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Commenti pre - e post - congressuali dei delegati trentini

Rispetto ai precedenti, il Congresso nazionale del 2018 ha visto l’introduzione della figura dei delegati, membri degli Ordini provinciali chiamati a partecipare tanto alle attività pre-congressuali che al Congresso vero e proprio anche attraverso contributi personali legati a temi di cui sentivano esigenza di approfondimento e con la partecipazione a riunioni e incontri.
Per l’Ordine di Trento, insieme ai consiglieri, hanno preso parte alla delegazione Umberto Botti, Stefano Brigadoi, Giuseppe Cavaleri, Nicola Chiavarelli, Carlotta Cocco, Michele Condini, Danilo Dalla Brida, Ivo Fadanelli, Nicola Francesco Franzini, Davide Fusari, Claudio Gardelli, Giorgia Gentilini, Lorenzo Oss Pegorar, Carlo Piccoli, Marco Piccolroaz, Mattia Riccadonna, Mauro Santuari, Alessia Tomasi, Andrea Tomasi, Maurizio Tomazzoni e Rocco Zanoni. Oltre a loro ha preso parte alla fase pre-congressuale anche Filippo Nardelli.
Sia al fine di dare un riscontro agli iscritti sia per cercare di ricostruire un bilancio dell’esperienza, alcuni tra i delegati propongono di seguito una serie di brevi riflessioni svolte a partire da uno specifico tema di loro interesse mettendone a fuoco gli aspetti di novità, di potenzialità o di carenza rispetto al Congresso e, quindi, rispetto alle attività future da intraprendere.

Commenti pre - e post - congressuali dei delegati trentini

Un approccio nuovo per l’Ottavo Congresso Nazionale
Ho partecipato a questo VIII Congresso di Roma con molto interesse conscio del momento delicato in cui vive la nostra professione e convinto che -dopo aver partecipato a quelli di Firenze, Bari e Palermo- vi sarebbe stato -vista la novità dei delegati- un dibattito aperto sui temi che il nostro Presidente Cappochin ha elencato nella sua lunga ed esauriente relazione di apertura. Relazione alla quale do il mio plauso per la passione, la voglia di cambiamento e di nuova linfa al governo delle città, aprendo così una nuova stagione che richiede grande capacità di visione strategica di pianificazione, di progettazione di risposte concrete, di investimenti strutturali e non straordinari elargiti a pioggia.
All’organizzazione e alla programmazione dell’evento -nonostante la partecipazione straordinaria- è corrisposta però la quasi totale assenza della politica quasi per farci capire che l’architetto non è ancora entrato negli interessi di chi governa.
Peccato perché la presenza politica sarebbe stata di fondamentale importanza anche a confronto con i precedenti Congressi che avevano avuto una folta presenza attenta e partecipativa.
Ma un Congresso è anche un momento di discussione dove i protagonisti devono essere gli Ordini territoriali: bene, quindi, i percorsi preparatori al Congresso caratterizzati da una serie di incontri in tutto il paese. È mancata, però, la comunicazione fra gli Ordini che sono stati relegati nella mattinata finale ove è mancato il tempo per il dibattito vero e proprio.
Dunque un bel Congresso, interessante e ben strutturato con ospiti prestigiosi ma che alla fine si è concluso in una lunga ed estenuante dichiarazione di intenti -forse troppi- con la speranza che sia la politica sia il grande impegno del Consiglio nazionale e mi auguro degli Ordini territoriali possano almeno in parte portare un risultato positivo per la nostra professione.
Ivo Fadanelli

La responsabilità sociale degli architetti e l’assenza della politica
Il Congresso ci ha mostrato come la società civile si aspetti che siamo noi architetti a farci carico delle emergenze del Paese. L’obsolescenza del patrimonio edilizio, la sua inadeguatezza a rispondere alle necessità energetiche e di sicurezza dell’oggi, la sua incapacità di interpretare il modo in cui vive la contemporaneità sono fardelli che pesano esclusivamente sulle nostre spalle. Così come la pianificazione minore, che non ha rispettato il territorio e la città storica, e la crisi del mondo delle costruzioni, che non dà segnali di ripresa. La verità è che, in questa battaglia, gli architetti sono però soli. Il sindaco Raggi era assente, il Governo ha delegato il solo Ministro dei Beni Culturali a far atto di - pur elegante -presenza. Raffaele Cantone, in una ferrea difesa del Codice dei Contratti, ha di fatto affondato ogni velleità da parte degli architetti di progettare opere pubbliche di qualità. Risulta perlomeno difficile comprendere come una categoria in oggettiva difficoltà, economica, prima di tutto, ma non solo, possa da sola accollarsi il peso di risollevare un Paese in crisi senza che la Politica e la Società intraprendano un dialogo fattivo -ma soprattutto concreto- con i soggetti sui quali nutrono così pesanti aspettative.
Alessia Tomasi​

