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Alcuni appunti su Cocco, Cristofolini e Nardelli

Una bella serata di architettura, nel clima festoso che anticipa il Natale, dedicata al ricordo di tre progettisti da poco scomparsi.
Chi scrive era intervenuto per cercare di individuare un tratto comune, all’interno di traiettorie operative alquanto diversificate, nel lavoro dei tre architetti, ovvero Giulio Cristofolini, Fulvio Nardelli e Francesco Cocco.

Alcuni appunti su Cocco, Cristofolini e Nardelli

Un tentativo fatto attraverso poche immagini e con brevi spunti biografici, ma in qualche modo riuscito, dato il generale apprezzamento di chi era in sala -gli spazi della Trento romana ricavati sotto piazza Cesare Battisti- e la trattenuta commozione dei familiari presenti. Sì. È stata una bella serata perché è importante parlare di architettura, va fatto di continuo, allargando le occasioni di dibattito e confronto al di fuori del giro degli specialisti e addetti ai lavori. 
Parlare di architettura significa confrontarsi su problemi reali, su questioni che riguardano tutti, su aspetti estetici ed etici, sociali e culturali. Poi, a volte, significa anche calarsi con spirito critico e con visione retrospettiva a esaminare il lavoro di chi ora non c’è più, ma che rimane ancora vivo e presente per quello che ha lasciato nella sua vita progettuale.

L’architettura, per chi la pratica con impegno, con amore e passione, concede talvolta il diritto di accedere al lasciapassare per il futuro, che nei casi più eccelsi diviene un biglietto di sola andata per l’eternità. Accade di rado, intendiamoci, avere questo privilegio, che è un privilegio doppio poi, perché riguarda anche chi, oggi, può godere di Bramante o Palladio, di Le Corbusier, Peter Behrens o Gio Ponti come se loro fossero ancora con noi. A tutti gli effetti lo sono. 
Chi scrive tuttavia è convinto che la storia dell’architettura sia un complesso e affascinante intreccio in cui vanno a confluire esperienze, voci e traiettorie diverse: ontologicamente tutte, non solo le maggiori, in certa misura importanti. 
Già da bambini si dovrebbe essere spinti a cercare di leggere e interpretare l’architettura, questa magia che spinge senza sosta gli esseri umani a cercare di innalzare, dal suolo su cui siamo costretti, qualche cosa verso il cielo. 
Una piccola, sognante mostra di Andrea Branzi sul tema degli archetipi architettonici, vista durante la stesura di queste note alla galleria Antonia Jannone di Milano (22 maggio/22 giugno 2019), era proprio a questi aspetti misteriosi e sacrali che si rivolgeva.

Il lungo preambolo era necessario per riprendere quanto era stato detto durante l’incontro del 17 dicembre 2018. Si era trattato non di un’analisi in qualche misura qualitativa del lavoro di Cocco, Cristofolini e Nardelli, difficile e persino errato un confronto tra visioni, come detto in principio, non sovrapponibili: è stato solo un breve, frammentato e incompleto viaggio proustiano volto alla ricerca di alcune costanti poetiche, degli slanci e delle infatuazioni, dei motivi insomma profondi e sottostanti l’opera costruita dei tre architetti. Un approccio volutamente asimmetrico e inteso a registrare certi principi compositivi, i materiali impiegati, dettagli più o meno nascosti. 
Nei primi lavori di Cristofolini a Trento, solo a quelli ci si era riferiti, ecco dunque riverberarsi la reazione alle rigide stereometrie dell’International Style che coinvolse, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, i giovani architetti italiani di allora. 
La fascinosa riscoperta dell’Art Nouveau, nella rilettura intrapresa dal Neoliberty, si coglie nel condominio in viale Rovereto (1961) di Cristofolini, snello e modulato, nella bella e riuscita tensione tra lo strutturalismo del telaio e la tamponatura a mattoni forati. 
Chiara assonanza al protorazionalismo di Auguste Perret in rue Franklin a Parigi (1903). 
Di Cristofolini, oltre alla chiesa circolare nel quartiere della Clarina della quale l’architetto -lo disse molti anni fa a chi scrive- era fiero, si è proposto un altro significativo lavoro, Palazzo Zabini (tra le vie Barbacovi e Giovannelli). In questo caso è una sorta di raccolta eleganza a prevalere, a riprova del segno sicuro e controllato dell’autore. 
Fulvio Nardelli è stato un progettista colto, con una lunga attività nell’ambito degli allestimenti per l’arte. Poche immagini relative alla pulita scenografia per la mostra su Giovanni Segantini al Mart, quando il museo era ancora al palazzo delle Albere (1987), hanno dato conto di una efficace e personale rilettura del classico -era il decennio del Postmodern- priva di eccessi e ridotta ai soli termini essenziali. Una stessa meditata misura è visibile negli edifici industriali Coster prospicienti il lago di Caldonazzo nei pressi di Caleceranica (1978-1991): pochi dubbi che sia stato qui il “less is more” di miesiana memoria a guidare la mano di Nardelli. 
Per ultimo, la figura in qualche modo “artistica” di Cocco, ritornato alla professione, dopo una lunga fase di silenzio operativo, galvanizzato dalla stagione decostruttivista che segnò la fine dello scorso millennio. L’opera prescelta per ricordarlo non poteva che essere naturalmente il suo Centro ricreativo e culturale di Trambileno, spigoloso e saettante, con la sua alternanza di piani inclinati e ardite geometrie: opera, non va dimenticato, che Bruno Zevi volle inserire nel 1996 in uno dei suoi ultimi contributi critici, la Controstoria dell'architettura in Italia (per la collana economica "Il Sapere" della Newton Compton editori), lodandone la forza espressiva e il coraggio.

Alcuni appunti su Cocco, Cristofolini e Nardelli

G. Cristofolini, Casa Cristofolini, Schizzo

MASSIMO MARTIGNONI:
Storico dell'arte. È autore di numerosi studi e pubblicazioni riguardanti l'architettura moderna e il design. Lavora da anni come ricercatore per la Fondazione Piero Portaluppi e, in Trentino, per il MAGA Museo Alto Garda. Dal 2005 è docente di storia del design alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.