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Alpi: paesaggi e architetture

Il paesaggio costituisce il tema centrale intorno al quale possono confrontarsi diverse competenze disciplinari situate al crocevia fra scienze naturali, scienze umane e sociali, saperi tecnici (architettura, ingegneria, agronomia). Lo spettro tematico è tanto ampio quanto decisivo per migliorare la qualità della vita dell’abitare e per uscire dai tecnicismi settoriali. Riflettere sul paesaggio rappresenta una sfida ed un’ottima occasione per ripensare criticamente presunte certezze ed avviare una salutare bonifica epistemologica delle rispettive conoscenze.

Alpi: paesaggi e architetture

La forte connotazione identitaria che il paesaggio riveste nel definire le modalità dell’abitare e del costruire -ce lo ricorda il filosofo Martin Heidegger nei suoi Saggi e Discorsi- ci espone al rischio di enfatizzare o idealizzare scenari del passato che, nel corso dei secoli, hanno generato speciali gusci protettivi e rassicuranti. Le metafore del “guscio” e della “pelle” rendono bene l’idea di una visione del paesaggio che, da un lato (effetto “guscio”), rifiuta la sperimentazione del nuovo riproponendo forme di coazione a ripetere mediante stili e pratiche di tipo emulativo inautentico. Dall’altro lato (effetto “pelle”), emerge il problema di una metabolizzazione del nuovo attraverso aperture e relazioni “porose” fra tradizione e innovazione. Se la questione del paesaggio viene contestualizzata nell’ambito alpino, la relazione dialettica fra passato e futuro assume connotazioni più forti che in altri contesti. Perché, allora, sulle Alpi tali domande assumono contorni più problematici che in città e pianura? La risposta è abbastanza semplice. Le Alpi sono un territorio dove l’incontro fra epoche storiche e stili di vita ha spesso generato scontri culturali. Fino alla costruzione dell’immaginario alpino da parte dei primi esploratori-turisti, provenienti dalle città svizzere e inglesi, l’architettura alpina rispondeva a canoni di funzionalità e l’uso dei materiali dipendeva dalla prossimità d’impiego dei materiali da costruzione. A partire dalla fine del Settecento interviene quella rivoluzione culturale nella percezione dello spazio alpino che la letteratura specializzata rubrica sotto la voce «invenzione delle Alpi». Tuttavia, dalla seconda metà dell’Ottocento, l’architettura alpina incomincia ad alimentare stereotipi e rappresentazioni “ideal-tipiche” ricorrendo a mimetismi inautentici generatori di kitsch, le cui tipologie si rifanno prevalentemente allo chalet svizzero o al finto tirolese. Antonio De Rossi, del Politecnico di Torino, ha affrontato magistralmente il tema delle rappresentazioni del mondo alpino e delle rispettive implicazioni paesaggistico-architettoniche in due recenti saggi accomunati dal titolo: La costruzione delle Alpi. Il primo saggio affronta il tema: Immaginari e scenari del pittoresco alpino (1773-1914), il secondo: Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017). De Rossi propone un excursus di straordinaria ricchezza documentaria che affonda le radici nella complessa letteratura sulle Alpi a partire dai contributi pionieristici elvetici. Interessante appare il parallelismo che viene suggerito dall’architetto torinese fra la dimensione naturale fisico-geologica e quella storico-artistica. In tal modo, si pone in risalto come, tra i primi esploratori-scienziati delle Alpi, esistesse una sorta di isomorfismo interpretativo fra ambito naturale e ambito culturale, fra selvaticità e domesticità. Le tematiche del pittoresco e del sublime vengono affrontate in tutte le loro articolazioni storico-filosofiche con precisi addentellati alla dimensione reale del territorio alpino. Le Alpi sono presentate come un vivace laboratorio di cultura scientifica, artistica, tecnica ed architettonica. Dalla fine del Settecento fino alle soglie della prima guerra mondiale, lo spazio alpino è attraversato dalle grandi trasformazioni della società occidentale. In poco più di cento anni si è passati dalla demonizzazione delle montagne, percepite in termini di “orrido”, all’avvento della rivoluzione industriale che ha radicalmente mutato il loro ruolo tradizionale di serbatoio delle attività agro-pastorali. Lo spazio del mistero e dell’ignoto è diventato conoscibile e divulgabile per mezzo di carte e topo-guide, le celebri Murray e Baedeker. Strade e ferrovie hanno inciso profondamente sulla pianificazione del territorio creando una nuova gerarchizzazione degli spazi. Turismo e sport hanno trasformato molte aree in terreni di gioco e le nuove architetture dei grandi alberghi hanno sostituito le vecchie locande e stazioni di posta. Ma anche l’opzione salutistica ha generato i paesaggi delle case di cura e dei sanatori. Le regioni occidentali delle Alpi-Savoia, Valle d’Aosta, Vallese, Oberland Bernese, avranno la primogenitura del turismo alpino e le prime grandi ibridazione paesistiche. Quanto al modernismo alpino, esso diventa lo specchio riflettente di quella “cultura della crisi” (pensiero debole) che ha investito l’Europa e l’Occidente fra le due guerre mondiali ed ha avuto un epilogo traumatico alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. La continua, incessante trasformazione del paesaggio è più che mai attuale e così pure l’identità “multipla” dei territori, la cui autenticità va salvaguardata attraverso il tempo nella consapevolezza della sua articolata morfologia grammaticale e sintattica. A questo proposito, sembra talvolta riecheggiare ancora nei dibattiti la vecchia contrapposizione fra la “teoria etnica dell’abitazione” di Jacob Hunziker -incentrata su di una presunta identità statica (“tipica”)- e quella funzionalista di Richard Weiss. Le Alpi, laboratorio transnazionale e multietnico, presentano paesaggi che di questa variabilità e “biodiversità” culturale sono espressione. Pur nel superamento del semplicistico dualismo fra “cultura della pietra”, attribuito alle Alpi latine, e “cultura del legno”, alle Alpi tedesche, resta il dato paesaggisticamente significativo della profonda differenza esistente fra i diversi settori delle Alpi. Vale la pena ricordare, in proposito, i gloriosi «Quaderni di cultura alpina» dell’editore Priuli&Verlucca che ci hanno aiutato a decifrare i molti paesaggi alpini compresi fra le Alpi Liguri e le Alpi Giulie, contrassegnati dalle svariate tipologie costruttive contadine (ma non solo) e ci hanno fatto comprendere la ricchezza delle forme abitative e la complessità delle cosiddette, impropriamente, “architetture spontanee”. Il legame inscindibile fra architettura e civilizzazione, fra tecnica costruttiva e cultura, rimanda all’omonimo titolo di un avvincente volume dell’ossolana Fondazione Monti. I temi della casa alpina e del paesaggio nelle Alpi centrali (Grigioni, Ticino, Vallese, insediamenti walser) vengono affrontati con il grande respiro culturale di Luigi Zanzi ed il rigore storiografico di Enrico Rizzi. Anche attraverso questi contributi storico-etnografici, ci rafforziamo nel convincimento dell’importante legame esistente fra il governo del territorio e la responsabilità etica nella “costruzione del paesaggio”.
Legame cui step dedica il suo costante impegno scientifico e culturale, educativo e didattico.

Alpi: paesaggi e architetture

Foto di Giuseppe Varchetta