno riusati, anche così si realizza il sacro nella nostra epoca.
L’excursus storico proposto ha messo in evidenza il valore che il nostro lavoro ha assunto nel tempo: riappropriarcene è fondamentale per riuscire a condividerlo con gli altri e a metterci in gioco.
Il concorso nato nel Rinascimento per trovare il miglior progetto tra alcuni o tanti, oggi ha senso più che mai, perché è uno dei modi per valorizzare la qualità del progetto. Noi architetti comunichiamo con i disegni, a volte con i grafici e gli schemi, a parole e sempre più anche con i media o i social. Ma principalmente disegnando e specialmente a mano, almeno nelle prime fasi del progetto, nelle delicate (e sacre) fasi della creazione, quando dalla mente e dal cuore si passa al foglio, tramite la mano che è il mezzo più efficace.
Il concorso è uno strumento che ci interroga perché rimette in discussione la nostra professionalità e la nostra identità rispetto a chi ci interpella: ha senso solo se visto in un'ottica di comunicazione, dall'inizio alla fine del processo.
Ogni fase del processo è caratterizzata da momenti in cui si parla e si ascolta, si esprimono dei bisogni singoli o collettivi, da parte degli utenti principalmente, di chi gestirà il bene o lo spazio urbano, e degli enti coinvolti. Ogni fase, per cogliere le esigenze espresse dagli stakeholders va seguita e gestita da esperti in vari campi, che sappiano cogliere aspetti funzionali, ma anche estetici o emotivi. Saranno essenziali specialisti in processi partecipati, ma anche psicologi, antropologi, artisti, ecc. Noi architetti, per quanto ci riguarda, occorre che impariamo a comunicare al meglio i nostri progetti.
La regola dovrebbe essere: faccio qualcosa di bello e di buono e poi lo comunico agli altri. Ad esempio, dopo un concorso ci vuole necessariamente la mostra.
Ma il concorso è essenziale anche per comprendere, esprimere e apprezzare le nostre diversità. Ogni architetto è diverso e si approccia al lavoro in modo diverso. Concorrere significa dar forma ed esplicitare la convinzione, i caratteri, il valore etico di questa diversità che compone l’articolato mosaico dell’architettura.
All'estero ci apprezzano non solo per l'architettura passata, ma anche per quella moderna e contemporanea.
Di più: dicono di noi che abbiamo anche tanto coraggio a lavorare nel nostro paese, che all'estero viene più facile costruire, che se venissero da noi, non riuscirebbero a farlo. Ma ce ne vergogniamo o facciamo finta di non esserne consapevoli. Bisogna cominciare a comunicare davvero, iniziare a tirare fuori un po' di questo coraggio: dobbiamo valorizzare le nostre qualità e comunicarle.
No, non siamo tutti uguali, ma sta qui la ricchezza di una comunità, specchio del suo tempo. È una narrazione anche questa.

ELISA BURNAZZI:
Architetto, è fondatrice con Davide Feltrin dello studio Burnazzi Feltrin Architetti, Trento. Dal 2014 è consigliera dell'OAPPC di Trento e referente della Commissione Concorsi. Dal 2018 è referente regionale presso il CNAPPC delle Linee Guida per la Qualità dell’Architettura. Nel 2016 è stata l’unica italiana finalista del premio internazionale Women in Architecture Awards e dallo stesso anno fa parte della giuria del premio internazionale American Architecture Prize, di cui è Head of Jury dal 2018.