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Architetti e Restauratori di Beni Culturali assieme nella ricerca dell’identità e della salvaguardia del patrimonio storico-artistico Trentino

Nell’anno europeo del patrimonio culturale, il 2018, si pone l’attenzione sugli attori coinvolti nelle azioni di salvaguardia e valorizzazione dei beni storici, artistici, paesaggistici che rappresentano un valore collettivo.

Architetti e Restauratori di Beni Culturali assieme nella ricerca dell’identità e della salvaguardia del patrimonio storico-artistico Trentino

La Costituzione Italiana all’articolo 9 sancisce che "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione".
Anche l’Europa nella Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società (CETS n.199 - Faro 2005), all’articolo 1 nella Parte I ribadisce come: "Le parti della presente Convenzione convengono nel (...) b. riconoscere una responsabilità individuale e collettiva nei confronti dell’eredità culturale" e all’articolo 11 Parte III si concorda come "Nella gestione dell’eredità culturale le parti si impegnano a (...) sviluppare un quadro giuridico, finanziario e professionale che permetta l’azione congiunta di autorità pubbliche, esperti, proprietari, investitori, imprese, organizzazioni non governative e società civile".
Il patrimonio culturale, definito come eredità, è affidato dunque alla responsabilità di tutti, individualmente e come collettività. È necessaria un’azione congiunta che va però sviluppata con norme, finanziamenti e capacità professionali. Si parla di esperti nell’operare poiché la leggerezza o la mancata conoscenza possono creare danni irreversibili o la cancellazione di elementi di tale eredità, non più riproducibile nella sua autenticità.

È entrato in vigore l’11 novembre 2017 il Regolamento concernente gli appalti pubblici riguardanti i beni tutelati ai sensi del D. Lgs. 22 gennaio 2004, n.42 (D. M. del 22 agosto 2017 n.154), uscito in attuazione all’art. 146, comma 4 del Codice dei contratti pubblici, D. Lgs. 18 aprile 2016 n.50.
Tale regolamento intende dare definizione dei necessari requisiti tecnici di qualificazione degli esecutori materiali (Titolo II Capo I) e dei direttori tecnici (Titolo II Capo II), precisare i livelli e contenuti della progettazione (Titolo III Capo I) e i soggetti titolati ad assumere incarichi per l’attività di progettazione e direzione lavori (Titolo III Capo II), disciplinare la vigilanza sull’esecuzione e collaudo (Titolo V) e i casi di interventi di somma urgenza (Titolo IV).
I confini delle diverse professionalità trovano spesso margini di sovrapposizione con specificità non riconosciute o allargate impropriamente, a scapito di una implicita alta soglia di attenzione; attenzione necessaria in interventi su un patrimonio svuotato di valore se compromesso. Le linee del Regolamento richiedono figure professionali qualificate. Si delineano aree di competenza per chi progetta ed opera.

Le categorie specifiche che interessano i lavori di restauro si trovano tra le Categorie Opere Generali OG2 e tra le Opere Specialistiche OS2-A OS2-B OS25, classificate secondo l’Allegato A del regolamento di esecuzione ed attuazione del D. Lgs. 12 aprile 2006 n.163, Codice dei contratti pubblici relativi ai lavori, servizi e forniture.

Se la specificità di intervento è riconosciuta per gli scavi archeologici (OS25), come per i beni culturali mobili di interesse archivistico e librario (OS2-B) e in via generale per i beni culturali mobili di interesse storico, artistico, archeologico ed etnoantropologico (OS2-A), l’interferenza con l’insieme monumentale ed architettonico delle superfici decorate di beni architettonici (OS2-A) e a volte degli stessi beni mobili, pone la necessità di un auspicabile coordinamento di figure professionali.
Lo stesso concetto di convergenza di diverse competenze si può applicare per le opere generali di restauro e manutenzione di beni immobili sottoposti a tutela (OG2).

La definizione delle opere OS2-A su superfici decorate di beni architettonici e su beni culturali mobili di interesse storico, artistico, archeologico ed etnoantropologico specifica: "Riguarda l’intervento diretto di restauro, l’esecuzione della manutenzione ordinaria e straordinaria di: superfici decorate di beni architettonici, manufatti lapidei, dipinti murali, dipinti su tela, dipinti su tavolato su altri supporti materici, stucchi, mosaici, intonaci dipinti e non dipinti, manufatti polimaterici, manufatti in legno policromi e non policromi, manufatti in osso, in avorio, in cera, manufatti ceramici e vitrei, manufatti in metallo e leghe, materiali e manufatti in fibre naturali e artificiali, manufatti in pelle e cuoio, strumenti musicali, strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici".

