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Argomentazione e responsabilità.

Giuseppe Samonà e il Piano Urbanistico del Trentino1.

Quando, nel 1962, viene incaricato della redazione del Piano del Trentino, Giuseppe Samonà ha appena terminato gli studi per il Piano comprensoriale del Polesine (Samonà et al. 1961). In precedenza, nel 1953, aveva coordinato un gruppo di lavoro nell’ambito degli studi per il Piano Territoriale di Coordinamento della Regione Veneta (Samonà 1956a) di cui verrà incaricato nel 1967 (Samonà 1968a). In seguito lavorerà dal 1965 al 1971 al Piano urbanistico comprensoriale del Vajont (Samonà 1964, Samonà et al. 1965). Queste sono le uniche esperienze di pianificazione di area vasta dell’autore siciliano. Tranne quelle del Trentino e del Vajont, le altre non ebbero seguito (Infussi 1992).
Cercherò di riconoscere come il Piano del Trentino abbia intersecato gli interessi di Giuseppe Samonà e come in questa occasione egli abbia potuto sviluppare alcuni aspetti del suo pensiero urbanistico che ha avuto spesso caratteri divergenti dalla main stream italiana.
Mi muoverò a partire dall’esperienza trentina, selezionandone alcune caratteristiche, e, a partire da queste, cercherò di cogliere delle relazioni con altre riflessioni di Samonà, osservando gli anni precedenti e quelli successivi. Per ragioni di spazio, darò per scontata la conoscenza del Piano da parte del lettore, richiamando solo alcune sue peculiarità in modo funzionale al mio discorso.
Come si vedrà, mi sembra di poter riconoscere un percorso di grande coerenza nel pensiero di Samonà: pur evolvendosi, esso lavora attorno ad una concentrazione tematica molto densa che ha avuto nel Piano del Trentino un primo deposito formale e un innesco per successive elaborazioni, alle quali qui potrò solo fare cenno.

Argomentazione e responsabilità. Giuseppe Samonà e il Piano Urbanistico del Trentino.