Il valore del nostro lavoro come premessa indispensabile
Nelle mie aspettative il Congresso era un’occasione per parlare di noi architetti nell’ottica di come valorizzare il nostro lavoro - anche facendo autocritica - e come organizzare una difficile ma assolutamente necessaria azione di rilancio della figura dell’architetto. Parlando di qualità, cultura, legalità, legge per l’architettura il Congresso ha proposto obiettivi di alto livello e in larga parte condivisibili, che però sembrano alquanto difficili da raggiungere senza aver prima affrontato il problema di come dare (o tornare a dare) valore al nostro lavoro, cosa che passa attraverso problemi spesso molto concreti come equo compenso, tariffe, accesso e regolamentazione della professione, difesa e tutela delle nostre competenze. È solo percorrendo entrambe le vie, quella più alta e futuribile proposto dal Congresso, e quella più materiale e concreta che purtroppo è mancata, che possiamo trovare la strada per far progredire gli architetti e promuovere l’Architettura.
Mattia Riccadonna​

La qualità dell’architettura alla prova della burocrazia
Ero e sono prevenuto sull’incisività di un congresso nazionale incentrato sull’urbanistica dei territori e la rigenerazione delle città. Mi è stato detto che è ora di ripensare la “città consolidata” per una riedificazione di qualità dove la “bella” architettura deve avere il posto che merita, addirittura, come proposto, per legge. Ma come giungere a un tal risultato, in un Paese dove i progetti, se non si arenano nelle sabbie mobili delle Commissioni edilizie o lungo gli irti sentieri delle autorizzazioni intermedie, vengono bloccati dalla marea di ricorsi dei comitati di quartiere, associazioni ambientaliste o per la difesa di ogni forma di “passato”, di cui le Cancellerie dei nostri Tribunali sono piene? La nostra tanta edilizia e poca architettura sono ormai il parto di un rispetto normativo cieco dove la fattibilità di un progetto è tale solo non trovando traccia di diniego nelle pieghe della legge. Come vorrei che amministratori, legislatori, giuristi che si occupano di urbanistica, componenti di Commissioni edilizie, paesaggistiche, ecc. fossero tenuti due o tre volte l’anno ad un viaggio-studio per capire il modus operandi di altri Paesi o regioni d’Europa per poi sperimentare intelligentemente nella riqualificazione
urbanistica e architettonica delle nostre città. Come vorrei, infine, vedere una Legge quadro per noi progettisti che azzerasse la palude di decreti dove sprofondiamo ogni giorno! A gran voce, una volta di più, lasciateci fare gli architetti!
Stefano Brigadoi​

La centralità e la necessaria revisione della figura dell’architetto
Il Congresso ha posto l’attenzione sull’importanza di far riemergere la centralità della figura dell’architetto attraverso le sue caratteristiche peculiari cioè la sua capacità di visione e la sua creatività come valori positivi che forniscono un’immagine rinnovata all’operatività fine a se stessa. Far viaggiare il pensiero oltre il confine del quotidiano diventa una competenza necessaria per approdare, attraverso l’innovazione, a nuovi paradigmi fondamentali per costruire le città del futuro.
Ma se vogliamo concretizzare un processo di revisione della figura stessa dell’architetto dobbiamo partire da un processo metodologico condivisibile finalizzato a questa revisione. E questo è un input mancato nel congresso. Pur essendo stati molti gli spunti, vanno poste le basi per un processo sistemico in grado di valorizzare ma anche coniugare i diversi pensieri e culture, le molteplici peculiarità territoriali emerse negli interventi che hanno chiuso l’evento.
Carlotta Cocco

Dare valore alla qualità dei progetti pubblici​
Il valore della progettazione oggi è svilito da normative e pratiche burocratiche rivolte a considerare la qualità ed i processi partecipativi come superflui oltre che costose sovrastrutture. La figura dell’architetto coordinatore di saperi e competenze diverse quali quella sociale, storica, tecnica, paesaggistica, non è riconosciuta.
Nelle pubbliche amministrazioni il progettista è pagato esclusivamente con parcelle legate alla quantità di lavori da eseguire, ovvero in percentuale al puro costo di realizzazione. I dirigenti delle pubbliche amministrazioni sono chiamati a giudicare la qualità progettuale ma soprattutto si trovano a dover “giustificare” la necessità di una spesa che ricerchi la qualità di una trasformazione. Tale relazione è poi spesso valutata dalla Corte dei Conti e non dall’opinione pubblica, che in fatto di “bellezza” non ha alcuna competenza, lasciando poco margine alle Amministrazioni.
Ad oggi, a parte rare eccezioni, gli affidamenti degli incarichi sono pertanto su base concorsuale al massimo ribasso e con un computo metrico già stabilito. Il Congresso ha richiamato fortemente la necessità di uscire da questa logica e di percorrere la strada del concorso-progetto, considerato oggi il più efficace (se non l’unico) strumento di comparazione della qualità. In attesa di addivenire ad una definizione più snella e trasparente con una iniziativa legislativa.
Maurizio Tomazzoni

