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Architettura, tempo, eternità

La “casa Galina” di Giovanni Leo Salvotti a Calceranica al Lago (TN).

Per chi è cresciuto nei dintorni del lago di Caldonazzo, casa Galina è sempre stata una splendida rovina e un luogo di avventure pomeridiane: il suo piano sospeso, le sue pareti curve inusuali, alimentavano fantasie e miti sulla genesi di quella strana zattera arenatasi a pochi metri dal lago.

Architettura, tempo, eternità

La piccola casa di abitazione, come recita il “Nulla osta” del Comune di Calceranica al Lago datato 8 febbraio 1963, negli intenti del progettista doveva raffigurare un cavallo nell’atto di chinarsi verso la mangiatoia. Per la gente del luogo però, abituata a tetti a falde e pareti regolari, quella bizzarria più che un equino rappresentava decisamente una galina. Una sorte simile toccò ad un’altra piccola abitazione che l’architetto Vittorio Giorgini progettò negli stessi anni (1962) nel golfo di Baratti: casa Saldarini infatti, a causa delle sue linee curve, per i piombinesi divenne subito casa Balena. Oltre che dal nome popolare derivato dalla zoologia, i due edifici sono accumunati dall’utilizzo di una tecnica sperimentale per la realizzazione delle strutture: per ottenere le forme volute venne utilizzata una rete metallica zincata elettrosaldata, rivestita poi con cemento a presa lenta per renderla autoportante. A differenza di casa Balena, che ancor oggi guarda i merletti delle torri di Populonia, casa Galina è stata ormai fagocitata dalla vegetazione. Rimangono intatti la regolare orditura metallica del grande vassoio ed i 4 pilastri in cemento armato che la sorreggono, mentre della colorata composizione scultorea che costituiva l’abitazione rimangono pochi elementi ormai in forte stato di degrado.

Fotografia di Raffaele Cetto
Fotografia di Raffaele Cetto
Fotografia di Raffaele Cetto

-a destra- Casa Saldarini, arch. Vittorio Giorgini, Golfo di Baratti (LI) [Fotografia di Raffaele Cetto]

La piccola casa di abitazione, come recita il “Nulla osta” del Comune di Calceranica al Lago datato 8 febbraio 1963, negli intenti del progettista doveva raffigurare un cavallo nell’atto di chinarsi verso la mangiatoia. Per la gente del luogo però, abituata a tetti a falde e pareti regolari, quella bizzarria più che un equino rappresentava decisamente una galina. Una sorte simile toccò ad un’altra piccola abitazione che l’architetto Vittorio Giorgini progettò negli stessi anni (1962) nel golfo di Baratti: casa Saldarini infatti, a causa delle sue linee curve, per i piombinesi divenne subito casa Balena. Oltre che dal nome popolare derivato dalla zoologia, i due edifici sono accumunati dall’utilizzo di una tecnica sperimentale per la realizzazione delle strutture: per ottenere le forme volute venne utilizzata una rete metallica zincata elettrosaldata, rivestita poi con cemento a presa lenta per renderla autoportante. A differenza di casa Balena, che ancor oggi guarda i merletti delle torri di Populonia, casa Galina è stata ormai fagocitata dalla vegetazione. Rimangono intatti la regolare orditura metallica del grande vassoio ed i 4 pilastri in cemento armato che la sorreggono, mentre della colorata composizione scultorea che costituiva l’abitazione rimangono pochi elementi ormai in forte stato di degrado.

Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]
Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]
Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]
Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]
Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]
Casa Galina [Fotografie di Luca Chistè]

Casa Galina
Fotografie di Luca Chistè

La sua situazione di opera in rovina è stata presa dall’Ordine degli Architetti PPC di Trento come pretesto per organizzare l’evento “Architettura, tempo, eternità: la casa Galina di Giovanni Leo Salvotti a Calceranica al Lago” svoltosi il 28 ottobre 2016. Accompagnati dalle fotografie di Luca Chistè, dalle immagini d’archivio raccolte da Daniela Gremes e da alcuni fotogrammi del docufilm prodotto da Wasabi, sul palco della sala Alcide Degasperi sono saliti due ospiti d’eccezione: il progettista dell’opera, Gian Leo Salvotti, decano degli architetti trentini, figura di riferimento per più di una generazione di progettisti, e un teorico dell’architettura, Renato Rizzi, professore di Teoria e tecnica della progettazione architettonica presso l’Università IUAV di Venezia, autore di opere premiate in tutto il mondo. I due architetti-filosofi, stimolati nel dibattito da Alessandro Franceschini, hanno dialogato sul tema dell’architettura e della sua funzione rispetto allo scorrere del tempo, partendo da quel «gioco offerto alla natura e non alla società» che è casa Galina. Chi si aspettava un Salvotti dispiaciuto a affranto per lo stato di abbandono della sua opera si è dovuto ricredere: per l’autore infatti, le rovine della sua opera non sono altro che l’esempio concreto che «natura ed artificio devono essere, non solo concretamente compatibili, ma altresì immersi in quell’eros che da sempre genera la bellezza». Ecco quindi che l’architettura contemporanea può diventare una rovina dall’estetica veramente sublime, che non ha nulla da invidiare alle rovine storiche dell’antichità. Il discorso si è poi spostato su un tema che ha acceso gli animi di entrambi i relatori: la dittatura della tecnica sulla società contemporanea. Per Salvotti, quando tecnica e scienza si pongono alla guida della progettazione, tendono a svuotare l’atto creativo di ogni significato metafisico e l’architettura diventa «preda dell’anomia della tecnica, della sua dittatura funzionalistica, della sua tendenza alla mostruosità». Per Rizzi, una delle strade che noi possiamo e dobbiamo percorrere per liberarci dalla ‘tecnocrazia contemporanea’ è quella di comprendere che noi «siamo delle individualità tese verso la singolarità e non verso l’autoreferenzialità, che il nostro ambito culturale non può essere ambiguo ma deve avere come orizzonte almeno tutto il sapere occidentale». Tendere verso la singolarità vuol dire «comprendere che ciascuno di noi è un universo, ognuno di noi ha un’interiorità grande quanto l’universo e nessuno dovrebbe barattare questa potenza con il sapere tecnico-scientifico». Oggi la cultura tecnica mira a toglierci qualsiasi responsabilità, mentre «il problema delle forme appartiene e attraversa solo la nostra singolarità che attraverso l’esperienza si espande verso quella dimensione -nostra da sempre- che è la dimensione degli universali». Per Rizzi quindi, i saperi tecnici non possono dire nulla sulle questioni estetiche, e «l’estetico è il livello primo e ultimo di tutte le cose, la vera etica è nell’estetico». In questo tempo del disincanto -il tempo della tecnica- dovremmo inoltre riappropriarci dell’incanto attraverso il pudore, cioè αἰδώς, che è il modo con cui noi dovremmo tornare a guardare il mondo, affinché il mondo goda nel vedere le opere che produciamo per lui. Noi dovremmo «contemplare il mondo affinché il mondo sia soddisfatto rispetto alle opere che noi facciamo per lui, perché il mondo attende le nostre opere, perché anche noi siamo degli universi». Siamo degli universi che devono avere «consapevolezza di questa dimensione, e trasformare questo tempo della prepotenza tecnico-scientifica nel tempo della grazia, che è la cosa più difficile da raggiungere». Oggigiorno la tecnica e la scienza ci hanno condotto in uno stato di perenne anestesia, siamo i dormienti, poiché «ormai è il soggetto della tecnica che pensa per noi, perché noi siamo già i suoi schiavi».

Ecco quindi che l’incontro, più che un dibattito sulla caducità dell’architettura contemporanea, si è trasformato in un invito al risveglio dell’essere architetto, ad un accorato incitamento a non ridursi ad essere bravi tecnici ma ad impegnarsi a far emergere non la nostra individualità ma la nostra singolarità, ad amplificarla verso l’universo, perché -come c’insegna Todorov- sarà la bellezza a salvare il mondo, non la tecnica.