Una rappresentazione per l’immaginario collettivo

L’interpretazione consueta e diffusa del Piano Urbanistico del Trentino del 1967 vede in esso un programma di modernizzazione destinato ad innovare la struttura insediativa del territorio, concentrandosi sul sistema di opportunità che possono essere offerte allo sviluppo economico da parte degli aspetti fisici e insediativi, delle logiche localizzative delle attività, della dotazione di infrastrutture, nel quadro della definizione di un sistema di valorizzazione del paesaggio.
Pur entro questo obiettivo, mi sembra di poter dire che, innanzi tutto, il Piano ha inteso mutare l’immaginario collettivo che la popolazione condivide al riguardo del territorio che abita. Con immaginario collettivo intendo riferirmi alle rappresentazioni che una comunità insediata costruisce circa la propria identità e il proprio futuro. Si tratta di un ambito nel quale si compongono e accumulano rappresentazioni condivise anche tacitamente: spezzoni della memoria comune, convinzioni, pregiudizi, ma anche attese e speranze. L’immaginario pertanto contribuisce a costruire problematizzazioni comuni della situazione attuale, così come è il deposito di immagini del futuro.
Il Piano nei suoi elaborati scritti e disegnati fornisce rappresentazioni che di fatto mutano il posto che il territorio occupa nella definizione dell’identità collettiva, le attese che lo riguardano e che accomunano fra loro gli individui, gli orizzonti di miglioramento dello spazio fisico e dell’organizzazione dello spazio abitabile che essi condividono, le strade da percorrere per raggiungere obiettivi collettivi. Come dirò più avanti, il Piano fa tutto ciò privilegiando una forma argomentativa del discorso e mettendo in secondo piano quella prescrittiva.
Per agire sull’immaginario occorrono “visioni” e su questo terreno il Piano introduce nuove categorie interpretative e progettuali che producono nuove immagini del territorio, delle sue trasformazioni, dell’abitare, del lavoro: unità insediative, comprensori, campagna urbanizzata - che non va confusa con la “città diffusa” che sarà riconosciuta e studiata negli anni Novanta (Indovina 1990).
Il Piano parla ai suoi abitanti di un territorio più facile da abitare, dove i servizi sono maggiormente diffusi (anche nella campagna) e dove le opportunità di lavoro non sono limitate all’agricoltura. Si tratta di un territorio attraversato e abitato da popolazioni diverse che lo frequentano per una pluralità di ragioni, non solo quelle legate al risiedere, ma anche al lavoro (agricolo e industriale) e al turismo. Un territorio il cui senso sarà colto dagli abitanti guardando oltre il nucleo entro il quale risiedono, entro campi territoriali più estesi, diventando cittadini di una città plurale, costituita da parti edificate e da spazi aperti, entro una dimensione intermedia cha darà finalmente un respiro più ampio alla vita delle valli, collocandole entro una nuova dimensione.
Ad esempio, nel linguaggio inaugurato dal Piano le «unità insediative» sono raggruppamenti di piccoli centri abitati, entro uno specifico paesaggio, con una struttura già stabilizzata o riconoscibile e «dotati di una pianificabilità interna». Esse sono definite attraverso l’applicazione della categoria di «omogeneità» laddove i fatti territoriali, multidimensionalmente intesi, assumono lo stesso aspetto, hanno lo stesso andamento evolutivo, provocano gli stessi effetti «in rapporto a determinate finalità urbanistiche» (Provincia Autonoma di Trento 1968:115).
Il concetto di unità insediativa è parte dell’attrezzatura impiegata per la costruzione di una rappresentazione del territorio esistente, ma è diretta a declinare gli orientamenti di trasformazione del piano, in relazione alle caratteristiche dell’assetto morfologico e insediativo del territorio. Nel loro insieme esse costituiscono quindi anche la struttura territoriale che il Piano propone.
Si tratta di “guardare da vicino” mentre si “guarda da lontano”. Pianificare l’area vasta per Samonà non significa aumentare la distanza tra l’osservatore, il territorio e i fatti urbani. Non comporta la costruzione di discorsi aggregati nei quali le differenze scompaiono. Si tratta, invece, di tenere viva una attenzione alle differenze locali e contemporaneamente avere un quadro d’assieme che le possa comprendere senza ridurle.

 

Una visione pragmatica

Usando le parole di Leonardo Benevolo, si è parlato spesso di «Utopia tecnicamente fondata» riferendosi a questo Piano. L’utopia (se bene intesa) consiste nell’esplorazione di ciò che è possibile e dei suoi limiti, a volte ipotizzando uno spostamento di questi ultimi. Praticare l’utopia consiste in un «esercizio estremo dell’immaginazione», come amava dire Bernardo Secchi (Secchi 2000), non consiste in una mossa evasiva che facilmente ci porta a definire un futuro auspicabile senza confrontarci con gli ostacoli da superare, è invece l’esercizio di uno sguardo che anticipa le conseguenze di alcune congetture sul futuro. Consiste in un lavoro impegnativo che va svolto con responsabilità.
In questo caso si potrebbe parlare di “Pragmatismo visionario”: un esercizio dell’immaginazione, temperato e orientato dal pragmatismo, e quindi dalla responsabilità derivante da un'approfondita conoscenza delle risorse, delle opportunità, delle criticità e delle resistenze alla trasformazione riscontrabili nei contesti esplorati, così come nelle aspirazioni, nei desideri e nelle attese della popolazione.
Si introduce una dimensione aggiuntiva che qualifica l'utopia con l’«etica della responsabilità» (Jonas 2002), portandoci a valutare le conseguenze delle nostre azioni e dell'attività di progettazione (e di immaginazione) entro differenti livelli di realtà.
Da un lato il pragmatismo visionario consente di evitare facili fughe utopiche, recuperando, però, dell’utopia la dimensione immaginativa, esplorativa e anticipatrice. Dall’altro, esso consente di non ridurre la contingenza, lo stato presente, all’occasione per la piatta raccolta di domande e di attese precostituite circa il futuro, da acquisire supinamente. Con esso si considera lo stato di cose presente come un terreno fertile dal quale, e grazie al quale, il progetto possa concretamente evolversi, innestandovi le conseguenze di una dimensione visionaria praticata con responsabilità.
Ciò implica l’ipotesi che esso sia “innestato” sulle risorse e sulle problematicità del contesto e non sia, invece, una proposta ad esso estranea e sovrimposta. Per questo motivo, il processo di selezione degli elementi territoriali esistenti e di loro valorizzazione consiste in una serie di operazioni specifiche e uniche che tendono a definire il campo delle possibilità capaci di legittimare (localmente) lo scenario, ma anche di alimentarlo.
A me sembra che l’operazione che è stata eseguita con il Piano del Trentino del 1967 sia di questo genere, nei paragrafi seguenti cercherò di dire in che modo.