E ora... concorsi!!
Il Congresso Nazionale è stato molto chiaro, portare le occasioni di progetto ad una sana “sfida tra architetti” crea un’elevazione della qualità architettonica, apre alle nuove generazione e, se ben organizzato, porta a risultati concreti e ad un giusto riconoscimento dell’impegno dei concorrenti. Quest’ultimo punto in particolare deve essere condiviso con la pubblica amministrazione che ancora appare incerta nell’affidarsi alla figura del coordinatore di concorso come consulente per una corretta gestione dello strumento e dei suoi risultati.
Nelle giornate di Roma è emerso un pensiero largamente condiviso sulla differenziazione e scelta di due tipologie più interessanti tra le varie riconosciute dalla legge. Il più diffuso concorso di idee è una pratica non corretta per una progettazione architettonica, ma risulta ottimo per estrapolare nuove forme nel design o idee schematiche che non comportino un’eccessiva mole di lavoro, anche perché per definizione l’idea non è un progetto.
Il ricorso al concorso di progettazione è stato apprezzato per una valorizzazione più concreta del nostro lavoro. In questo caso, tra la varie modalità, si è convenuto d’esprimere la richiesta di operare con il concorso a due gradi, dove una prima consegna minima e veloce stimola una grande partecipazione ed un giusto lavoro per i progettisti. La legge consentirebbe anche di affidare tutte le successive fasi di progettazione al vincitore avente i requisiti professionali, con un risparmio di tempo a confronto delle procedure classiche; le amministrazioni ora non hanno più scusanti...
Rocco Zanoni

Suscitare domanda di architettura come mission
Non avendo mai preso parte ad un così affollato evento “di categoria”, la prima impressione che il Congresso mi ha trasmesso è stata quella di far parte di una Comunità. Una Comunità necessariamente di diversi che in quei giorni ha avuto la possibilità di attivare scambi tra sensibilità e opinioni differenti nonché di “mettere a sistema” modi di essere architetto complementari. Una Comunità a cui il Congresso ha ricordato una responsabilità e una necessità ovvero quella di suscitare anche in chi architetto non è domanda di architettura, sensibilizzando alle qualità, alle peculiarità, alle singolarità e alle potenzialità della nostra cultura professionale. Facendo così capire - superato quello che potremmo chiamare “effetto Fuffas” - il reale contributo che possiamo dare al “futuro prossimo” del nostro paese e della nostra società, dando concretezza a termini come qualità e cultura che durante le tre giornate romane sono stati spesso ripetuti.
Davide Fusari​

Per una cultura aggiornata degli strumenti del progetto ​
Novità normative, di controllo del progetto, di integrazione tra specialità, di attenzione a efficienza e sostenibilità rendono evidente l’importanza di mettere a punto e di diffondere la cultura dell’utilizzo di nuovi strumenti che possano affrontare le esigenze insorgenti. In quest’ottica il BIM, inteso come struttura al cui interno strumenti, metodi e tecnologie vengono applicati e messi a sistema, si prefigura come uno di quei saperi verso cui la nostra professione dovrà aprirsi. Il passaggio al nuovo processo e il mutamento del modo di comunicare, dalla rappresentazione per simboli alla virtualizzazione pre-visualizzata del risultato, richiedono tuttavia una profonda conoscenza tecnica e tecnologica, unita ad una capacità di controllo della qualità architettonica dell’esito, che a sua volta diverranno criterio di professionalità e selezione. Sarà fondamentale, allora, sviluppare percorsi formativi di alta qualità che abbiano però l’attenzione a sviluppare quella cultura e quelle competenze necessarie al lavoro in gruppo volte tanto alla gestione dei processi quanto alla loro riconduzione entro la globalità del risultato cui si mira.
Giuseppe Cavaleri​