Le opere rientranti nella categoria OG2, ovvero restauro e manutenzione di beni immobili sottoposti a tutela, si definiscono: "Insieme coordinato di lavorazioni specialistiche necessarie a recuperare, conservare, consolidare, trasformare, ripristinare, ristrutturare, sottoporre a manutenzione gli immobili di interesse storico soggetti a tutela (...).
Riguarda altresì la realizzazione negli immobili di impianti elettromeccanici, elettrici, telefonici ed elettronici e finiture di qualsiasi tipo nonché di eventuali opere connesse, complementari e accessorie
".

Architetti e Restauratori di Beni Culturali assieme nella ricerca dell’identità e della salvaguardia del patrimonio storico-artistico Trentino

La normativa in evoluzione tende a ribadire la necessità di adeguata formazione ed esperienza professionale sia tra gli effettivi operatori che tra progettisti e direttori dei lavori.
L’introduzione dell'articolo 9-bis al Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42) in materia di professionisti abilitati ad eseguire interventi sui beni culturali riconosce delle specifiche idoneità: “...fatte salve le competenze degli operatori delle professioni già regolamentate, gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi, (...) sono affidati alla responsabilità e all'attuazione, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell'arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale”.

Il nuovo citato Regolamento (D.M. 22 agosto 2017 n.154) tratta, al Titolo III Capo II, art. 22, specificatamente di progettazione, direzione lavori e attività accessorie introducendo nuovi soggetti: “...in materia dell’affidamento di servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria per i lavori concernenti i beni culturali (...) nei casi in cui NON sia prevista l’iscrizione a un ordine o collegio professionale, le prestazioni relative alla progettazione di fattibilità, definitiva ed esecutiva possono essere espletate ANCHE da un soggetto con qualifica di restauratore dei beni culturali (...) ovvero, secondo la tipologia dei lavori, da altri professionisti di cui all’art. 9 bis del Codice dei Beni Culturali”.

Sia in un caso che nell’altro si precisa come restino fatte salve le competenze degli operatori delle professioni già regolamentate e come prestazioni che richiedano l’iscrizione ad un Ordine o Collegio rientrino nelle competenze di tali categorie.

In Italia, e soltanto in Italia, esiste una pluralità di figure professionali (a vario titolo abilitate, ma non tutte ugualmente abilitate) che non esiste in alcun altro paese, non solo d’Europa. Il titolo abilitante alla professione di ingegnere e architetto resta l’iscrizione al relativo Ordine a seguito di superamento dell’esame di Stato, a conclusione del percorso di studi.

Per ritrovare la radice delle competenze tecniche in campo del restauro bisogna risalire alla Legge 1395 del 24 giugno 1923, che istituisce le professioni di ingegnere e architetto, e al Regio Decreto del 23 ottobre 1925, n. 2537, che all’articolo 52 stabilisce: “...formano oggetto tanto della professione di ingegnere quanto di quella di architetto le opere di edilizia civile (...) Tuttavia le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico e il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla legge 20 giugno 1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”.
In presenza dunque di edifici con marcate caratteristiche artistiche e in tutti i casi in cui l’immobile sia riconosciuto di rilevanza storico artistica o monumentale perché oggetto di tutela, la competenza è assegnata, per norma fondante, alla professione di architetto. La parte tecnica può essere invece anche demandata agli ingegneri.

La disputa per l’interpretazione dei campi d’azione ha visto varie sentenze che comunque escludono i non laureati dalla possibilità di progettare o dirigere lavori su beni che richiedono specifiche e necessarie conoscenze.
Dalle variegate sentenze che cercano di tracciare la definizione delle competenze, si trova comunque una linea di coerenza nel riconoscere una maggiore preparazione accademica, connessa al campo di scelte culturali, conseguita dagli architetti, nell’ambito delle attività di restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico.
La soluzione alle temute invasioni di campo si può trovare in quello che ormai la società contemporanea richiede: l’interdisciplinarietà, l’operare insieme con specifiche specializzazioni. L’architetto ne può essere il regista, ricordando che nel restauro è necessario uno sguardo attento e competente, che anche gli interventi minimali possono danneggiare ed annullare le tracce della storia, e che la parte tecnica e impiantistica non può essere disgiunta dalla salvaguardia culturale.