 

Tradizione e innovazione

Per Samonà le trasformazioni e anche i cambiamenti strutturali devono essere collocati sullo sfondo dei tradizionali modi di vita e delle consuetudini delle popolazioni insediate, il compito dell’urbanistica consiste in un lavoro di mediazione tra le istanze della modernizzazione e quelle della tradizione. Potremmo anche dire che la modernizzazione si innesta sulla tradizione che ne costituisce il supporto duraturo e il campo entro il quale si selezionano i futuri possibili.
Per usare le parole di Samonà, già nel 1953: «In questo significativo rapporto di convivenza, l'urbanistica ha il compito di riconoscere le vie d'equilibrio fra tradizione e progresso, fra stabilità intesa come somma di esperienze storiche e moto verso nuove forme di vita» (Samonà 1953:244) e analogamente nel 1956: «i principi regolatori del piano dovrebbero essere determinati entro le caratteristiche del processo storico, anche se la logica delle possibilità su di essi fondate debba esprimersi senza contrastare la logica delle situazioni di fatto» (Samonà 1956b:252).
Nel caso del Piano del trentino si è trattato di un lavoro sulle risorse esistenti che ha inteso dare un senso nuovo a ciò che è destinato a permanere: al sistema insediativo delle valli, agli spazi aperti agricoli e alle importanti risorse naturali.
Il compito principale dell’urbanistica, secondo Samonà, deve pertanto essere quello di mantenere i caratteri stabili degli elementi costitutivi del territorio e le relazioni esistenti fra essi nel momento di passaggio tra lo «stato di configurazione attuale al possibile stato di configurazione futuro» come scriverà a poca distanza dalla chiusura dell’esperienza trentina, con una chiarezza che forse è mancata nella relazione del Piano (Samonà 1969: 299).

 