Non c’è smart-city senza architetti (della conoscenza) 
L’approccio progettuale peculiare dell’architetto, che integra la creatività ed intuizione con conoscenze tecniche, storiche, ambientali, legali, sociali... è il solo in grado di trasformare in valore, concretamente percepito dalla collettività e il territorio, il nuovo oro nero dell’economia globale: i dati generati da app, robot e sensori. Tale visione multidisciplinare inizia ad essere ora internazionalmente riconosciuta come preziosa anche da coloro, come le Aziende ICT, che da anni presidiano il contesto/mercato della smart-city, scontrandosi con i limiti dell’approccio tecnico-informatico. Eppure ancora oggi, se disegnassimo la nuvola dei concetti connessi alla smart-city. La sua visione multidisciplinare potrà, invece, essere costantemente a supporto della posa delle reti, dell’identificazione dei nodi prioritari da connettere o dei flussi-dati da integrare (siano essi relativi a smart building o di supporto alla pianificazione territoriale partecipata), facendo così evolvere la
progettazione tradizionale verso una contaminazione con la Data Science, in un ruolo esclusivo e ricco di opportunità: l’Architetto della Conoscenza.
Filippo Nardelli​

Formare alla civitas e alla bellezza
L’architetto come mentore della qualità...Questa opzione, soffocata da anni di concorrenza e burocrazia, dobbiamo farla tornare a galla, parlando di più e meglio e prima del nostro mestiere. Fare formazione per crediti a lungo termine, altro che il triennio di rito!
Parlare di Architettura con i bambini, disegnare le case con i ragazzi, sognare spazi nuovi con gli adolescenti... insomma seminare la necessità di Architettura come lingua ed ingrediente base di una migliore Società.
Senza rincarare la dose riflessiva su “chi siamo e dove andiamo” fermiamoci su il senso di essere Architetti. La nostra differenza da altre strade sta nella capacità di ricercare e amalgamare forma e bellezza. Semplice. Questo è il motivo per cui non sono diventato un ortopedico o un missionario. Ma dobbiamo iniziare a spiegarlo con chiarezza e consapevolezza, con l’orgoglio e l’entusiasmo di sapere di cosa parliamo, seminando questo desiderio a tutti perché un domani il bambino di oggi sarà un buon Committente o un buon Professionista.
Pensiamo assieme un nuovo modo di fare formazione, che ci riporti tra i banchi di scuola con l’energia del mazziere con le matite colorate, che sappia mescolare allegria e leggerezza, seminando il desiderio di fare da grande l’architetto.
Nicola Chiavarelli

Congresso Architetti Roma 5-6-7 luglio

Congresso Architetti Roma 5-6-7 luglio
Carlo Piccoli

Congresso Architetti Roma 5-6-7 luglio

Congresso Architetti Roma 5-6-7 luglio
Carlo Piccoli

Dopo il Congresso, quali impegni per gli Ordini professionali?
Discutere del Congresso e dei suoi esiti costituisce, per l’Ordine, occasione di fare un punto sul suo ruolo nella società professionale di cui è rappresentante e nella società civile in cui è inserito.
E di come (e se) il Congresso abbia suggerito alcuni ambiti su cui concentrare maggiori attenzioni ed energie in futuro.
Insistendo sulla valorizzazione dei concetti di qualità e di cultura dell’architettura, il Congresso ci ha chiesto di implementare il nostro impegno nella diffusione della nostra figura professionale, dei suoi saperi e dei suoi strumenti affinchè esse diventino patrimonio comune e diano luogo alla domanda di architetture di elevata qualità da ottenersi anche tramite concorsi.
La novità della Legge per l’Architettura, poi, ci richiama ad essere interlocutori “laici” della politica. Un ruolo questo che noi, operanti in una Provincia Autonoma, già conosciamo ma che dobbiamo implementare soprattutto nella direzione di una costante ricerca di globalità della visione, di coerenza tra leggi e obiettivi, di sinergia tra le norme preposte ai vari gradi della progettazione in modo da ottenere leggi efficaci e portatrici di risultati concreti.
D’altra parte, la richiesta di adeguamento al quadro europeo e di un miglioramento della nostra offerta professionale chiederà agli Ordini un impegno attivo nel valorizzare figure professionali di nuova generazione; nel diffondere modalità di co-progettazione che integrino livelli, discipline e ambiti differenti; nel sensibilizzare a forme associative integrate che soddisfino anche i requisiti posti da bandi e procedure complesse.
Susanna Serafini

Dopo il Congresso, quali impegni per gli Ordini professionali?
Dopo il Congresso, quali impegni per gli Ordini professionali?
Dopo il Congresso, quali impegni per gli Ordini professionali?

Congresso Architetti Roma 5-6-7 luglio
Carlo Piccoli