Disponibilità ai mutamenti e motivazioni urbanistiche

Nel 1969, quando aveva già maturato l’esperienza del Trentino, del Vajont e del Veneto, Samonà introduce la categoria di «disponibilità formale ai mutamenti», con la quale egli propone una relazione tra le possibilità di concreto intervento in un luogo e lo stato di cose preesistente. La «disponibilità formale ai mutamenti ... presenta il grande vantaggio di far convergere sulla configurazione fisica il rapporto fra ipotesi di intervento e territorio», Mi sembra che questo sia un concetto vicino a quello di «pianificabilità» (Provincia Autonoma di Trento 1968:113) che è stato usato nel Piano del Trentino per definire le unità insediative che quindi sono delle entità progettuali a tutti gli effetti pur basandosi sul riconoscimento dei fatti territoriali esistenti.
Nella stessa occasione, con il concetto di «motivazione urbanistica», Samonà intende invece indicare il punto di vista dal quale si muove lo sguardo dell'urbanista quando osserva l'oggetto del proprio intervento. Infatti nell'urbanistica, dice Samonà, «ogni analisi del territorio muove dal criterio generale che gli elementi vi sono definibili come entità propositive caratterizzate dai possibili mutamenti del loro stato presente verso un modo di essere potenziale del futuro» (Samonà 1969: 299).
Questa è una interpretazione che ha conseguenze importanti. Samonà non crede ad uno sguardo analitico trasparente ed oggettivo. Lo sguardo dell’urbanista è sempre orientato da uno scopo che seleziona nel mondo ciò che è rilevante. Le descrizioni che l’urbanista costruisce sono sempre tendenziose e contengono implicitamente un’idea progettuale.
Le «motivazioni urbanistiche» si dispongono su due piani: il primo è riferito ad un livello «teorico», facente parte dei principi e delle «finalità globali» della disciplina, del suo livello istituzionalizzato con i suoi obiettivi generalizzabili; il secondo è «operativo», riferito alla specifica situazione e dipendente dalle condizioni locali di vincolo o di potenzialità. L'intersezione tra le «motivazioni urbanistiche» e la specifica disponibilità del luogo alle modificazioni fa in modo, secondo l'autore siciliano, che il processo di piano non alteri «l'intima coerenza delle cose territoriali» (Samonà 1969: 299).
Alla luce di queste riflessioni il riconoscimento delle unità insediative e la definizione dei comprensori acquistano un senso logico e tecnico profondo. Sono l’esito di un atto responsabile (perché pragmatico e tecnicamente motivato) che definisce contemporaneamente il campo della vita quotidiana e anche fonda le parti costitutive del Piano entro una immagine che emerge dal territorio, indicando anche le modalità di possibile implementazione delle stesse decisioni del Piano, attraverso il disegno dei Comprensori.
Questi orientamenti di lavoro hanno conseguenze sul ruolo e il significato che si attribuisce al Piano. Il suo compito consiste nel diventare parte integrante della vita della popolazione: «oltre la pianificazione, o meglio oltre l'esperienza della pianificazione, si prolunga una pratica di vita in cui la pianificazione si dissolve» (Samonà 1962: XXVII ).
L’idea di Piano che prende forma nel pensiero di Samonà già a partire dagli anni Cinquanta è concettualizzata in termini di grande flessibilità e semplicità formale: «una regolamentazione di carattere critico», basata sull'attenta osservazione della situazione fisica e sociale, che orienti l'azione di due tipi di soggetti principali e delle loro relative azioni: quella dello Stato e degli enti pubblici responsabili della costruzione di alcuni «capisaldi edilizi direttori del piano» e l'azione più «limitata e lenta dei singoli», basata su interventi fra loro «autonomi e autolimitantesi» secondo l'equilibrio che spontaneamente si crea in ogni situazione (Samonà 1954: 236).

 

Prescrizione e argomentazione

Le zone omogenee previste dal Piano (Provincia Autonoma di Trento 1968: 65) non coprono l’intero territorio provinciale, riguardano invece alcune principali e significative attività. I perimetri vanno precisati in sede attuativa e ciò può avere effetti retroattivi nei confronti delle determinazioni del Piano. Le norme di attuazione consistono in soli venti articoli. Sono previsti differenti gradi di prescrittività, pochi vincoli, prescrizioni e criteri orientativi, discipline transitorie. La disciplina è vincolante solo per l’industria, gli aeroporti e i parchi naturali, per il resto si rimanda alla pianificazione comprensoriale alla quale sono decentrate tutte le altre decisioni locali, orientate da quelle definite dal Piano.
Anche questo è un altro elemento innovativo e controtendenza. Dopo pochi anni, e per tutti gli anni Settanta, gli urbanisti si lasceranno affascinare dalla riduzione del linguaggio normativo, lo spazio fisico sarà ridotto esclusivamente a indici e a parametri, le norme diventeranno sempre più complesse e farraginose, burocratizzando l’urbanistica. Lo sguardo dell’urbanista si illuderà di pervenire alla totale trasparenza della comunicazione intersoggettiva, impiegando a profusione un linguaggio (verbale e grafico) codificato, rinunciando a sperimentare le potenzialità comunicative di una esplicita dimensione interpretativa.
Nel Piano del Trentino del 1967 si trovano orientamenti normativi e una forma del discorso di natura del tutto diversi. L’argomentazione prende il sopravvento sulla dimensione prescrittiva. Come è noto, l’argomentazione è una pratica sociale e intersoggettiva: in un contesto vago e incerto il discorso argomentativo vuole avere effetti di persuasione sull’interlocutore ed è un discorso specifico e unico, legato al contesto entro il quale viene prodotto. Il suo terreno è il verosimile e il probabile, non intende dimostrare, ma convincere (Perelman, Olbrechts-Tyteca 1966: 15-66), il suo oggetto è una «verità da sottoporsi a continua revisione, mercè la tecnica dell’addurre ragioni pro o contro» (Bobbio 1966: XIX). Solo ammettendo questa connotazione del documento di Piano acquista senso l’idea, promossa dalla relazione, che la sua normativa “coincida” con la relazione stessa. Non si può comprendere questo Piano se non si riconosce questa sua caratteristica, tentando invece di ritrovare in esso il consueto rapporto tra estensori e destinatari segnato dalla riduzione del linguaggio normativo.
È un tema consolidato nella riflessione di Samonà che ha sempre propugnato un’idea non impositiva della norma, pensando alla sua applicazione come l’esito di un convincimento che apre ad una consuetudine, entrando a far parte della cultura locale e nell’esperienza individuale.
Mentre le regole si applicano, ai principi si aderisce direbbe Gustavo Zagrebelsky (1992) e l’adesione ad un principio comporta un convincimento, o perlomeno una persuasione (Perelman, Olbrechts-Tyteca 1966: 28). Ecco perché il Piano del Trentino prima ancora di essere un dispositivo prescrittivo è innanzi tutto un grande apparato argomentativo, destinato a motivare e a giustificare scelte strategiche con i suoi elaborati scritti e disegnati, destinato a costruire tematizzazioni che si invitano a condividere.
Nella relazione il Piano si definisce «elastico» (Provincia Autonoma di Trento 1968: 62) di fronte all’incertezza e all’imprevedibilità del futuro, di fronte alle domande che gli potranno formulare gli attori e le contingenze economiche. Un «piano procedura» che «integra un disegno di larga massima circa l’utilizzo del territorio con un insieme di meccanismi che permettono di regolare l’emergere dei fenomeni non prevedibili» (Provincia Autonoma di Trento 1968: 63). Un Piano quindi che intende ridurre la sua dimensione deterministica per affrontare il tempo e l’incertezza ad esso legata fornendo una base di principi, criteri e logiche insediative, utili ad orientare l’azione.

 

Una implementazione dialogica

Samonà, sottolineando il ruolo delle unità insediative, le riconosce come la tangibile struttura secondo cui viene organizzato in «grandi parametri architettonici» il territorio del Trentino. Esse costituiscono un «telaio architettonico» per lo «sviluppo dei piani a scala minore» che «dovranno interpretare queste grandi maglie indicative per svolgere liberamente una loro attività di intervento» nella quale si realizzerà «il libero impegno creativo e autonomo delle varie comunità» (Samonà 1968b: 24).
Il Piano suggerisce supporti che possono essere impiegati in modo diverso, sui quali si possono intessere disegni differenti, configurazioni fisiche non necessariamente identiche: il Piano consente delle «scelte alternative» (Provincia Autonoma di Trento 1968: 62) che emergono dalla interpretazione e dalla libertà di scelta.
Se il presupposto è l’adesione a principi che orientano, ma non obbligano, e, pur selezionando fra i possibili, lasciano aperte strade diverse, la conseguenza è l’assunzione di una responsabilità durante i successivi momenti di progettazione da parte delle amministrazioni locali che, durante la progettazione comprensoriale, potranno avviare contrattazioni e specifiche mediazioni nei confronti delle scelte del Piano. Si tratta di una complessa concezione dialogica dell’implementazione: non lineare e non deterministica, che lega i differenti momenti di progettazione fra loro mediante un rapporto di natura circolare e interattiva, che implica la moltiplicazione di ulteriori transazioni, che può avere conseguenze sui precedenti momenti di progettazione, mettendo in discussione alcune delle decisioni del Piano, a seguito di adeguata motivazione (Provincia Autonoma di Trento 1968: 68).
Mi sembra di poter dire che oggi sappiamo che questo tipo di implementazione aperta al futuro e disponibile ad accogliere l’imprevisto apre ad alcune necessità: una grande capacità di gestione, al fine di perpetuare l’orientamento strategico del Piano; una grande autorevolezza e competenza del soggetto pubblico; una profusione di esplorazioni progettuali per accumulare criteri di valutazione da utilizzare nella discussione di progetti alternativi; una disponibilità da parte di tutti gli attori, nei successivi momenti di progettazione, a partecipare ad un processo che mette in discussione anche radicale il loro progetto e, infine, anche una grande preparazione progettuale del personale tecnico delle amministrazioni locali.
Da qui si potrebbe forse partire per una riflessione circa il modo più corretto per valutare il successo del Piano del 1967 che, forse un po’ troppo sbrigativamente, è stato a volte indicato come la causa di tutto ciò che di criticabile è avvenuto negli anni successivi, ma questa è un’altra storia e forse l’oggetto di un altro seminario.

 

Un patto sociale

Concludendo: il Piano del Trentino del 1967 consiste in una visione di lungo periodo espressa entro una forma argomentativa del discorso che prevale su quella prescrittiva e che fa leva sul convincimento del destinatario più che sulla forza obbligatoria del Piano, che predilige forme di prescrittività che implicano il dialogo costante tra differenti livelli di progettazione e di governo, tra il soggetto pubblico, cittadini ed attori. Tutto ciò fa in modo che nella relazione il Piano non solo venga definito «dinamico» ma sia anche paragonato a «uno strumento permanete di democrazia» (Provincia Autonoma di Trento 1968: 69).
Per questi motivi mi sembra sia corretto pensare alla approvazione del Piano del Trentino del 1967 come ad un “patto”. Si tratta di una «Magna Charta» afferma Samonà nella presentazione (Samonà 1968b: 24), cioè la costruzione di un quadro di sfondo condiviso, un “patto costituzionale” sul quale si possano intessere le «libertà individuali» le quali, a loro volta, sono destinate ad arricchirlo attraverso la loro interpretazione e azione, costruendo «il grande Documento della città» (Samonà 1983: 19), è un tema che ritroviamo più volte nella riflessione di Samonà, a mio parere in Trentino, così come a Cadoneghe e a Palermo.
È un peccato che la forma testuale della “Carta” (Secchi 1998: 392) non sia stata impiegata esplicitamente, almeno in una parte della relazione. Ciò avrebbe potuto rendere più chiara l’impostazione e soprattutto il ruolo che il Piano intendeva ricoprire. Un ruolo che appare innovativo e denso di suggestioni. Soprattutto oggi che abbiamo capito di avere bisogno di progetti autorevoli ma non unidirezionali, progetti che aprano a più futuri possibili, progetti capaci di orientare più che di determinare.

1. Sintesi della relazione presentata al convegno: La pianificazione come strumento per lo sviluppo del Trentino. Dialogo sul ruolo del sapere tecnico nella costruzione del territorio, organizzato dalla Provincia autonoma di Trento, Castello del Buonconsiglio, Sala delle Marangonerie, Trento, novembre 2017.

Riferimenti bibliografici dei testi citati

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Indovina, F. (1990), (a cura di) La città diffusa, DAEST-IUAV, Venezia.

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Jonas, H. (2002), Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino.

Perelman, C., Olbrechts-Tyteca, L., (1966), Trattato dell'argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino.

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Argomentazione e responsabilità. Giuseppe Samonà e il Piano Urbanistico del Trentino.
Argomentazione e responsabilità. Giuseppe Samonà e il Piano Urbanistico del Trentino.
FRANCESCO INFUSSI:
Professore di Progettazione urbanistica
Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Politecnico di Milano